

La piega sempre più radicale assunta dal PD, su impulso dell’attuale segretaria, impone una riflessione profonda e preoccupata soprattutto all’elettorato d’opinione che negli anni lo ha sempre votato.
L’idea del “campo largo” a ogni costo è il tarlo che sta minando alle fondamenta l’ubi consistat della sinistra di governo, quella che ha permesso nel recente passato agli ex comunisti di entrare nella stanza dei bottoni.
Oggi a sinistra del PD si collocano due forze, M5S e AVS, che insieme sfiorano nei sondaggi il 20 per cento, quindi in grado di condizionare un PD accreditato di uno scarso 23 per cento.
È vero che il PCI si trovò spesso ad avere un partito alla sua sinistra, ma con percentuali irrisorie che non ne mettevano in dubbio l’incontrastata leadership.
Anzi, in più occasioni i comunisti hanno funto da moderatori delle spinte più radicali: personaggi come Giorgio Napolitano nella corrente migliorista, Luciano Lama nel sindacato e intellettuali come Pier Paolo Pasolini sono esempi di un rapporto dialettico con la società non viziato dall’ideologismo.
Ha avuto la stessa funzione moderatrice anche il sostanziale consociativismo iniziato con la svolta di Salerno, proseguito con l’amnistia Togliatti e culminato con la convergenza sul Concordato (art. 7) alla Costituente.
Pur nella sua costante opposizione — a volte durissima, a volte ottusa — il PCI fu parte integrante del cosiddetto “arco costituzionale”, che teneva fuori in particolare gli ex fascisti, ma anche le frange più estreme della sinistra.
Non a caso, il partito allora presieduto da Berlinguer aderì con la DC alla posizione della “fermezza” nella gestione del caso Moro, in contrasto con socialisti e radicali.
Il mondo è cambiato. La classe dirigente del PCI era interclassista, costituita da operai, sindacalisti, ma anche borghesi e intellettuali. Esisteva la scuola delle Frattocchie, dove si preparavano i quadri.
Oggi ai vertici ci sono burocrati, radicali delle ZTL, ex DC maestri del correntismo, mentre in periferia trionfano i potentati locali alla De Luca ed Emiliano.
Questo stato di cose fa dire che il PD attuale non è più un partito di centrosinistra: si è accomodato in una posizione sostanzialmente populista (per arginare i 5S?), non riesce a crescere e, soprattutto, non ha una visione che si trasformi in un programma di governo da proporre agli elettori.
Sembra non aver imparato nulla dalla contrapposizione con Berlusconi, che lo ha visto perdente salvo i due casi Prodi — e sappiamo come sono finiti.
Con Meloni & C. si sta ripetendo lo stesso copione. Il centrodestra regge più o meno compatto, con una tendenza a migliorare le proprie posizioni e con la novità di Forza Italia in crescita mentre la Lega arretra.
Solo una modifica della legge elettorale, con l’introduzione di una massiccia quota proporzionale, potrebbe rimettere le cose in movimento. Altrimenti, lunga vita sarà garantita all’attuale maggioranza.
Poiché una delle discriminanti attuali è la politica estera, potrebbe accadere che la corrente riformista del PD trasformi gli attuali dolori di pancia in uscite dal partito, magari alla spicciolata.
Nella vicenda di Gaza si sono rincorse le posizioni più estremiste dell’opinione pubblica, mentre l’appoggio all’Ucraina è un retaggio più sopportato che convinto delle posizioni delle precedenti segreterie, ed è motivo di contrasto con gli alleati più a sinistra.
Dopo la batosta delle Marche, gli esiti delle prossime consultazioni regionali, il prevedibile referendum sulla divisione delle carriere e gli altrettanto prevedibili animati dibattiti sull’aumento dei fondi per la difesa saranno la cartina al tornasole della tenuta dell’ineffabile segretaria Elly Schlein.
Sopportata dall’ala riformista — ironicamente definita gruppettara dai detrattori —, votata alle primarie da un nutrito stuolo di grillini e appoggiata da Dario Franceschini, miglior epigono del cinismo democristiano.
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Sembrerebbe essere l’occasione per il sempre mai compiuto e unito centro liberale democratico di farsi avanti e proporsi come bilancia tra le due parti rappresentate ormai in buona parte dagli estremismi.
Storicamente purtroppo è una fetta minoritaria dell’elettorato, nella prima Repubblica PRI e PLI insieme non sono mai arrivati a sommare un 10%.
Oggi Calenda e Renzi seguono strade diverse, l’occasione era quella, ma è miseramente sfumata.
“Si butta” nel senso che “si butta via …”
L’ironia salva il mondo
Metto un convinto “mi piace”, ma avvolto nella più profonda tristezza, perché io non riesco ancora a capacitarmi di come stiano evaporando in silenzio le aspirazioni, le attese, lo slancio progressista e riformista che dal “Lingotto” di Veltroniana memoria avevano appassionato e coinvolto così tanta gente (me per primo).
Sono mosso dagli stessi sentimenti, mi preoccupa non avere un partito da votare
Centrata e affondata
Magari!