


Azzecca-garbugli e il Conte zio incarnano due forme complementari del potere corrotto nei “Promessi sposi”: il leguleio pronto a servire il sopruso e il nobile che trasforma la propria nullità in credito, fino a rendersi complice dell’ingiustizia.
Primo personaggio
È un avvocato intimo amico e complice delle prepotenze di don Rodrigo. Viene introdotto nel cap. III, quando Agnese consiglia a Renzo di recarsi da lui per chiedere un parere legale sul sopruso subìto da parte del signorotto, che aveva minacciato don Abbondio perché non celebrasse il matrimonio con Lucia.
La donna spiega al giovane che quello di “Azzecca-garbugli” è un soprannome (allude alla sua presunta capacità di sbrogliare le questioni giudiziarie), mentre il vero nome dell’avvocato non viene mai fatto (né, quindi, può farlo chi scrive).
Renzo si reca nel suo studio ed espone il suo caso, ma l’avvocato cade in un grossolano errore e scambia Renzo per un “bravo”, cioè uno sgherro al soldo dei nobili, spiegandogli poi come farà a tirarlo fuori dai guai (ovvero subornando testimoni, minacciando le vittime e invocando la protezione dei potenti).
Quando Renzo fa il nome di don Rodrigo, l’avvocato va su tutte le furie e caccia via malamente il giovane senza sentire ragioni. Il suo colloquio con Renzo è una sorta di “commedia degli equivoci”, che rappresenta il degrado etico-politico della società seicentesca.
Secondo personaggio
“[Anche] il Conte zio è un anonimo. È così, sostanzialmente, nullo [che] ha la forza della sua stessa nullità. Accoppiata alla sua qualità di conte, alla dignità di membro del Consiglio segreto, quella nullità si trasforma in una risultante tutta prestigiosa, che si chiama credito: in una virtù fatta di illusione, di prospettiva ottica che svanisce in niente ogni volta che le si va vicino.
Il conte zio sa che la sua forza è in questo credito: egli non ha mai niente da dire, niente da proporre; ma nel far valere quel niente, nel lasciare intravvedere chi sa che in quel niente, è maestro. […]
Il conte zio, di quel suo niente divenuto una potenza, di quel suo credito, ha piena consapevolezza: e guai a chi lo tocca! Il diletto nipote Attilio […] con la sfrontata intuizione della sua monelleria, che del cervello lo zio ne avesse poco, che la circospezione del valentuomo fosse tardità intellettuale, lo sapeva bene: e perciò dalla lontana, come chi esprime un parere proprio, insinua nel vecchio l’idea, a cui forse egli non sarebbe arrivato da sé, di far rimuovere da Pescarenico il padre Cristoforo. […]
Ma il conte zio ha non solamente un amore ombroso per la sua carica e per il suo credito: ha un amore anche più ombroso per il suo sangue e per il suo nome: che sono, del resto, la base vera anche di quel credito.
Il suo sangue e il suo nome sono, in fondo, tutto lui: perché egli, per sé, non è niente. Il conte Attilio lo sa e, per averlo protettore sicuro contro il padre Cristoforo, non conosce miglior mezzo che di fargli intendere che il frate non ha nessun riguardo all’alta parentela di don Rodrigo. […]
E in questa difesa, innanzi tutto del suo sangue, la vanità del conte zio si trasforma – come tante volte accade delle vanità – in una vera e propria ingiustizia: l’angustia del cervello diventa miseria di cuore: l’uomo ridicolo diventa cattivo […].
E accoglie senz’altro l’insinuazione tanto codarda quanto puerile che il padre sia un rivale di Rodrigo, nel contendersi Lucia: e da quella insinuazione prenderà le mosse il suo gran discorso al padre provinciale […].
Il conte è tutto lui in questa funzione, che è tutta sua e dell’arte sua: si tratta di conquistare un’altra autorità: e la conquista accadrà in virtù di quella forma, che per quel diplomatico è la più efficace e la più reale delle sostanze.”
(Eugenio Donadoni, da “Scritti e discorsi letterari”, Sansoni, 1921).
Morale dei due personaggi:
- Mai fidarsi di un leguleio che si mette al servizio dei propositi delittuosi di un tirannello;
- Mai fidarsi di un Conte che trasforma la propria nullità in autorevolezza.
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