
Il regime Islamico dell’Iran non sembra destinato a cadere sotto l’urto di un colpo o di un attacco esterno, quanto piuttosto a consumarsi sotto il peso delle proprie contraddizioni interne.
Da anni il sistema non poggia più su una reale coesione, ma su un equilibrio fragile tra elementi incompatibili: tra l’ideologia ufficiale e la vita quotidiana dei cittadini, tra un’economia fondata sulla rendita e sui privilegi di pochi e una società in progressivo disfacimento, tra un apparato repressivo sempre più invasivo e una generazione che non è più governabile attraverso la paura. Una struttura così, anche quando appare ancora in piedi, è in realtà già profondamente lesionata.
E la storia insegna che gli edifici crepati raramente crollano per un’esplosione: più spesso cedono a una piccola, apparentemente insignificante, scivolata.
Eppure, la questione iraniana di oggi non è soltanto l’eventualità del crollo di un regime. Il problema centrale è l’assenza di un orizzonte chiaro oltre quella possibile implosione. L’opposizione che avrebbe dovuto incarnare speranza, progetto e visione per il “dopo” è essa stessa intrappolata nella frammentazione, nella rivalità logorante e nell’incapacità di produrre una narrazione condivisa della transizione. Il risultato è evidente: una società insoddisfatta, ma priva di un punto di riferimento verso cui guardare.
Ed è proprio qui che inizia il pericolo.
Il potere non tollera il vuoto. Se una forza politica legittima e democratica non riesce a dare forma al futuro, sono le strutture dure del potere a riempire quel vuoto. In Iran, tali strutture non possono che coincidere con l’apparato militare e di sicurezza.
I Pasdaran non sono semplici spettatori dell’erosione del sistema: stanno già lavorando attivamente a uno scenario “post-Repubblica Islamica”, che non mira alla democrazia, bensì alla conservazione del nucleo del potere sotto una veste rinnovata.
In questo quadro, l’ipotesi dell’emersione di una figura nuova, un “Ahmed al-Sharaa” iraniano, proveniente dall’apparato securitario/militare, non appare come fantasia politica, ma come una proiezione fondata sulle esperienze regionali. Un leader senza turbante, privo del linguaggio rivoluzionario degli anni Ottanta, ma pienamente inserito nelle reti del potere; un manager “pragmatico”, moderato nei toni e disposto a negoziare nei fatti.
Una figura del genere sarebbe, soprattutto per l’America dell’era Trump, un interlocutore accettabile: il trumpismo non ha mai fatto della democrazia una priorità, privilegiando piuttosto stabilità, controllo e possibilità di transazione.
È all’interno di questa cornice che vanno lette anche le cosiddette “proteste del bazar” di questi giorni.
Le manifestazioni dei commercianti, accompagnate dalla rabbia popolare per il collasso del potere d’acquisto, sembrano, in superficie, il segnale di una mobilitazione sociale spontanea. Ma a uno sguardo più attento, esse somigliano maggiormente a uno scontro interno tra fazioni del potere.
È naturale che una popolazione schiacciata da inflazione, svalutazione della moneta e precarietà economica reagisca a qualsiasi scintilla. Tuttavia, questa reazione non implica necessariamente che la protesta sia guidata dalla società stessa. Al contrario, è possibile che la società venga trascinata in un gioco progettato altrove.
In questo caso specifico, gli indizi suggeriscono un tentativo mirato di rimuovere Mohammad Reza Farzin dalla guida della Banca Centrale e sostituirlo con Abdolnasser Hemmati. Non si tratta di una riforma economica sostanziale, bensì di una riorganizzazione degli interessi. Una manovra che favorisce quelle reti in cui il nome di Babak Zanjani “faccendiere losco” rappresenta solo il simbolo più visibile: l’intreccio tra capitale rentier, economia securitaria e corruzione strutturale.
Le conseguenze sarebbero probabilmente una riscrittura del bilancio, una riallocazione delle risorse e, in ultima istanza, un ulteriore indebolimento del governo di Massoud Pezeshkian.
Un governo che, del resto, non è mai nato su basi di reale autorità politica, ma su un equilibrio precario, fatto di consenso minimo e di poteri limitati. Un suo eventuale crollo non andrebbe semplicemente letto come la fine di un esecutivo inefficace, bensì come un altro anello di una catena di transizione controllata del potere. Una transizione capace di archiviare un regime logoro, ma di riprodurre l’essenza dell’autoritarismo in una nuova forma.
L’Iran di oggi si trova dunque di fronte a una doppia crisi: quella del sistema e quella dell’alternativa. Senza un’opposizione coesa, responsabile e dotata di un programma chiaro per la transizione, il collasso interno non porterà necessariamente alla libertà.
La storia della regione è ricca di esempi che dimostrano come la caduta di una struttura, se non accompagnata dalla costruzione del futuro, produca soltanto una rotazione delle élite di potere, non l’emancipazione della società.
Per questo la domanda centrale non è più “quando cadrà questo regime”, ma piuttosto: quale forza, con quale legittimità e a vantaggio di quali interessi, occuperà lo spazio che esso lascerà?
La strada verso la libertà e la democrazia per il popolo iraniano si aprirà davvero?
La risposta a questa domanda non si trova né nelle strade né nei bazar di questi giorni, ma nella responsabilità storica delle forze politiche. Una responsabilità che, se non verrà assunta oggi, domani potrebbe non lasciare più spazio a nessuna risposta.
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Commento questo interessantissimo articolo con una domanda: se, quanto e sino a che punto lo scenario descritto è comune al variegatissimo mondo islamico, con ciò intendendo le realtà sia sunnita che sciita. In altre parole, come è vista la figura del leader? Per quanto mi è dato di sapere – e mi considero un ignorante in merito – in un modo non proprio in linea con la visione nel cosiddetto mondo occidentale. Sarei molto interessato ad averne l’interpretazione di una persona che proviene da quel mondo, peraltro affascinante per storia e cultura