

Il popolo ebraico nel corso dei secoli ha raggiunto risultati di altissimo livello in tutti i campi del sapere. Così recita l’incipit della quarta di copertina del breve saggio di Paolo Agnoli, fisico di formazione e studioso di filosofia per passione, dal titolo Gli ebrei e la cultura.
Dati alla mano, è difficile dargli torto. Nonostante gli ebrei siano circa lo 0,2% della popolazione mondiale – circa 16 milioni di persone su 8 miliardi – il 26 per cento dei premi Nobel per le materie scientifiche è stato assegnato a ebrei. Oltre la metà riguarda la Fisica.
Se guardiamo alla Fisica moderna, quella che ha posto le basi scientifiche del mondo contemporaneo (senza la Meccanica quantistica gran parte dei congegni che utilizziamo non esisterebbe), vengono subito in mente Einstein, Bohr, Born, Oppenheimer.
Ma le personalità illustri di origine ebraica non si limitano al campo scientifico. Le troviamo ovunque: nell’economia, nella filosofia, nella politica – Marx, Trotskij, Spinoza, Adorno, Marcuse, Lévi-Strauss, Popper, Fromm, Arendt, Bauman, Weil, solo per fare qualche nome.
E poi le arti. Tutte, ma soprattutto il cinema. Oltre il 35% dei premi Oscar per la regia è andato a registi ebrei, tanto che il giornale antisemita Dearborn Independent del magnate filo-nazista Henry Ford (che fu addirittura premiato da Hitler con un’alta onorificenza e finanziò Francisco Franco durante la guerra civile spagnola) scriveva nel 1921: “c’è un problema con il cinema (…) gli ebrei ne hanno il controllo”. Che dire poi della psicoanalisi?
Qualcuno potrebbe essere tentato di dare a questi dati incontrovertibili una spiegazione genetica, e dunque razzista. Ma per fortuna l’autore si tiene ben lontano da questa scorciatoia.
La spiegazione sta nel culto per lo studio. Come spiega Agnoli, anticamente si trattava di un valore religioso: era importante avvicinarsi personalmente ai testi sacri per poi discuterne con gli altri.
Una divagazione personale. Per chi scrive, l’esattezza di questa affermazione emerge da un confronto tra il nostro Paese e la Germania. Anche tenendo conto della differenza di popolazione, il distacco è impietoso. L’Italia ha avuto 21 premi Nobel, mentre i premiati tedeschi sono ben 116, terza nazione al mondo dopo USA e Regno Unito.
La Germania, come tutte le nazioni prevalentemente protestanti, ha sempre dato enorme importanza alla cultura, inizialmente proprio per consentire la lettura diretta dei testi sacri. La Prussia di Federico II fu la prima nazione, nel 1763, a introdurre l’istruzione elementare gratuita e obbligatoria.
Non a caso, al momento dell’Unità d’Italia, mentre nel nostro Paese l’analfabetismo sfiorava l’80% (e molti alfabetizzati sapevano poco più che firmare e leggere frasi semplici), in Prussia, Svezia e Scozia non superava il 20%.
Ancora nel 1881, in Italia gli analfabeti erano il 62%, mentre in Trentino – allora sotto il governo austriaco – erano appena il 15%. Non a caso l’Austria fu la seconda nazione al mondo a introdurre l’istruzione elementare obbligatoria.
Tornando al rapporto tra ebrei e cultura, che ha sviluppato anche il noto e autoironico umorismo ebraico (a cui Agnoli spesso attinge), le motivazioni religiose furono solo l’inizio di un rapporto lungo e complesso.
Nella società ebraica istruire i figli era un obbligo morale per i padri, spesso affrontato con grandi sacrifici. Da qui la celebre battuta della madre ebrea che dice ai figli: “Dopo tutto quello che abbiamo fatto per voi, è troppo chiedervi un Nobel?”.
Va da sé che l’abitudine allo studio favorisca il talento. L’autore ricorda come, per la neuroscienziata Maryanne Wolf, leggere e scrivere non siano attitudini naturali, ma vere e proprie invenzioni culturali.
Un’altra ragione di questi straordinari risultati risiede nel fatto che gli ebrei siano stati per lunghissimo tempo un popolo migrante. Scrive Agnoli: “per gli ebrei essere attivi e creativi è sempre stato funzionale alla propria sopravvivenza (…)”.
“La posizione di emarginazione nelle società – prosegue – portò a un diffuso scetticismo, e lo scetticismo è il primo requisito per un lavoro costruttivo nella scienza moderna”.
“Obbligati a spostarsi continuamente, gli ebrei hanno dovuto adattarsi a culture, lingue, sistemi legali e sociali diversi (…) sviluppando una mentalità cosmopolita e una flessibilità intellettuale che li ha favoriti soprattutto negli ambiti della ricerca e dell’innovazione”. Essere abituati a parlare più lingue fin da bambini, del resto, sviluppa le capacità cognitive.
A ciò si aggiunge un altro elemento. Ricorda l’autore come “parte significativa delle persecuzioni fu indirizzata ai fisici”. In particolare, l’accusa era contro la “Fisica della Cabala”, come veniva chiamata dagli antisemiti la nascente fisica atomica, legata per sua natura all’indeterminazione.
Il regime nazista commise così un grave errore, privandosi fin dall’inizio dei suoi migliori scienziati: ben venti premi Nobel.
Nell’ultimo capitolo Agnoli affronta un tema particolarmente interessante: il ruolo delle donne, che “nella società ebraica è sempre stato fondamentale e ha rappresentato un tratto distintivo”.
Un’ulteriore considerazione a sostegno di questa tesi. Se guardiamo alla Finlandia, società con un altissimo livello di civiltà e uno Stato sociale invidiabile, non possiamo dimenticare che, quando era ancora un granducato autonomo dell’Impero zarista, introdusse il diritto di voto alle donne – e la possibilità di essere elette in Parlamento – già nel 1906.
E se guardiamo al Medio Oriente, nel Rojava, o Kurdistan siriano dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord, la parità tra donne e uomini è pressoché totale, con risultati significativi in un’area purtroppo segnata da tensioni e oppressioni.
In conclusione, il libro di Paolo Agnoli è da leggere. Anche per il tono leggero – ma mai superficiale – con cui affronta argomenti delicati, regalandoci, come già detto, alcuni esempi straordinari di umorismo e autoironia ebraica.
Uno su tutti, la battuta attribuita a Sigmund Freud: “Gli altri ci hanno sempre fatto soffrire, ma noi ci siamo vendicati diffondendo la psicoanalisi”.
Paolo Agnoli, Gli ebrei e la cultura, Albatros

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Ebrei: un popolo senza paragoni.
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