


Una candidatura che trasforma il Nobel da riconoscimento del merito in premio alla sofferenza simbolicamente spendibile. Al centro non ci sono davvero i bambini di Gaza, ma il loro uso come arma morale per attribuire innocenza e colpa assolute.
Chi osserva l’attenzione ossessiva riservata a Israele nel dibattito occidentale è costretto ogni giorno a porsi domande elementari. L’ultima nasce dalla proposta di assegnare il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza, presentati dai promotori come simbolo dell’«infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi».
Ora, se il significato vuole essere davvero universale, perché nessuno ha organizzato una campagna pubblica per candidare al Nobel i bambini ucraini deportati in Russia? Perché non è accaduto per quelli di Sarajevo, assediati per quattro anni sotto il tiro dei cecchini; per quelli del Ruanda, massacrati a colpi di machete; per quelli della Siria, soffocati dal gas; o per quelli dello Yemen, morti di fame in una guerra quasi invisibile?
Per i bambini di Gaza, invece, la proposta esiste. Nata nel 2025 dall’associazione pugliese “L’isola che non c’è”, è stata presentata alla Camera, sostenuta da enti e istituzioni locali e rilanciata da Avvenire, raccogliendo centinaia di adesioni: da numerosi intellettuali alla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein.
La disparità dimostra che le altre vittime siano state dimenticate? Non è dato saperlo. Gli archivi delle candidature al Nobel restano segreti per cinquant’anni, quindi nessuno può affermare che proposte simili non siano mai state avanzate. Ma una mobilitazione pubblica e trasversale paragonabile a quella italiana per Gaza non si ricorda.
Perché, allora, proprio Gaza?
Una prima risposta, che già dovrebbe mettere sull’avviso, è che non siamo realmente davanti a una candidatura. Il Nobel per la Pace può essere assegnato a persone o organizzazioni identificabili. Non a un popolo, a una generazione o a una categoria anonima di vittime.
Anche un soggetto abilitato può presentare una proposta eccentrica: in passato sono stati candidati pubblicamente Internet e il movimento Black Lives Matter. Ma una candidatura non equivale né a un’approvazione né a un riconoscimento del Comitato Nobel. E una formula come “i bambini di Gaza” non potrebbe produrre il risultato che annuncia.
Ma allora, se non è una vera candidatura, cos’è? Semplicemente è il solito manifesto che mentre parla di Gaza pensa ad Israele. Ma allora un manifesto va giudicato non soltanto per la nobiltà delle intenzioni, ma per il soggetto che sceglie, le parole che adopera e le assenze che produce.
Avvenire ha previsto l’obiezione. Nel presentare l’iniziativa ha ricordato anche i bambini israeliani uccisi il 7 ottobre, quelli ucraini e russi, iraniani e sudanesi, rivendicando così il valore universale dell’appello.
È una precisazione che però non elimina la contraddizione: universale sarà anche il significato dichiarato, ma particolare è il soggetto prescelto. Tutti i bambini compaiono nella spiegazione. Soltanto quelli di Gaza nel titolo, nell’appello, nella raccolta delle firme e nella candidatura.
Non sarà una discriminazione ma è certamente una scelta. Una scelta politica.
E lungi da noi assegnare a “politica” il significato di falsa o cinica. La compassione può essere autentica e, nello stesso tempo, orientata da una gerarchia delle urgenze e dall’identificazione con una causa. Ma occorre riconoscere che questo manifesto non si limita a proclamare che i bambini non devono morire in guerra. Indica proprio Gaza.
E la domanda si ripropone. Perché mai se una singola infanzia viene elevata a rappresentazione universale del dolore deve essere proprio quella di Gaza? Perché una tragedia diventa simbolo e le altre soltanto una precisazione a corredo?
Pensiamo che la risposta non vada cercata nella quantità di dolore, ma nella funzione che Gaza svolge nel dibattito occidentale. Gaza è diventata il dispositivo attraverso cui una parte dell’opinione pubblica definisce se stessa.
Paranoia da sionisti? Ci ha tolto d’impaccio Laura Boldrini che, aderendo alla campagna, ha scritto che più di 21mila bambini sarebbero stati «intenzionalmente uccisi a Gaza […] per volontà del governo Netanyahu».
L’avverbio, rafforzato da «per volontà», non attribuisce soltanto una responsabilità: attribuisce uno scopo. Non sostiene che quei bambini siano morti durante le operazioni israeliane, né che la loro morte sia stata accettata come una conseguenza di una guerra. Afferma che ucciderli sia stato un atto deliberato.

E allora ecco perché. Scegliere i bambini di Gaza come emblema universale significa soprattutto indicare Israele come lo Stato criminale per antonomasia. Alla vittima assoluta viene fatto corrispondere un colpevole assoluto: una volta stabilita questa cornice, il gioco è fatto.
Forse è esattamente ciò che i promotori intendono affermare: che la condotta israeliana rappresenta uno scandalo morale senza equivalenti e che l’Occidente vi assiste con indifferenza o complicità. Sarebbe però più trasparente dichiararlo, invece di presentare una parte come se coincidesse naturalmente con il tutto.
Nulla di questo ridimensiona la tragedia dei minori di Gaza. Ma colpisce come il loro destino sembri essere sempre lo stesso: essere usati. Usati da Hamas come scudi umani, usati come bambini soldato, usati come materiale di propaganda davanti alle telecamere.
E ora usati anche dall’Occidente, per il quale quei bambini sono il capo d’imputazione più efficace mai formulato contro Israele. Un’infanzia sofferente è l’argomento che non ammette replica, e chi la brandisce non cerca il loro soccorso ma la condanna del mostro.
È dentro questa rappresentazione che i bambini israeliani massacrati o rapiti, quelli ucraini deportati e quelli sudanesi, siriani e yemeniti finiscono nelle note a margine: non perché la loro sofferenza venga esplicitamente negata, ma perché non serve allo scopo.
Compatire Gaza è una dichiarazione di identità, che porta con sé un imputato già designato. È questo rendimento simbolico – la possibilità di trasformare il lutto in posizionamento e il posizionamento in un verdetto contro Israele – che le altre tragedie, evidentemente, non offrono.
Male. Per l’ennesima volta male. Anzi malissimo.
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Recentemente nei commenti a un ottimo post, che ho ripreso nel mio blog, un tizio ha parlato di “genocidio portato scientificamente avanti” e un altro degli “spiacevoli eventi del 7 ottobre”, più o meno come quel pranzo in cui il riso mi è scappato di mezzo minuto e purtroppo si sentiva, ed è stato davvero spiacevole, soprattutto perché era la prima volta che quelle persone mangiavano a casa mia. D’accordo che loro non sono la signora Boldrini e le loro affermazioni non hanno lo stesso peso pubblico, però è il segno evidente della diffusione di queste opinioni.
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