

Il rischio non è solo la forza numerica dell’islamismo radicale, ma la sua capacità di trasformare un conflitto politico in frattura identitaria. Quando l’appartenenza religiosa diventa campo di battaglia, anche le società più aperte possono scoprire quanto sia fragile l’integrazione.
Una delle convinzioni più diffuse nelle élite politiche europee degli ultimi decenni è che il problema dell’integrazione dell’Islam nelle società occidentali sia destinato a risolversi spontaneamente con il passare del tempo.
Secondo molti, la crescita economica, l’istruzione, la cittadinanza, il benessere materiale e il contatto quotidiano con i valori della democrazia liberale dovrebbero progressivamente trasformare gli immigrati musulmani e i loro figli in cittadini sempre più simili agli altri, portandoli progressivamente a condividere le regole di convivenza che sono proprie delle società occidentali.
Questa visione contiene certamente una parte di verità: milioni di musulmani vivono oggi in Europa e in Nord America in modo perfettamente pacifico. Molti lavorano, studiano, partecipano alla vita civile, rispettano le leggi e si sentono parte integrante dei Paesi che li hanno accolti. Negare questa realtà significherebbe rinunciare all’evidenza.
Il problema, tuttavia, potrebbe non essere quello che normalmente viene indicato nel dibattito pubblico. La questione decisiva non è se tutti i musulmani siano radicalizzati: certamente non lo sono. Non è neppure stabilire se una maggioranza di immigrati musulmani sia destinata a diventare islamista: non sarà così se una minoranza islamista non la indurrà a farlo.
Questo “se” è però decisivo e introduce alla vera domanda che bisognerebbe porsi, e cioè: quale capacità possiede una minoranza islamista di trascinare l’intera comunità musulmana all’interno di una dinamica di conflitto identitario?
La storia insegna che le minoranze più determinate spesso esercitano un’influenza assai maggiore di quanto la loro consistenza numerica farebbe immaginare. Le rivoluzioni non sono quasi mai state compiute dalla maggioranza della popolazione e le guerre civili raramente sono iniziate per decisione della maggioranza: sono state quasi sempre minoranze organizzate e determinate a imporre la sequenza degli eventi.
L’islamismo contemporaneo presenta proprio questa caratteristica: non ha bisogno di convincere tutti i musulmani. Gli basta radicalizzare il conflitto e, quando questo verrà percepito come uno scontro tra Islam e Occidente, tra credenti e infedeli, tra comunità e comunità, il problema cambierà completamente natura.
A quel punto non si tratterà più di isolare una minoranza estremista, ma di comprendere come reagirà una popolazione molto più vasta quando sentirà minacciata la propria identità religiosa.
Su questo punto, il dibattito in corso da tempo in Occidente sembra riprodurre spesso prospettive interpretative sorprendentemente ingenue. Si sente per esempio ripetere che la maggioranza dei musulmani è moderata, e probabilmente è vero, ma la moderazione di una comunità in condizioni normali non coincide necessariamente con il comportamento della stessa comunità in condizioni di conflitto radicalizzato.
La storia delle guerre di religione europee, dei conflitti balcanici, del Libano e dell’Irlanda del Nord mostra che individui perfettamente pacifici possono essere progressivamente trascinati all’interno di logiche di schieramento che in precedenza avrebbero rifiutato.
Quando il conflitto assume un carattere identitario, la domanda non è più chi abbia ragione. La domanda purtroppo diventa inesorabilmente un’altra: “da che parte stai?”.
Di fronte a una domanda come questa, la forza di un’appartenenza religiosa può diventare decisiva e destabilizzante per un’intera società. Se le ideologie moderne hanno perso gran parte della loro capacità di mobilitazione; se le varie teorie politiche sorte nel rispetto dei valori del liberalismo e della democrazia, di destra e di sinistra, esercitano oggi una presa assai inferiore a quella che possedevano qualche decennio fa, questo non vale per alcune religioni, che sono ancora oggi portatrici di forti valenze identitarie.
La religione islamica, in particolare, continua a rappresentare per circa due miliardi di persone una fonte primaria di significato, appartenenza e identità. Per questo il problema non consiste tanto nella diffusione dell’islamismo, quanto nella sua capacità di presentarsi come difensore dell’Islam nel suo complesso.
Se questa operazione riesce, il conflitto è destinato inevitabilmente ad allargarsi. E purtroppo è un’operazione che ha ottime probabilità di riuscire.
L’aspetto apparentemente più paradossale della questione è che tale dinamica si sviluppa soprattutto nelle società democratiche. Le autocrazie del Medio Oriente hanno spesso dimostrato di poter contenere gli islamisti con metodi brutali.
L’Egitto, l’Algeria, la Siria degli Assad e numerosi altri Paesi hanno represso movimenti radicali attraverso arresti preventivi, controllo delle moschee, censura e sorveglianza capillare.
Una democrazia liberale invece non può agire nello stesso modo senza rinnegare i propri principi fondamentali, e questo è in fondo il grande paradosso della società aperta: la sua forza e la sua debolezza derivano dalla medesima fonte, ovvero dal considerare la libertà come il principale valore di riferimento.
Le libertà di associazione, di propaganda, di espressione e di organizzazione costituiscono il fondamento della democrazia, ma possono essere utilizzate anche da coloro che aspirano a sostituire la democrazia con un sistema differente.
Molti movimenti islamisti dispongono nelle società occidentali di spazi di azione che sarebbero impensabili in numerosi Paesi musulmani. Naturalmente le motivazioni migratorie sono molteplici: lavoro, sicurezza, istruzione, benessere economico e stabilità politica spiegano gran parte dei movimenti migratori contemporanei.
Rimane però un fatto difficilmente contestabile: nessun movimento islamista potrebbe godere in gran parte del mondo musulmano delle stesse libertà operative che può trovare nelle democrazie occidentali.
Questo dato non prova alcuna inevitabilità storica, ma pone un problema politico che sarebbe imprudente ignorare. La domanda decisiva è dunque la seguente: cosa accadrebbe se il conflitto si radicalizzasse davvero?
Nessuno può dimostrare oggi quale sarebbe la risposta, ma l’impressione è che questo stia già avvenendo. Le previsioni storiche non sono teoremi matematici, ma esistono ipotesi che meritano di essere prese sul serio quando troppi fenomeni di mancata integrazione si susseguono con sempre maggiore frequenza in tutto l’Occidente e, per arginarli, si renderanno necessarie sempre maggiori misure preventive e coercitive.
In un simile scenario, se una parte significativa delle popolazioni musulmane d’Occidente si convincesse di trovarsi di fronte a una lotta contro l’Islam, la solidarietà religiosa potrebbe prevalere sulle forme di integrazione civica costruite nel corso di decenni.
Non è necessario immaginare che tutti i musulmani diventino islamisti: basterebbe che una quota significativa di persone iniziasse a percepire la propria appartenenza religiosa come più importante della propria appartenenza nazionale o civile, schierandosi di conseguenza.
In effetti, è proprio quanto in parte sta già accadendo, e a questo punto la frattura cessa di essere solo un problema di sicurezza e diventa un problema politico e sociale destinato a determinare il corso dei prossimi decenni.
La questione fondamentale non è se tutti i musulmani diventeranno islamisti, cosa assai improbabile; la vera questione è se, in una situazione di conflitto radicalizzato, l’appartenenza religiosa possa prevalere sull’integrazione civica e culturale maturata fino a oggi.
La storia suggerisce che le identità religiose, quando vengono percepite come minacciate, possiedono una forza di richiamo straordinaria. Chi ritiene impossibile una profonda frattura delle società occidentali dovrebbe spiegare perché una dinamica che ha operato per secoli nelle guerre di religione europee, nei conflitti etnici e nelle guerre civili del mondo contemporaneo dovrebbe improvvisamente cessare di operare proprio oggi.
In sintesi, il rischio maggiore non consiste nella forza numerica degli islamisti, ma nella loro capacità di trasformare un conflitto politico in un conflitto identitario.
Se una minoranza radicale riuscisse a imporre questa logica e se le società occidentali reagissero in modo adeguato al fine di arginarne le iniziative, milioni di musulmani oggi pacificamente integrati potrebbero sentirsi spinti verso forme di solidarietà comunitaria sempre più forti.
In questo scenario, il conflitto cesserebbe di riguardare una minoranza estremista e tenderebbe a coinvolgere comunità molto più vaste. Non è detto che ciò conduca a una guerra civile generalizzata, ma il rischio che una frattura profonda, duratura e violenta possa attraversare stabilmente le società occidentali è concreto.
Che gruppi estremisti possano esercitare una forte pressione morale e identitaria su persone inizialmente moderate è un fenomeno storicamente documentato. È accaduto in molti contesti: nelle guerre di religione europee, nei conflitti nazionalisti balcanici, nella guerra civile libanese e in numerose altre situazioni.
Gli estremisti cercano spesso di presentarsi come gli unici difensori autentici della comunità, mettendo i moderati di fronte a una scelta dolorosa: schierarsi con il proprio gruppo oppure essere accusati di tradimento.
Il parallelo storico più interessante non è tanto con le rivoluzioni ideologiche del Novecento quanto con le guerre di religione dell’Europa del XVI e XVII secolo.
In quelle vicende non furono le differenze teologiche in sé a produrre la catastrofe, ma il fatto che l’appartenenza religiosa finì per coincidere con l’identità politica, sociale e collettiva. Quando accade questo, i compromessi diventano molto più difficili e la polarizzazione tende ad autoalimentarsi.
Una radicalizzazione potrebbe quindi rendere irrilevante la distinzione tra radicali e moderati e finirebbe col provocare quella guerra civile strisciante e permanente che potrebbe avere nel lungo periodo conseguenze ancora più estese e tragiche di quelle che si sono avute a Gaza dopo il 7 ottobre 2023.
Il fatto che queste siano state volute e predisposte da Hamas e dai suoi alleati iraniani non fa che confermare l’enorme potere destabilizzante che l’iniziativa politica islamista, quando cinicamente imperniata sul sacrificio di vittime civili, può avere sulle società occidentali nel loro complesso, tanto da poter trasformare le strade e le piazze delle loro città nei luoghi in cui potrà estendersi il conflitto ancora in corso in Medio Oriente.
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Il degrado culturale dell’Occidente ha sicuramente favorito un processo che in fondo è iniziato da poco e che deve ancora dare il peggio di se’. E la prima cosa che dovremmo fare per cercare di evitare questo peggio è cercare di fermare questo degrado culturale che le narrazioni dominanti hanno imposto alle società occidentali.
Mi verrebbe da dire che l’educazione, la conoscenza e l’alfabetizzazione del mondo occidentale odierno dovrebbero impedire una tale involuzione della società e della civiltà moderna.
Ma poi penso a come la propaganda e la mistificazione dei fatti abbiano avuto una presa così potente verso una larga parte degli elettori nelle ultime elezioni nella maggior parte dei Paesi occidentali. Senza contare le prossime che verranno.
Basta vedere poi come è riuscito a farsi rieleggere Trump, nonostante i fatti del 6 gennaio 2021 convincendo i molti di essere una vittima di un complotto organizzato per non farlo governare. Oltre ad altre costruzioni architettate per mostrare gli avversari colpevoli di vari problemi e lui l’unico salvatore in grado di poterli risolvere.
Sembra la Storia che si ripete ogni volta, solo che oggi con i mezzi tecnologici a disposizione e la conoscenza acquisita di fatti ed evidenze uno pensa che non potrebbero accadere di nuovo certi fatti. Ma alla fine quello che non cambiano sono certi uomini, con la loro avarizia e ingordigia che li porta a violare le regole e persino destabilizzare una società civile libera alimentando il loro continuo desiderio di potere e possesso.