


Minacciata dalla guerra ibrida russa e dalla deriva oligarchica americana, l’Europa può trasformare la propria lentezza e frammentazione in una forza: la difesa del metodo democratico. L’apertura a un’alleanza strutturale con il Canada indica una possibile strada, fondata non sull’egemonia, ma sulla capacità di proteggere libertà, pluralismo e separazione dei poteri.
«La democrazia non è che il lento, faticoso, doloroso riconoscimento che gli altri esistono».
Norberto Bobbio
L’Europa, come baluardo fragile ma reale delle libertà basate su sistemi parlamentari e principi liberali, si trova oggi in una condizione esposta a minacce concrete volte a rimetterne in discussione le basi su cui è costruita, ovvero un sistema di democrazie in rete tra loro.
Le minacce non sono più solo interne – ad esempio una cronica lentezza, se non incapacità, decisionale e nazionalismi che riaffiorano, spingendo inesorabilmente a conflitti tra Stati dell’Unione – ma siamo di fronte a un continente sottoposto anche a esplicite minacce esterne, a una guerra ibrida che non dichiara mai apertamente la propria natura di guerra.
Cavi sottomarini tranciati nel Baltico, droni che sconfinano nello spazio aereo polacco, lituano e rumeno, sabotaggi ferroviari in Germania, Olanda e Repubblica Ceca, campagne di disinformazione capillari prima di consultazioni elettorali, attacchi informatici a infrastrutture legate ai trasporti, ospedaliere ed energetiche sono all’ordine del giorno. Non ultimo è il sospetto che dietro alle esplosioni del deposito di munizioni di Colleferro, alle porte di Roma, ci sia un’operazione di sabotaggio dell’intelligence russa.
La Russia non invade, insidia. Colpisce ai margini, testa le reazioni, misura la tenuta nervosa delle opinioni pubbliche europee prima ancora che quella militare degli eserciti. È una strategia pensata per logorare, infiltrare e avvelenare il dibattito politico senza attraversare la soglia che costringerebbe la NATO a una risposta collettiva e, proprio per questo, è più difficile da contrastare rispetto a un’aggressione dichiarata ed esplicita.
L’Europa, abituata a pensare la sicurezza come un’eccezione novecentesca ormai alle spalle, si scopre improvvisamente costretta a riarmarsi, a ripensare le proprie catene di approvvigionamento energetico, a interrogarsi sulla propria autonomia strategica rispetto a un alleato, gli Stati Uniti, che non è più scontato che lo sia fino in fondo.
Forse l’atteggiamento dell’America è ancora più destabilizzante dell’evidente escalation russa, che ha nella guerra di invasione dell’Ucraina il suo teatro. Gli Stati Uniti, che per ottant’anni sono stati la garanzia ultima dell’ordine liberale occidentale, mostrano oggi i segni di una torsione oligarchica.
Il potere economico e quello politico si sono saldati in modo sempre più esplicito: grandi patrimoni privati finanziano campagne elettorali e, al contempo, dettano l’agenda regolatoria che li riguarda, mentre le nomine pubbliche rispondono ormai solo a criteri di fedeltà personale più che a competenze documentate.
Si moltiplica un uso della comunicazione presidenziale che privilegia l’annuncio spettacolare sui social rispetto alla mediazione parlamentare, influenzando i mercati azionari su cui operano impunemente figure istituzionali. Quello americano non è più solo populismo capace di esprimersi attraverso la comunicazione: è un modello di potere che assomiglia sempre meno alla repubblica federale disegnata due secoli e mezzo fa da Washington, Jefferson, Adams e Franklin e appare sempre più come un’oligarchia con forme democratiche residuali.
E qui si chiude un cerchio inquietante: l’oligarchia mafiosa che governa la Russia di Putin, il comunismo del partito unico che regge la Cina di Xi e la teocrazia degli ayatollah che opprime l’Iran trovano oggi nella deriva oligarchica americana non più un nemico, ma uno Stato con una debolezza di fondo, che chiude gli occhi di fronte alle esplicite mire imperialiste di Paesi come Russia e Cina. Trump, del resto, non ha forse espresso a più riprese apprezzamento verso despoti e dittatori?
La guerra economica è il terreno su cui questa torsione degli USA è più evidente. Dazi imposti per punire alleati più che avversari e nemici, sanzioni usate come leva negoziale bilaterale invece che come strumento multilaterale condiviso, continue pressioni dirette sulla banca centrale e sulle authority di vigilanza sono tutti segnali di un potere esecutivo che vuole fagocitare le funzioni che una democrazia matura affida a poteri tra loro indipendenti.
E il sintomo più grave riguarda proprio l’indipendenza dei tre poteri dello Stato. Negli Stati Uniti opera un esecutivo che sfida apertamente le corti federali, minaccia la Federal Reserve e tratta il Congresso come un ostacolo da aggirare più che come un contropotere legittimo. Una democrazia storica come quella americana vede eroso dall’interno proprio quel principio – la separazione dei poteri – che Montesquieu individuava come argine strutturale contro la tirannia.
È in questo scenario che l’Europa, con tutti i limiti già descritti in un passato articolo (quali la frammentazione decisionale, i veti nazionali, la lentezza strutturale e i sovranismi che tornano a proporre l’uscita dai vincoli comuni), assume un ruolo che pochi avevano previsto.
Non quello di superpotenza, che non è e non sarà mai nella forma in cui lo perseguono Stati Uniti e Cina su un piano militare e tecnologico, ma quello di fedele custode di un metodo preciso basato su valori forti: fatto di elezioni libere con esito non scontato in anticipo, di magistratura capace di giudicare il governo che l’ha nominata e di parlamenti pronti a negare la fiducia agli esecutivi.
Sono esattamente gli elementi che mancano nelle elezioni russe a cui stiamo assistendo, dove il risultato è deciso prima del voto e gli oppositori sono uccisi o incarcerati. I valori europei, tipici delle democrazie liberali mature, sono messi in discussione anche dall’amministrazione americana attuale con le minacce, ancora informali ma ricorrenti, di rinviare, influenzare o delegittimare le elezioni di midterm a cui assisteremo in autunno inoltrato.
L’Europa non ha bisogno di dimostrare di essere efficiente quanto Washington o Pechino; ha bisogno di dimostrare, prima di tutto a se stessa, che la lentezza del compromesso democratico resta preferibile alla rapidità dell’accentramento autoritario.
Questo non significa idealizzare l’Unione, ma riconoscere come il difetto che la rende inefficace – ad esempio la necessità di tenere insieme ventisette sensibilità e storie diverse – sia lo stesso tratto che la rende strutturalmente incompatibile con derive oligarchiche e spietati sistemi autoritari.
Un’oligarchia ha bisogno di accentramento; l’Europa, per costituzione, non può accentrare. È una debolezza indubbiamente difficile da negare su un fronte militare e geopolitico, ma è anche, paradossalmente, la garanzia di essere un luogo dove il potere resta divisibile, contendibile e liberamente revocabile per via elettorale.
Se l’Europa riuscirà a trasformare questa fragilità in una qualità, diventando il punto di riferimento politico per le democrazie, allora la sua incompiutezza, più che un limite, potrà rivelarsi una risorsa decisiva in questo passaggio storico.
Lo scenario in cui il Canada si candida a essere il primo alleato irrituale di questa Europa dei valori apre una prospettiva inattesa per confermare l’auspicio di cui sopra. A Strasburgo, Ursula von der Leyen ha aperto alla possibilità che Ottawa diventi il primo membro associato dell’Unione, proponendo un’«Alleanza per il futuro» oltre il CETA, l’accordo commerciale del 2017 a cui l’Italia, malauguratamente, non ha ancora dato la propria adesione.
Mark Carney ha raccolto l’invito con un discorso costruito attorno a un’immagine botanica – le querce di Vimy, portate in Canada nel 1917 da un tenente francese che ne raccolse le ghiande sotto i bombardamenti e oggi ripiantate anche in Francia – per sostenere che il legame tra le due sponde dell’Atlantico non è congiunturale, ma strutturale.
Carney ha messo sul tavolo una proposta concreta: cooperazione rafforzata su minerali critici, industria della difesa, intelligenza artificiale, sicurezza energetica, spazio e sistemi di pagamento; ingresso del Canada in Erasmus+ e nella prossima generazione di Horizon; creazione di un mercato integrato dei servizi finanziari.
Ha inoltre precisato con cura cosa non stava proponendo: non un terzo blocco che aspiri a competere per l’egemonia con modi più garbati, ma un’alleanza costruita per impedire che altri possano dettare le scelte di chi vi aderisce, restando aperta a chi vorrà unirsi.
È in questa distinzione, tra potenza vocata a dominare e alleanza determinata a difendere i propri fondamenti, che sta una delle possibili strade per l’Europa di domani. Un’alleanza tra Canada e Unione europea, ha detto Carney a Strasburgo, costituirebbe un punto di riferimento per le altre democrazie, non definito da ciò a cui si oppone, ma da ciò in cui crede.
La capacità di tenere insieme differenze profonde, lingue, storie, sensibilità lontane e ora anche continenti divisi da un oceano è ancora un cantiere aperto. Ma forse, proprio per questo, l’Europa sa essere ed è molto più resiliente di quanto immaginiamo.
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