


L’odio più degradato oggi non ha bisogno di dottrine, apparati o grandi ideologie: gli basta uno schermo, una platea e una buona dose di vanità morale. Così l’antisemitismo torna come riflesso automatico, travestito da causa, ripulito dalla retorica della parte giusta della storia.
Tre secondi. Quattro, se il Wi-Fi decide di partecipare alla tragedia e concedersi una pausa esistenziale. È il tempo necessario perché qualcuno passi dalla visione distratta di un gatto che cade da un tavolo alla sensazione di essere stato investito di una missione morale superiore.
Una specie di miracolo al contrario: non l’uomo che si eleva verso qualcosa di più grande, ma un riflesso privato che si mette una corona in testa e si presenta davanti alla Storia. Il mediocre che diventa epico senza attraversare quella breve e scomoda fase intermedia in cui dovrebbe fermarsi e chiedersi cosa stia facendo.
La Storia deve essere esausta. È seduta da qualche parte con lo sguardo spento. È una noia cosmica. La parte giusta, negli ultimi anni, è diventata sorprendentemente accessibile. Non richiede studio. Non richiede sacrificio. Non richiede nemmeno particolare intelligenza. Richiede una connessione stabile. Un gigantismo etico alimentato a snack, notifiche e riflessi condizionati.
L’oscenità viene depositata nello spazio pubblico con la leggerezza di uno scontrino e l’autostima di una tesi di dottorato. Questo è il punto. Non l’odio. L’odio è una cosa seria. Ha richiesto libri, sistemi, apparati, fanatici, uniformi, predicatori, slogan, organizzazione.
Persino i peggiori mostri del Novecento avevano almeno la decenza di investire tempo nella propria mostruosità. Qui siamo alla versione fast-food del fanatismo. L’intolleranza liofilizzata. L’antisemitismo ridotto a riflesso condizionato, come il ginocchio che scatta quando il medico colpisce il tendine con il martelletto, ma senza la dignità biologica del ginocchio.
Il vero prodigio non è che l’insulto antisemita venga pronunciato. Il vero prodigio è che riesca a percorrere l’intera distanza tra l’impulso e la pubblicazione senza che nessuna parte della mente alzi una sbarra. È l’antisemitismo ridotto a riflesso condizionato. Non più un’idea, nemmeno un odio organizzato: una risposta automatica. Un movimento del corpo prima ancora che della mente. Qui siamo più vicini a un gas che ha imparato a emettere suoni che somigliano a un linguaggio.
Qualcosa che, in una civiltà appena più sana, sarebbe andato in autocombustione nel buio del cranio, cortocircuitato da quell’istintivo, salvifico senso del ridicolo che un tempo chiamavamo decenza; invece attraversa indenne tutte le dogane interiori, evita ogni controllo di frontiera della coscienza e si presenta nello spazio pubblico già ripulito, stirato, rivestito di intenzioni nobili.
È la grande specialità del nostro tempo: la trasfigurazione morale della miseria. Il momento in cui una bassezza smette di vergognarsi di sé e comincia a pretendere rispetto. La parte più sofisticata dell’operazione non è convincere gli altri. È convincere sé stessi. Nessuno vuole essere il cattivo della propria autobiografia. Le parole non servono più a nominare le cose. Servono a renderle abitabili, a costruire una cornice in cui la nostra miseria possa apparire come un principio superiore.
Occorre una distonia, una sorta di miopia selettiva, una micro-frattura della coscienza dove l’etica viene sospesa, archiviata in un sottosistema mentale a cui abbiamo revocato l’accesso, come un processo in background che ci ostiniamo a non chiudere, per trovare perfettamente normale digitare un’oscenità tra un impegno e l’altro.
È un gesto che ha la solennità di uno sbadiglio e la precisione chirurgica di un’infezione. Qui siamo davanti a qualcosa di più misero: l’orgia a briglie sciolte della meschinità. Ciò che fa rabbrividire è la leggerezza atomica di questi termini maneggiati da dita che un attimo prima hanno scrollato video di gatti e un attimo dopo si sono convinte di aver impugnato una torcia della Storia.
Come se la parola fosse un oggetto neutro, un pezzo di pongo, e non un fossile radioattivo che scotta appena lo tocchi. Il problema non è solo che qualcuno trovi il coraggio di dire qualcosa di vile. È che, per una frazione di secondo, quel gesto restituisce al mittente una scossa di rilevanza. Un uomo qualunque smette di essere un nessuno: diventa qualcuno che conta. La miseria diventa droga.
La cosa più moderna dell’odio non è la sua presenza, ma il suo bisogno di pubblico: è una performance della propria interiorità che richiede spettatori per essere reale. Il pubblico, qui, non serve soltanto ad applaudire. Serve a rendere reale il gesto.
Un impulso privato, senza testimoni, resta un impulso; quando attraversa lo schermo e trova una platea diventa una versione di sé. Non è comunicazione. È una prova di esistenza. La miseria, per sentirsi reale, ha bisogno di testimoni. Non è soltanto un fallimento linguistico. È il fallimento del piccolo tribunale interiore che dovrebbe fermare una persona prima ancora che il mondo debba farlo.
Ma la forma non è un corredo. La forma è il contenuto quando il contenuto si è abituato a sé stesso. Quando l’idea diventa troppo confortevole nel proprio guscio di purezza, smette di controllare le proprie deformazioni. La convinzione diventa immunità, la causa diventa assoluzione preventiva, e il pensiero critico diventa solo un fastidio introdotto da chi “non ha capito”.
Poi il colpo di genio: l’arte di immergere la propria bassezza in una vasca di candeggina ideologica. Una meraviglia ingegneristica. Prendi il risentimento più elementare, la rabbia più pigra, la voglia più antica di trovare qualcuno su cui scaricare il proprio disordine interiore; aggiungi una spruzzata di “giustizia sociale”, una goccia di “verità storica” recuperata dal seminterrato più putrido del web, agita bene, ed ecco il miracolo: la bassezza esce dal lavaggio con un certificato di purezza.
La “parte giusta della storia” è una lavanderia industriale a ciclo continuo: si inserisce lo sporco e si ritira la Purezza. Il risultato è una coscienza che odora di pannolino riciclato. Resta la scena più grottesca: l’eroe da vasino. Un performer tragico di sé stesso che si accovaccia nel mezzo della piazza pubblica convinto di officiare un rito.
Cagare in piazza, ecco il gesto. Ma farlo con la convinzione di stare inaugurando una cattedrale. È la confusione patologica tra lo scroscio dei propri impulsi più bassi e la voce di Dio.
Subito dopo, niente. Nessuna euforia del martire, nessuna gratificazione del giusto. Lo schermo che torna a riflettere il tuo viso in una risoluzione troppo nitida per essere gentile, e il silenzio granulare di una stanza in cui non è successo letteralmente nulla. La missione è stata espletata: il mondo è rimasto identico a prima, la Storia non ha tremato, e tu sei soltanto un po’ più vuoto, un po’ più poroso, di quanto non fossi tre secondi fa.
L’antisemitismo, in questa particolare configurazione, cessa di qualificarsi come “argomento” o “idea”, categorie che richiederebbero una manutenzione intellettuale che non siamo più disposti a fornire, e regredisce allo stato di quell’arma antica e pesantemente caricata che la Storia ha incautamente lasciato a prendere polvere sopra il camino.
Un reperto di una ferocia che non ci appartiene più ma che, nell’assenza totale di figure genitoriali o di una qualsivoglia autorità etica che ci proibisca di toccarla, finiamo per staccare dalla parete con la stessa curiosità distratta con cui si maneggia un giocattolo proibito, puntandola, ignorando del tutto la balistica del male, la traiettoria del piombo, la carne che si lacera, verso il cane che dorme ignaro in cortile.
Non per un vero odio verso la bestia, ma per la pura, pornografica gratificazione tattile del rinculo, quella sensazione di forza meccanica che, per un istante, ci illude di aver riacquistato una consistenza nel mondo.
Non serve a convincere. Serve a segnalare che lì, in quella piccola tana digitale, il freno è stato disattivato. È una politica dal basso nel senso più letterale e inquietante: non un progetto o un programma, ma persone che si riconoscono nel momento stesso in cui smettono di trattenersi.
La tragedia vera, se vogliamo essere onesti fino allo scorticamento, non è che esistano ancora idioti prigionieri di vecchi odi. È che quegli odi abbiano perso l’unico argine che ci teneva umani: la vergogna. Ma non quella vergogna intesa come concetto astratto. Parlo di una vergogna che era un evento fisico della mente: un sobbalzo, un calore improvviso che risaliva dal petto, una stretta che toglieva ossigeno alla gola.
Quella vergogna è stata estirpata. Quando l’applauso dei propri simili sostituisce il senso del limite, la diga crolla. Non c’è più bisogno di travestirsi. Si può essere feroci in pigiama. Si può essere mostruosi con la naturalezza di chi sta semplicemente ordinando una pizza.
Perché nessuno nasce dentro una bolla. Le bolle si costruiscono con materiali piccoli e quotidiani: una frase ripetuta, una semplificazione accettata, un’indignazione presa in prestito, un applauso ricevuto nel momento giusto. Il problema non è soltanto chi pronuncia l’orrore. È l’ecosistema che gli insegna a chiamarlo coraggio. È così che una bassezza smette di sembrare una bassezza, non perché venga nascosta, ma perché viene circondata dalle parole giuste.
Il pensiero non serve a salvarci. Serve almeno a impedirci di raccontarci troppo facilmente che siamo già salvi. È un mestiere ingrato: togliere il trucco alla vanità morale, aprire le finestre quando l’aria è diventata irrespirabile, ricordare all’uomo che non ogni impulso con una bandiera diventa una causa e non ogni bassezza con un vocabolario diventa un’idea.
Ed è forse proprio questo il suo compito: togliere alle persone le piccole magie con cui trasformano i propri impulsi in virtù, la propria rabbia in principio, la propria ferocia in innocenza.
Non rendere il mondo più rassicurante. Renderlo più difficile da abitare.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
