


Il nuovo tentativo di rifondare il centro politico sembra ripartire dalle stesse convinzioni che ne hanno già decretato il fallimento: competenza senza visione, astensionismo mitizzato, tabù sulle alleanze e nostalgia di una casa politica mai davvero costruita. Una ragione in più per discutere seriamente di come, e se, quel centro possa essere rifondato davvero.
La follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi. Così si dice e così in effetti è: se non si cambiano i comportamenti, difficilmente cambieranno i risultati. Per quanto il concetto sia comprensibile, direi quasi ovvio, a chiunque può essere successo di ritrovarsi a reiterare comportamenti fallimentari.
Perché talora tendiamo a replicare i nostri comportamenti anche quando insani? Perché adottare un nuovo atteggiamento è così difficile? Ecco la risposta: perché i nostri comportamenti sono un derivato del nostro modo di rappresentarci la realtà e la nostra rappresentazione della realtà è potentemente condizionata dalle nostre credenze.
Insomma, per cambiare davvero i nostri comportamenti, dobbiamo mettere in discussione il nostro sistema di credenze.
Non solo le nostre più intime scelte individuali sono condizionate dalle nostre credenze, lo sono anche le scelte pubbliche e politiche. Il 15 giugno scorso, al Teatro Parenti di Milano, ne abbiamo avuto una lampante riprova con la messa in scena (anzi la replica) della rappresentazione dedicata alle illusioni del centro politico.
Per l’ennesima volta, abbiamo assistito alla rassegna delle credenze che inducono i protagonisti di quest’area a reiterare comportamenti fallimentari. In cosa consiste questo sistema di credenze? Ve ne propongo sei, le più bloccanti, quantomeno secondo il mio punto di vista.
Prima credenza: il terzo polo è fallito per l’ego dei suoi protagonisti.
No. Non è così. Non che soggetti come Renzi e Calenda, l’uno più abile che sincero, l’altro più ambizioso che abile, non siano dotati di ego ingombrante, ma questo, specie in politica, è piuttosto normale, è un fattore con cui fare i conti e nulla più.
Ho lavorato una vita nel mondo delle imprese e anche in quel mondo ho sperimentato che talora le cordate e i personalismi prendono il sopravvento. Quando accade? Quando l’ego dei protagonisti è troppo ingombrante? No, quando la visione è troppo debole.
Più debole è la visione e più emergono i protagonismi individuali. Il cosiddetto terzo polo è fallito per la debolezza della sua visione, non per l’ego dei suoi protagonisti e se il nuovo terzo polo avrà successo, non sarà grazie a un leader con meno ego, ma grazie a una visione più potente che a oggi, peraltro, non mi pare sia emersa.
Seconda credenza: saremo premiati perché siamo competenti.
Non è così. Piaccia o non piaccia, le persone, specie nei momenti di transizione caratterizzati da senso dell’incertezza come è l’attuale, sono mosse da bisogni esistenziali e pre-politici ed è su questo piano che occorre muoversi.
Non è così importante dimostrare la propria competenza attraverso proposte tecnicamente ineccepibili, quello che conta è prospettare nuovi scenari che spalanchino nuove possibilità di affermazione degli individui. Il boicottaggio del bipolarismo e l’apologia dell’Europa rispondono a questi bisogni? Scaldano il cuore degli elettori? Io non credo proprio.
Terza credenza: l’astensionismo è in gran parte determinato dall’assenza di una proposta politica di centro.
Negli ultimi decenni, tutte le nuove formazioni politiche, all’atto della loro nascita, hanno indicato nell’astensione un loro bacino naturale di consenso potenziale. Ma l’astensionismo, in effetti, altro non è che una libera e legittima scelta individuale.
In qualunque ambito, in qualunque associazione, compresi i circoli culturali e sportivi, c’è chi sceglie di partecipare al voto e chi non vi partecipa. Si può scegliere di non partecipare perché non si conoscono abbastanza a fondo i candidati, perché non si è così interessati e si preferisce spendere diversamente il proprio tempo, perché si ritiene che chiunque venga eletto farà quello che potrà e che la situazione gli consentirà di fare, perché tanto “è tutto un magna magna”.
Ognuno ha le sue ragioni. Sta di fatto che se chi si astiene fosse, per assurdo, obbligato a partecipare al voto, si tenderebbero a replicare i risultati ottenuti dagli elettori attivi, con un ragionevole premio nei confronti delle proposte più qualunquiste.
Pensare che il mondo dell’astensione sia popolato perlopiù da raffinati intellettuali che non vedono l’ora di festeggiare la carica dei competenti, ha qualcosa di profondamente patetico. Piuttosto che cullarsi in questa illusione, è molto più utile chiedersi perché mai un elettore di Meloni dovrebbe votare centro. O un elettore del PD. O un elettore di Forza Italia. O un qualunque altro elettore.
Quarta credenza: siamo equidistanti da destra e sinistra, quindi non facciamo alleanze.
Questa credenza nasce da un equivoco, per l’esattezza dal fatto che si confondono due piani diversi, quello del posizionamento e quello delle alleanze.
Ho trattato il tema in modo piuttosto approfondito in un articolo pubblicato nell’aprile scorso, ma la sostanza è questa: una cosa è il posizionamento culturale e ideologico, un’altra sono le alleanze strategiche.
Il posizionamento del centro liberale non può che essere equidistante da destra e sinistra, certo, ma per affermare le ragioni del centro, occorre ragionevolmente generare delle alleanze. Con chi? Perché?
Le ragioni delle alleanze prospettate concorrono in modo decisivo alla determinazione dell’identità. Nei partitini di centro il tema è considerato come un vero e proprio tabù, ma oggi il dibattito sulle alleanze non è più ragionevolmente rinviabile.
Quinta credenza: la destra non va bene perché è destra, la sinistra non va bene perché si è fatta contaminare.
La stessa Pina Picierno, nel suo intervento, lo ha dichiarato esplicitamente: nel campo largo si sono fatti contaminare.
In fondo la sinistra sarebbe casa nostra se non si fosse fatta contaminare dal populismo. Questo pensano tanti militanti e simpatizzanti terzopolisti. Su questo bisogna fare chiarezza: il populismo affonda le sue radici soprattutto nella cultura politica della sinistra.
Ma — si dice — la propensione alla cultura dell’odio e la continua ricerca di un nemico sono soprattutto riconducibili alla destra. Ah sì? E il nemico di classe (e l’odio di classe che ne consegue), concetto alla base della cultura politica della sinistra, non rappresenta forse la radice di questo atteggiamento?
D’altronde il fascismo nasce da una costola ribellista e nazionalista della sinistra e anche questo andrebbe affermato una volta per tutte. Il termine “popolo”, così caro ai populisti, non caratterizza forse la cultura della sinistra?
L’avversione grillina verso opere pubbliche e infrastrutture non trova forse un riscontro, solo per fare un esempio, nell’avversione che a suo tempo ebbe la sinistra nei confronti della costruzione della rete autostradale, considerata un regalo alla famiglia Agnelli?
Lo stesso dicasi per quel pauperismo, antiamericanismo e pacifismo peloso che fanno da collante fra la sinistra storica e la sinistra populista. D’altronde, la stessa retorica dell’uno vale uno si riscontra nel pensiero marxista: nella società comunista, a capo dello Stato potrà sedere una cuoca, questo sosteneva Lenin.
Porsi in alternativa al populismo significa innanzitutto andare oltre l’egemonia della cultura politica della sinistra.
Sesta credenza: non è solo un cartello elettorale.
Invece sì, se si farà questo rassemblement, quasi certamente sarà solo un cartello elettorale. Da un partito può di certo nascere una lista elettorale, ma da una lista elettorale ben difficilmente nasce un partito.
Lo si è verificato già nella cosiddetta Prima Repubblica coi penosi tentativi di unire il campo laico-riformista, lo si è visto con Scelta Civica, lo si è visto con Fermare il Declino che alla fine manco si è presentato e si è sciolto come neve al sole, lo si è visto con Più Europa che non ha mai trovato un’identità chiara e unitaria e si è rassegnata al ruolo di litigioso cespuglio all’ombra del PD, lo si è visto infine col cosiddetto Terzo Polo.
No, i partiti non nascono negoziando e spartendosi posti in una lista elettorale, nascono da faticosi percorsi frutto di elaborazione politica e definizione della visione, poi, se lo ritengono, possono produrre una lista elettorale.
Intendiamoci, non tutto ciò che è stato detto al Teatro Parenti è riconducibile alle sei credenze che ho cercato di descrivere, ma nel complesso mi pare che gli elementi di novità e cambiamento rispetto alle esperienze passate siano largamente insufficienti: questo centro continua ad essere il centro delle illusioni.
Quindi? Come si potrebbe, liberati da queste credenze, rifondare il centro politico? Non lo so. Non ho certo la presunzione di avere la risposta. Credo però che il dibattito vada promosso e l’interrogativo vada posto. Credo anche che le risposte indurrebbero a percorrere nuove vie.
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C’è un dato di fatto: Renzi se ne esce dal PD e fonda Italia Viva (pochi punti percentuali); Calenda esce da una coalizione che aveva nel PD il suo fulcro e fonda Azione (pochi punti percentuali); i due si uniscono nel “terzo polo” (gli stessi pochi punti percentuali, operazione fallimentare, ognuno se ne torna nel suo orticello, con Renzi che rimane Italia Viva ma si riappacifica col PD); Marattin esce dal PD e fonda il Partito Liberal-democratico (non ci sono ancora dati elettorali significativi, ma i sondaggi parlano di pochi punti percentuali); la Picierno esce dal PD e annuncia la fondazione di una sua formazione politica (non c’è alcun dato, neppure di sondaggio, ma sono pronto a scommettere che anche in questo caso si parlerà di zero-virgola).
Il dato di fatto è che, chiunque esca dal PD, fonda il proprio partitino, portando con sé gli irriducibili del culto della (sua) personalità.
Poi, se questo dato di fatto vogliamo chiamarlo “mancanza di visione”, facciamo pure …
“Porsi in alternativa al populismo significa innanzitutto andare oltre l’egemonia della cultura politica della sinistra.”. Un’affermazione molto forzata se letta attraverso le lenti di questi occhiali.
Ci sono pacchi formato famiglia di populismo di destra, affogati in uno sciroppo appiccicoso di nazionalismo, razzismo, isolazionismo e sono in tutto l’occidente, Americhe comprese. Non mi concentrerei solo a sinistra e non circoscriverei il problema a una sola parte.
Conseguentemente se il problema del populismo è bipartisan, e lo è, benvengano tentativi anche fallimentari di pensare a qualcos’altro. Ci si prova, tanto le alternative sono o coalizioni con i figli delle stelle e i fan di Carletto Marx o con gli amici del generale Buttiglione… Il terzo palo, come lo chiamo affettuosamente, ha tutti i difetti del mondo e probabilmente è destinato al tracollo (magari sul M.O. l’argomento più divisivo del mondo, pensato e discusso anche per dividere), ma che male fa viste le alternative?
Anche il ragionamento sugli astenuti, a mio opinabile parere, è molto forzato e invero molti sono orfani di una rappresentanza politica moderata. A destra Forza Italia non svolge egregiamente questo ruolo, a sinistra i cespugliettini come +Europa o Italia Viva sono incomprensibili, inutili, privi di rappresentanza.
Certo se non costruiscono un programma comune e liste unitarie, l’unico loro destino sarà il dileggio.
Analisi tagliente e chirurgica. Ma sono temi che devono essere affrontati (e sperabilmente risolti) per evitare l’ennesimo fallimento
Non bisogna pretendere che il centro possa essere in grado di governare o essere decisivo perché semplicemente non ha i numeri e molto probabilmente non li avrà mai.
Però può cercare di influenzare certe decisioni prese in Parlamento con i propri voti.
Non necessariamente allearsi con una coalizione dove tutto e il contrario di tutto coesistono e alla fine logora e si frantuma, come avvenuto e già visto altre volte.
Poi credo che servano delle primarie serie e anche che certe figure storiche abbiano il coraggio di fare un passo indietro, rimanendo nella direzione chiaramente, per dare più credibilità all’eventuale progetto e far emergere altri volti.
Sono abbastanza d’accordo con l’analisi, ma mi permetto di aggiungere alcuni dati. La stragrande maggioranza degli umani nasce con un cervello con logica mentale conservatrice. Quindi probabilmente il 90% dei parlamentari e degli italiani sono conservatori, di vario grado. Poi si dividono tra le varie ideologie. Lascio perdere i cervelli progressisti perché sono disseminati tra i vari partiti o non sono in politica. Quindi il gioco è che i conservatori si dividono tra le ideologie di destra e di sinistra, tra moderati ed estremisti. L’ideale sarebbe che governassero i moderati, ma spesso accade il peggio, ovvero governano i moderati con gli estremisti. Nel nostro caso i moderati ( centristi, liberali, ecc.) rappresentano una minoranza importante, ma fanno il grave errore di non avere pazienza. Devono creare un partito dei moderati e aspettare che tutti gli altri siano logorati dai loro fallimenti, così gli elettori conservatori moderati che di erano spostati verso gli estremisti tornano verso il centro. Ma una condizione essenziale è che un governo di moderati, faccia quello che i conservatori moderati si aspettano, ovvero decisioni difficili e forti, che affrontino i problemi reali dei cittadini e non problemi affrontati ideologicamente. Pragmatismo ed efficienza, realismo e se serve cinismo. Si fanno provvedimenti che funzionano ed ottengono i risultati e non che soddisfano obbiettivi ideologici. Insomma un governo razionale, scientifico e ideologicamente neutrale. Il buonismo morale della religione va lasciato ail Vaticano. Solo così un governo potrà durare e rinnovare il Paese.
I cittadini si aspettano risposte e soluzioni ai propri problemi, ma certi candidati cantastorie fanno credere loro che le decisioni non saranno difficili e quindi riescono ad avere maggiore consenso.
E’ questo il cuore del populismo: non far affiorare la realtà dei fatti con i relativi vincoli e ostacoli all’efficacia di certi provvedimenti da prendere, ma far credere che una soluzione alternativa possibile esista e quindi portare avanti una narrazione al momento del voto credibile fatta di mezze verità e illusioni e tirarla avanti una volta al governo finché si riesce.
Le proposte troppo razionali e realiste non attraggono perché coinvolgono direttamente la responsabilità e il comportamento dei cittadini nella soluzione di certi problemi.
Condivido.
Osservo che il progetto può, sia pure genericamente, essere identificato lungo il filone riformista. Il punto più critico credo sia la mancanza di chiarezza e probabilmente di unità nella strategia: condizionandoli in modo efficace, ci si allea poi con il centro destra o con il centro sinistra ?
Senza sottovalutare il problema della leadership che, stando così le cose, dovrebbe essere plurale, non essendo però nessuno disposto a fare un passo indietro.