


La condanna di Israele si riversa sugli ebrei della diaspora, ai quali viene chiesto di dissociarsi dallo Stato ebraico per sottrarsi a sospetti, esclusioni e ostilità. Mentre Israele affronta il conflitto sul piano militare e strategico, fuori dai suoi confini riemerge un antisemitismo che incrina amicizie e impone nuove separazioni. Sullo sfondo resta Tel Aviv, la Collina della Primavera.
È giunto il momento di una pausa nella strenua difesa di Israele e degli ebrei in generale. Non perché non sia necessario farlo, ma perché, nell’irrazionalità che ormai pervade tutto ciò che riguarda l’argomento, continuare ha il senso di una cantilena stonata e inascoltata.
Il quotidiano insistere di media e social su una narrazione unilaterale ha prodotto nell’opinione comune un sentimento di condanna senza appello di Israele, accusato di aver commesso un genocidio: una convinzione resistente a qualunque tentativo non di negazione, ma persino di messa in discussione.
Il sottoprodotto maligno di tale convinzione è stato l’aumento esponenziale dell’antisemitismo nei confronti degli ebrei, ovunque residenti.
Non è la prima volta che accade. Iniziò con il tam tam dei “territori occupati” e, lentamente ma inesorabilmente, gli ebrei – tutti gli ebrei, non solo gli israeliani – sono stati di nuovo inseriti dalla parte della lavagna dove si segnano i cattivi, dopo il breve periodo che va dalla scoperta della Shoah alla Guerra dei Sei Giorni, in cui erano scritti dalla parte dei buoni.
Questa volta, però, il fiume carsico dell’antisemitismo è riemerso tumultuosamente, in piena. La reazione di Israele al 7 ottobre 2023 ha inciso nelle coscienze, determinando uno stato d’animo di vicinanza a una “giusta guerra di liberazione” contro uno Stato e un popolo colonialisti che occupano indebitamente un territorio.
Dunque, dal fiume al mare, cacciamo gli ebrei dalla Palestina, o Terra Santa che sia: cioè deportiamo una popolazione superiore a quella svizzera o austriaca e uguale a quella belga.
In verità, i sostenitori di “due popoli, due Stati”, in particolare gli europei, non sono d’accordo con la tesi radicale della cancellazione dello Stato ebraico. Solo che non spiegano come e quando realizzare la soluzione, né fanno passi concreti per raggiungere lo scopo.
Siamo fermi al dopo Oslo, al rifiuto di Arafat delle proposte di Barak e alla cacciata da Gaza dell’Autorità Nazionale Palestinese da parte di Hamas.
L’allargamento del conflitto all’Iran sta terremotando tutto il Medio Oriente, con conseguenze che toccano il resto del mondo. Prevedere oggi quale sarà l’esito è complesso; è certo, però, che Israele si trova in una situazione strategica migliore di quando tutto ciò è iniziato.
Diversa e più chiara è la situazione degli ebrei della diaspora, oggetto di malanimo, esclusioni, rappresaglie e persino aggressioni. Per loro il torrente non solo è in piena, ma ha formato un’ansa, tornando indietro nel suo percorso.
Viene loro richiesta una dissociazione esplicita da Israele: non dal suo governo, ma dallo Stato nel suo insieme. Amicizie di lunga data traballano o cessano; le zone limitrofe alle sinagoghe sono sotto stretto controllo militarizzato, a Roma, a Parigi e via dicendo.
Una nuova forma di ghetto, più che giustificata per motivi di sicurezza, ma sempre separazione è.
Una notazione mostra la peculiarità tutta emozionale e irrazionale di questo atteggiamento nei confronti degli ebrei: nel discorso pubblico contemporaneo si tende a distinguere il popolo tedesco dal regime responsabile delle atrocità commesse durante la dittatura hitleriana, attribuendole ai nazisti anziché indistintamente ai tedeschi. Una distinzione che troppo spesso viene meno quando si parla di Israele e degli ebrei.
Le responsabilità di Israele e dei suoi cittadini le giudicherà la Storia, non la propaganda alimentata con capitali illimitati da paesi arabi e Iran.
Quanto agli ebrei della diaspora: da Alessandria d’Egitto alla cacciata dalla penisola iberica, ai pogrom del Nordest europeo e infine alla Shoah, hanno l’animo coriaceo…
E poi, finché esiste, c’è Tel Aviv, che significa Collina della Primavera.
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Una cosa che mi sono sempre chiesta: più o meno tutti, anche chi di cose ebraiche non sa molto, conosce la cacciata dalla Spagna, ma nessuno o quasi conosce quella dalla Francia un secolo prima e quella dall’Inghilterra due secoli prima: come mai? In più ci sono state, quando l’Italia era divisa in tanti pezzetti e ogni pezzetto era uno stato sovrano, numerose cacciate da varie località. Credo valga la pena di ricordare che quando sono stati cacciati da Bologna sono stati addirittura costretti a disseppellire i loro morti e portarseli dietro, ma tutte queste storie sono totalmente ignorate. Così come sono ignorati i francescani che battevano tutta l’Europa con le loro prediche incendiare scatenando tremendi pogrom – e magari può essere il caso di ricordare anche i francescani croati che durante la guerra andavano personalmente nei campi di sterminio croati a fare strage di partigiani e di ebrei, con le armi benedette da monsignor Aloysius Stepinac arcivescovo di Zagabria, elevato poi all’onore degli altari da Sua Santità Giovanni Paolo II, quello dei ponti non muri, quello della terra del Risorto messa a ferro e fuoco, quello dell’occupazione che si fa sterminio, oggi santo anche lui così potranno farsi buona compagnia.
(Scusate, ogni tanto mi arrabbio – avevo scritto un’altra cosa ma poi ho corretto anche se ci stava meglio – e mi lascio prendere la mano)
Grazie Stefano: documentato, sentito, sincero, accessibile. L’ho letto volentieri.