


Dalla richiesta di cantare Bella ciao alle contestazioni contro chi ascolta Guccini o De André: quando l’arte diventa un certificato di conformità politica, il dissenso non viene discusso, ma espulso. Piccoli episodi che rivelano una concezione totalitaria della vita pubblica e privata.
Nel settembre del 2022, nell’ambito del programma televisivo spagnolo El Hormiguero, Laura Pausini fu invitata a intonare Bella ciao, canzone divenuta famosa in Spagna grazie alla scelta della serie TV La casa di carta di utilizzarla come sigla.
Laura spiegò che, trovandosi a ridosso delle elezioni politiche italiane, non le pareva opportuno. Apriti cielo! Per molti Bella ciao, canzone composta negli anni ’50 e per anni (e tuttora) spacciata come canto partigiano, rappresenta una sorta di lasciapassare: o la canti o sei un reietto. C’è insomma chi pensa che un’artista non sia libera di scegliere quali canzoni cantare e quali no.
L’antifascismo fu l’espediente retorico volto a cementare il patto costituzionale fra mondo politico comunista e mondo politico cattolico che, nel dopoguerra, consentì la nascita della Repubblica e quella canzone ne ha rappresentato per decenni la colonna sonora. O la canti o sei fascista!
Stessa sorte toccò due anni dopo ad Amadeus e Mengoni, conduttori del Festival di Sanremo. Nel corso della conferenza stampa di presentazione di quell’edizione del festival canoro, Enrico Lucci, inviato di Striscia la Notizia, sollecitò i due a intonare la canzone.
In quel caso prevalse un più che comprensibile paraculismo e, dopo essersi dichiarati antifascisti, Amadeus e Mengoni intonarono il canto con l’approvazione del giornalista, moralizzatore de noantri.
Molti anni prima, altri moralizzatori mandarono in scena ciò che è passato alla storia come “il processo del Palalido”. Il 2 aprile del 1976, a Milano, Francesco De Gregori, all’epoca ventiquattrenne, fu sottoposto a un vero e proprio processo politico sul palco. Quel tribunale del popolo, composto da un centinaio di fanatici, lo accusò di un cachet esoso, di essere un “compagno traditore” che utilizzava gli ideali della sinistra per arricchirsi.
L’artista interruppe lo spettacolo e si rifugiò nei camerini, dove peraltro fu raggiunto da una decina di esagitati, uno armato di pistola. Lo costrinsero a tornare sul palco, dove gli lessero un comunicato nel quale, citando Majakovskij, lo esortavano al suicidio.
A quel concerto erano presenti molti colleghi dell’artista, ma gli unici che al termine della violenza si strinsero intorno a Francesco per provare a rincuorarlo furono i Pooh, ebbene sì, proprio quelli meno impegnati, gli unici fra i presenti che, probabilmente, non hanno mai cantato Bella ciao. Francesco annullò il tour e per due anni si ritirò dalle scene.
Insomma, la pretesa che gli artisti si uniformino al pensiero considerato ribelle, quindi moralmente giusto, viene da lontano.
Ma veniamo ai giorni nostri: lo scorso 6 agosto muore all’età di 86 anni il cantautore Francesco Guccini. Giorgia Meloni, in una nota ufficiale di cordoglio, esprime non solo il suo dispiacere, ma anche quanto alcune delle canzoni del cantautore emiliano abbiano segnato il suo percorso di vita.
Ancora una volta, apriti cielo! A Meloni non può piacere Guccini e se dice che le piace mente, quindi il suo comunicato è ipocrita. Insomma, non solo un cantante non è libero di cantare le canzoni che vuole, non solo un conduttore deve sottostare al rito iniziatico di Bella ciao, ma qualcuno decide anche a chi un artista può piacere e a chi no.
Qualche giorno dopo, la scena si ripete sia pure con diversi protagonisti: Matteo Salvini è contestato a un concerto tributo a Fabrizio De André, di cui il politico si è sempre dichiarato sincero ammiratore. Dori Ghezzi, moglie dell’artista, è dovuta intervenire per riportare la calma, difendendo la presenza di Salvini e sottolineando quanto la musica debba e possa unire persone fra loro diverse.
Ma la contestazione è proseguita anche nei giorni successivi, tanto che la giovane Alice, nipote di Fabrizio, in un video divenuto virale, accusa Salvini garantendo che il nonno “avrebbe fermato il concerto per chiedergli che cazzo ci faceva lì”. Insomma, qualcuno decide anche chi può e chi non può assistere a un concerto.
Negli stessi giorni, il cantante Boy George pubblica il brano We will dance again, col quale si schiera apertamente in favore del popolo ebraico. Scelta legittima? Eh no, se ti schieri dalla parte dei palestinesi, va bene, se no non hai diritto di cittadinanza.
Così George ha dovuto rinunciare al ruolo di re Erode nel musical Jesus Christ Superstar, ha subito il rifiuto di tanti musicisti di suonare con lui dal vivo, ha visto il suo brano rimosso da diverse piattaforme di streaming.
Cosa hanno in comune tutti questi episodi? Forse un atteggiamento violento? Forse una pretesa di conformismo? Forse una vocazione autoritaria? Non esattamente. Hanno in comune una concezione totalitaria dell’esistenza.
Si tratta di una concezione assai diffusa, che azzera la separazione fra sfera pubblica e privata e pretende di orientare e controllare non solo i comportamenti sociali, ma anche i pensieri, i sentimenti, la morale.
Si dice che il nazismo si insinuò nel tessuto sociale, nell’indifferenza dei più. Non è così: si insinuò fra gli applausi dei più, fra gli applausi di chi fin da subito aveva aderito alla propaganda e ne ripeteva a pappagallo gli slogan.
Si sventolava il vessillo nazionalsocialista con lo stesso spirito, lo stesso entusiasmo e la stessa ottusità con cui si sventola oggi quello “palestinese”.
Soprattutto i più giovani tendono a farsi travolgere dal ribellismo conformista poiché nel pensiero unico trovano una risposta ai loro dilemmi esistenziali di adolescenti. Le ultime milizie rimaste fedeli a Hitler erano in gran parte composte da minorenni.
Altrettanto fu per la gran parte dei soldati appartenenti alla Repubblica di Salò. Anche i più feroci protagonisti della Rivoluzione Culturale cinese erano minorenni, moralizzatori del partito.
Sono minorenni buona parte dei terroristi islamisti, ancorché Hamas li definisca “bambini di Gaza”, sì, gli stessi ai quali, a dir poco imprudentemente, taluni, forse in buona fede, vorrebbero assegnare il premio Nobel per la pace.
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