

Meloni non ha chiuso la porta a Vannacci: ha ridefinito il terreno sul quale verrà giudicato. Presentandolo come inaffidabile, utile alla sinistra e incapace di trasformare voti in governo, ha parlato direttamente al suo elettorato. La risposta identitaria del generale ha consolidato i fedelissimi, ma ha accettato il frame imposto dalla presidente del Consiglio.
Il 16 settembre 2026, dopo il Consiglio dei ministri che aveva approvato l’abolizione del bollo auto, un giornalista ha chiesto alla presidente del Consiglio se escludesse un’alleanza futura con Roberto Vannacci. Meloni non ha pronunciato la parola «mai». Ha fatto qualcosa di molto più efficace.
«Ho sentito l’onorevole Vannacci dire che le alleanze si fanno sul rispetto degli impegni presi con i cittadini. Devo segnalare che però parliamo di un partito, Futuro Nazionale, che oggi è composto da tutti parlamentari che sono stati eletti nel centrodestra per votare i provvedimenti del centrodestra e rappresentare i cittadini che hanno votato centrodestra, e che oggi si trovano in un partito che vota con l’opposizione contro quei provvedimenti e contro quel programma. E chiaramente quando questo accade una volta può accadere anche la seconda. E per me, voglio ricordare, è sempre molto più importante vincere per governare.»
Vannacci ha risposto su Instagram poche ore dopo: «A me non interessa governare, non ho bisogno di una poltrona, a me interessa governare bene e non tradire le aspettative dei miei elettori». Una risposta netta, identitaria, costruita per il proprio elettorato più fedele.
Ed è stata, politicamente e comunicativamente, la risposta sbagliata – non perché fosse falsa, ma perché rispondeva a una domanda che Meloni non aveva fatto.
In questa puntata di Note strategiche spieghiamo perché quella conferenza stampa è un caso di scuola di governo della comunicazione e perché Vannacci si è trovato all’angolo prima ancora di poter rispondere.
I punti deboli di Futuro Nazionale
Futuro Nazionale nasce il 6 febbraio 2026 dalla scissione di Vannacci dalla Lega, portando con sé otto deputati alla Camera, tutti eletti nelle liste del centrodestra alle elezioni del 2022.
È il primo punto debole strutturale del partito: la sua rappresentanza parlamentare non ha un mandato autonomo degli elettori. Chi ha votato quelle liste votava il centrodestra, il suo programma, la sua coalizione. Non Futuro Nazionale, che all’epoca non esisteva.
Vannacci ha costruito il partito a partire da un capitale parlamentare che non era originariamente suo e che oggi usa per colpire la coalizione da cui proveniva.
Il secondo punto debole è il voto utile. Con la legge elettorale vigente, un partito fuori dalla coalizione che non raggiunge soglie significative disperde il proprio peso politico. Futuro Nazionale nei sondaggi oscilla tra il 4 e il 7% – abbastanza per entrare in Parlamento, non abbastanza per determinare un governo.
L’elettore che vuole un governo di centrodestra ha un problema concreto: un voto a Vannacci fuori dalla coalizione non produce governo di centrodestra. Produce opposizione con qualche seggio in più.
Il terzo punto debole è il posizionamento sull’Ucraina. Futuro Nazionale ha votato contro il decreto che autorizzava ulteriori aiuti militari all’Ucraina, la linea su cui Meloni ha costruito la propria credibilità internazionale e il proprio posizionamento atlantista.
Il 12 settembre, quattro giorni prima della conferenza stampa, Meloni aveva già dichiarato di non essere disponibile ad allearsi con i «finti patrioti» che votano contro il sostegno all’Ucraina. Vannacci non era stato nominato. Non era necessario.
Il quarto punto debole è quello che in politologia si chiama il problema della coerenza del mandato: un partito che nasce dall’interno di una coalizione di governo, porta con sé parlamentari eletti con quella coalizione e si posiziona all’opposizione della stessa fatica a costruire un’identità credibile agli occhi di un elettorato che vuole risultati di governo.
La purezza ideologica è una risorsa politica potente, ma ha un costo elettorale che cresce man mano che le elezioni si avvicinano.
Il governo della comunicazione in azione
Quello che Meloni ha fatto il 16 settembre non è stata una risposta a Vannacci. È stato un intervento sull’ambiente interpretativo dentro cui qualsiasi posizione futura di Vannacci verrà valutata dal suo stesso elettorato.
Il governo della comunicazione – così come elaborato nel programma di ricerca dell’Istituto Delphi – non agisce sui singoli messaggi, ma sulle condizioni dentro cui qualsiasi messaggio viene ricevuto. Non convince: ridefinisce il terreno su cui tutte le battaglie future si combatteranno.
Meloni non ha detto «Vannacci ha torto» – ha costruito le condizioni in cui qualsiasi cosa dica Vannacci viene letta attraverso un frame preciso: vuole governare o vuole perdere?
Le mosse sono state quattro, ciascuna calibrata su un punto debole specifico – quello che il modello dell’adottabilità del frame chiama variabile ?: la debolezza strutturale dell’avversario che aumenta il coefficiente di adottabilità del frame proposto.
Meloni non ha costruito le debolezze di Vannacci – le ha nominate, nel momento giusto, davanti alle telecamere.
La prima mossa: «un partito composto da tutti parlamentari che sono stati eletti nel centrodestra». Il mandato che avete non è vostro – colpisce il punto debole della legittimità parlamentare di Futuro Nazionale.
La seconda: «oggi votano con l’opposizione contro quei provvedimenti». State facendo il gioco della sinistra – il frame più potente nell’elettorato di destra, l’accusa di oggettiva utilità alla parte avversa indipendentemente dalle intenzioni dichiarate.
La terza: «quando questo accade una volta può accadere anche la seconda». Non siete affidabili come alleati di governo – risposta preventiva a qualsiasi futura proposta di accordo, condizionata a una prova di affidabilità che Futuro Nazionale non può dare mentre è all’opposizione.
La quarta, la più letale: «è sempre molto più importante vincere per governare». Messaggio diretto all’elettorato di Vannacci: un voto al generale fuori dalla coalizione non produce governo. Produce opposizione.
Meloni non ha parlato a Vannacci, ha parlato ai suoi elettori.
La risposta di Vannacci e il cortocircuito
Vannacci ha risposto con una mossa identitaria precisa: «A me non interessa governare, non ho bisogno di una poltrona, a me interessa governare bene e non tradire le aspettative dei miei elettori».
Sul piano politologico, è la risposta corretta per il proprio elettorato più fedele – chi ha scelto Futuro Nazionale proprio per la rottura con il centrodestra moderato, per la purezza ideologica, per il rifiuto del compromesso. È una risposta che consolida il nucleo duro.
Sul piano comunicativo, è una mossa al secondo livello – il livello dei singoli messaggi – dentro un ambiente interpretativo che Meloni aveva già modificato al terzo livello.
Questo è il meccanismo centrale del governo della comunicazione: quando un attore ridefinisce le condizioni dentro cui i messaggi vengono ricevuti, le risposte dell’avversario – anche quelle tecnicamente corrette nel proprio frame – vengono processate dentro il frame dell’avversario, non nel proprio.
Vannacci ha risposto alla domanda «vuoi una poltrona?» – che Meloni non aveva fatto. Meloni aveva fatto la domanda «serve votarti?» – e a quella Vannacci non ha risposto.
Il cortocircuito è emerso immediatamente, direttamente sotto il reel con cui Vannacci aveva risposto a Meloni. Le pagine locali di Futuro Nazionale – Bergamo, Milano, altre città – avevano commentato il video per dargli sostegno.
Ma sotto quello stesso reel, insieme ai loro commenti di sostegno, sono arrivati i commenti degli elettori vannacciani: «Vuoi governare bene? Allora devi allearti con Meloni». «Se andiamo divisi vince la sinistra». «State facendo il gioco dei comunisti».
Le pagine locali che erano corse in soccorso del generale si sono ritrovate travolte dagli stessi commenti – non dalla sinistra, dal proprio potenziale elettorato. Il messaggio di Meloni aveva già modificato l’ambiente interpretativo dentro cui Vannacci parlava ai propri sostenitori – e quei sostenitori lo avevano recepito prima ancora che le pagine locali potessero difenderlo.
È la prova empirica più diretta dell’efficacia del governo della comunicazione: non serve convincere l’avversario, basta modificare il terreno su cui il suo stesso elettorato lo giudica.
Vannacci è stato bravo. Ma il terreno non lo deciderà lui
Va detto con chiarezza: Vannacci ha fatto cose difficili e le ha fatte bene. Ha costruito un partito dal nulla in pochi mesi, ha elaborato una proposta politica e comunicativa sufficientemente distinta da giustificare la scissione e ha sottratto voti reali e consistenti al centrodestra – non alle sue frange marginali, ma al suo elettorato strutturale.
È questa la minaccia che Meloni deve gestire: non un avversario improvvisato, ma un politico che ha dimostrato di saper costruire consenso sottraendolo alla coalizione che lo aveva eletto.
Il problema di Vannacci non è la qualità della sua comunicazione. È che il terreno su cui questo scontro si gioca non lo decide lui.
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Ho già visto un film del genere, a livello di elezioni amministrative, in una città di medie dimensioni. Una coalizione uscente di centro-destra moderato, sulla carta maggioritaria con ampio margine, sconfitta dalla sinistra grazie all’emorragia di voti provocata da candidati “alternativi” di destra. Questi ultimi, totalmente incuranti di “portare acqua al mulino” della loro controparte politica, hanno condotto per mesi e mesi una campagna di discredito totale del candidato di centro-destra moderato e dei partiti che lo sostenevano (nei quali loro stessi erano cresciuti e dichiaravano di identificarsi, persino contro le dichiarazioni ufficiali di partito). Loro unico mantra per molti mesi: demolire, per rivincite e visibilità personali. Non a caso usciti, poi, dai rispettivi partiti (di destra) e premiati dalla sinistra, una volta eletta, con posti di rilievo.
Un film già visto e rivisto (il “fuoco amico”); un “gioco allo sfascio”, nel quale di solito vincono singoli individui e perde chi ha una visione. O vince l’opposizione.
I social oggi sono letteralmente infarciti di “voterò Vannacci perché la Meloni mi ha deluso”, “voterò Vannacci perché lui farà quello che la Meloni aveva promesso e non ha fatto”. Tutti convinti ex-elettori di FDI o Lega.
La Meloni può uscirne soltanto a una condizione: di riuscire ad erodere progressivamente questa base qualunquista, con qualsiasi argomento, che sia “solo vincendo si può governare”, oppure “in questo modo aprite la strada alla sinistra”. E di reggere in questo stillicidio da destra per molti e molti mesi. Chiunque abbia avuto responsabilità di governo, nazionale o locale, sa quanto logorante sia.
È verissimo che Vannacci, con la sua risposta “a noi non interessano le poltrone” ha risposto ad una domanda che Meloni non aveva fatto. Complimenti Donatello per la sottile e profonda analisi sul piano comunicativo. Ma Meloni, purtroppo per lei, si rivolge ad un elettorato che non ha alcuna volontà, né a volte le capacità o il livello culturale (come capita anche a sx, con buona pace di Bonaccini) di comprendere la finezza mentale di questo ragionamento. Un elettorato che, al pari di quello di sx, ama più gli slogan che i ragionamenti. È quell’elettorato che si lascia convincere da chi “non è un politico di professione”, da chi “non vive di politica”, da chi “è un generale che parla pane al pane”; elettori che davanti a un “a noi non interessano le poltrone” si convincono sempre di più. E che di fronte al rischio di fare il gioco della sinistra rispondono “e vabbè, pazienza … muoia Sansone con tutti i filistei”, con l’inconscia certezza che, se vincerà la sinistra, per altri tot anni si potrà, se non altro, continuare a gridare allo scandalo, a vivere di slogan, a recitare la parte dei duri e puri all’opposizione. Insomma, altri anni a fare soltanto il partito di lotta. Solo slogan: molto più facile che non avere responsabilità di governo.