
Spulciando tra gli archivi per la storia del movimento operaio, mi sono imbattuto nel resoconto — ripreso dagli Atti parlamentari — delle sedute che il 6 marzo 1953 Senato e Camera dedicarono alla commemorazione di Stalin. Come osserva Giorgio Amico, il curatore del quaderno, si tratta di un documento importante non solo per comprendere meglio il clima dei primi anni della storia repubblicana, ma anche per approfondire la conoscenza degli stretti legami della sinistra di allora con lo stalinismo e la propaganda sovietica.
Lo testimonia l’intervento alla Camera del suo leader indiscusso, il segretario del Pci Palmiro Togliatti. Non sfugga al lettore la sua citazione manzoniana, quel “percossi e attoniti” che di fatto assimila Stalin a Napoleone. È un pezzo da antologia.
La storia, si sa, è impietosa e non fa sconti. Tre anni dopo, proprio uno dei principali complici di Stalin, quel Nikita Krusciov responsabile dello sterminio per fame dei contadini ucraini insofferenti del potere sovietico, rivelerà al mondo gli orrori della dittatura staliniana. Era la conferma di ciò che Souvarine, Serge, Silone — per menzionare alcuni dei testimoni più noti di quegli orrori — avevano coraggiosamente sostenuto già dalla fine degli anni Venti.
Ma non servirà a molto. La verità rende libero solo chi vuole essere libero. Lo dimostrerà sempre in quel 1956 la difesa ostinata dell’Urss da parte dello stesso Togliatti durante i “fatti di Budapest”.
Camera dei Deputati
Seduta del 6 marzo 1953
Commemorazione di Giuseppe Stalin
Togliatti: Chiedo di parlare.
Presidente: Ne ha facoltà.
“Questa notte Giuseppe Stalin è morto.
È difficile per me parlare, signor Presidente. L’anima è oppressa dall’angoscia per la scomparsa dell’uomo più di tutti venerato e amato, per la perdita del maestro, del compagno, dell’amico. Ma questa stessa angoscia, onorevoli colleghi, stringe oggi il cuore di decine di milioni, anzi di centinaia e centinaia di milioni di uomini, da oriente a occidente, nel mondo intero; stringe il cuore, anzi, di tutta l’umanità civile, perché non è necessario aver condiviso le idee di Giuseppe Stalin, né averne esaltato le opere, per rimanere percossi e attoniti nel momento in cui si chiude questa vita prodigiosa. Solo un animo meschino, cattivo, spregevole, potrebbe essere capace in questo momento di recriminazioni vane.
Giuseppe Stalin è un gigante del pensiero, è un gigante dell’azione. Col suo nome verrà chiamato un secolo intero — il più drammatico forse, certo il più denso di eventi decisivi — della storia faticosa e gloriosa del genere umano: è il secolo in cui finisce un ordine economico e politico, muore una civiltà, e un ordine e una civiltà nuovi si generano e si creano dal lavoro, dalla passione, dalle sofferenze anche, degli uomini.
Stalin fu artefice geniale di questa creazione immane, capo riconosciuto della classe più avanzata che mai sia apparsa sulla scena della storia, guida di popoli su un cammino nuovo. Insieme con Lenin fu a capo della rivoluzione socialista dell’ottobre 1917, il più profondo rivolgimento politico e sociale che mai sia stato. Insieme con Lenin gettò le basi del nuovo ordinamento economico e politico, le fondamenta dello Stato socialista.
A lui spettò poi affrontare, dibattere, risolvere i problemi formidabili, nuovi, assolutamente nuovi, posti dallo sviluppo e dal consolidamento di questo Stato. Li risolse: superò le difficoltà oggettive, trionfò di tutti i nemici, di quelli di fuori e di quelli di dentro; il suo paese, il primo paese socialista, fu da lui portato al rinnovamento economico, al benessere, alla compatta unità interna, alla potenza.
Oggi è il primo nel mondo per lo slancio produttivo ininterrotto, per la fiducia profonda che anima i popoli che lo abitano, passati attraverso mille prove, oggi uniti nella sicurezza del loro avvenire. Stalin li ha guidati, Stalin continuerà a guidarli con il suo insegnamento immortale.
Nella grande famiglia dei popoli e degli Stati che dall’inizio della prima guerra mondiale a oggi hanno vissuto e vivono ore di tragedia, lacerati, spinti gli uni contro gli altri in conflitti sanguinosi, ogni volta che viene pronunciata una parola di pace, ogni volta che si compie un atto che può assicurare la pace, ivi troviamo Stalin, la sua mente saggia e prudente, il suo animo sollecito di assicurare ai popoli quella che è necessità prima alla loro esistenza: la pace; e non solo per un giorno o per un anno, ma per un intero periodo della storia, una pace fondata su comprensione, tolleranza, collaborazione reciproca.
Stalin fu l’alfiere della politica di sicurezza collettiva alla vigilia della seconda guerra mondiale. Quando vide fallire questa politica davanti alla brutale offensiva fascista e alla doppiezza e pusillanimità di altri gruppi dirigenti, Stalin fece almeno tutto quello che poteva per salvare dal flagello della guerra, fino all’ultimo, i popoli sovietici.
Quando i popoli sovietici, nonostante tutto, furono vilmente aggrediti, li condusse alla vittoria più grande che si potesse sperare. Durante tutta l’ultima guerra da Stalin venne a tutti i popoli amanti di libertà e di pace l’ammonimento severo a unirsi, a combattere uniti, perché questa era la sola via di vittoria.
Perciò la vittoria militare sul fascismo avrà nella storia prima di tutto il nome di Stalin, e il nome di Stalin ha oggi per tutti i popoli quella politica che vede e cerca nella pacifica convivenza fra sistemi economici e politici diversi la via sicura di una pace durevole per tutto il genere umano. Proposte di pace furono tutte quelle da lui fatte nel corso degli anni più recenti fino all’ultima, del Natale dell’anno scorso, che ha acceso tante speranze non ancora spente.
Sicuri interpreti dell’animo del popolo italiano, onoriamo in Stalin il fondatore e capo dello Stato socialista, il vittorioso sul fascismo, l’alfiere della pace. Inchiniamoci all’uomo che ha incarnato in sé, difeso e portato al trionfo una causa che è nel cuore di tutti gli uomini semplici: la causa del progresso sociale, del socialismo, della fraternità fra tutte le nazioni.
Onoriamolo come italiani. È stato Stalin — nessuno può averlo dimenticato — che nel terribile 1944 per primo tese al nostro popolo la mano. Ricordo il colloquio con lui in quell’anno, prima del mio ritorno in Italia: per il nostro paese, che pure il fascismo aveva gettato contro la Russia in una guerra scellerata, egli non ebbe che parole di comprensione e di sollecitudine per il nostro avvenire, per la restaurazione completa dell’indipendenza del nostro popolo.
Primo egli riconobbe, mentre ancora durava la guerra, la sovranità dello Stato italiano e ci offrì, con l’amicizia, una strada che sarebbe stata quella della salvezza totale e rapida non solo della sovranità, ma anche della nostra integrità.
Inviamo l’espressione del nostro cordoglio al governo sovietico, al partito comunista, ai popoli dell’Unione Sovietica. Sappiamo quanto grave e irreparabile sia per loro, come per noi, come per tutta l’umanità, la perdita di Stalin.
Siamo certi che gli uomini e i popoli da lui educati e guidati sapranno andare avanti, fermi e sicuri di sé, sulla via di progresso e di pace da lui tracciata. L’eredità che egli lascia nella dottrina e nell’azione politica, la traccia che egli ha impresso nella mente e nel cuore degli uomini è troppo profonda perché da essa ci si possa allontanare.
Scompare l’uomo, si spegne la mente del pensatore intrepido, ha termine la vita eroica del combattente vittorioso. La sua causa trionfa, la sua causa trionferà in tutto il mondo.
Io le sarei grato, signor Presidente, se, a significare il nostro cordoglio, Ella volesse disporre una sospensione della seduta.”
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Erano altri tempi, c’era la guerra fredda e bisognava stare di qua o di là. Almeno pubblicamente. Nella pratica il PCI di Togliatti ebbe una stretta collaborazione con la DC nel far passare le leggi che consentirono all’Italia di passare da paese agricolo distrutto dalla guerra a una delle prime potenze mondiali. Sulle piazze e in aula, a favore di radio e stampa, lo scontro era aspro e spettacolare, nel chiuso delle commissioni collaboravano. Era il famoso consociativismo
Molto interessante come documento storico. Sarebbe interessante sapere quanto, della roboante retorica, dei numerosi errori storici, della proclamata fede assoluta nella grandezza del personaggio, fosse da Togliatti sinceramente condiviso…e quanto invece fosse semplicemente, e “bassamente”, politica.
Togliatti, nella mia personalissima classifica è sul podio di nemici della Patria.
Comunque le boiate espresse in quel 6 Marzo 1953 aiutano a capire l’atteggiamento odierno della sinistra, in merito alla posizione filo russa e palestinese.
Più ne ammazzi (poco importa se in guerra, per terrorismo o per semplice divertimento ), più sei tenuto in considerazione dai sinistri italici!!!
Spero davvero che esista un aldilà dove ciascuno potrà rivedere la propria vita, potendo congratularsi con sé stesso a volte, più spesso dovendosi vergognare.