

Non basta invocare la povertà per spiegare la nuova economia della violenza. Le disuguaglianze pesano, ma diventano esplosive quando una cultura pubblica trasforma lo svantaggio in autoassoluzione e smette di trasmettere responsabilità, lavoro, disciplina e fiducia democratica.
La nuova economia della violenza – Seconda parte. Qui la prima
Si sente spesso dire che le origini di questo diffuso disagio sarebbero la crescente diseguaglianza e la mancanza di prospettive lavorative per i giovani. Ma le disuguaglianze esistono da sempre, attraversano le società liberali e quelle democratiche, come prima avevano attraversato quelle aristocratiche e assolutistiche e come oggi attraversano anche quelle autocratiche e tiranniche: esse non sono mai state eliminate in forma piena e definitiva da nessun ordinamento storico.
Pensare il contrario significa muoversi nel regno delle illusioni. Ma riconoscere che le disuguaglianze esistono non equivale affatto a legittimarle, né tantomeno a rinunciare a contrastarle o mitigarle. Significa piuttosto affrontare con serietà il problema reale: in che modo una comunità politica può cercare di ridurle senza distruggere gli stessi fondamenti di una convivenza democratica?
Per molti decenni, nel secondo dopoguerra europeo, e in particolare negli anni Cinquanta e Sessanta, esistette un paradigma civile largamente condiviso, pur nelle differenze ideologiche tra cattolici, liberali, socialisti, comunisti riformisti e laici democratici.
Tale paradigma si poteva riassumere così: la società può essere imperfetta, dura, ingiusta, ma il cittadino ha il dovere di comportarsi onestamente, lavorare con dignità, accrescere le proprie competenze culturali e professionali, migliorare la propria condizione sociale e quella dei propri figli pur potendo, nello stesso tempo, battersi con mezzi democratici per riformare l’ordine esistente.
Non vi era dunque alcuna accettazione passiva dell’ingiustizia. Al contrario, vi era conflitto sociale, vi erano scioperi, lotte sindacali, rivendicazioni salariali, battaglie per i diritti civili e politici. Ma tutto questo si svolgeva dentro una grammatica condivisa: la responsabilità personale non era nemica del cambiamento collettivo; ne costituiva anzi il presupposto.
Prima si cercava di stare in piedi, poi si cercava di cambiare il mondo. E spesso le due cose procedevano insieme.
Quel paradigma, con tutte le sue imperfezioni, produceva coesione. Diceva al giovane povero che non era condannato a restare povero; diceva all’operaio che la fatica non era vana; diceva al figlio di contadini che lo studio poteva aprire strade nuove.
Diceva persino allo studente contestatore, a quello che gridava “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse-tung” nei cortei, che la protesta aveva senso solo se nel frattempo continuava a studiare e a cercare di costruire un futuro migliore per sé e per la società in cui si viveva.
È vero: molti di quegli studenti pensavano che l’abbattimento della società capitalistico-borghese costituisse un passaggio obbligato, ma l’ubriacatura di spirito rivoluzionario durò una decina di anni e finì poi con la sconfitta del terrorismo. Tuttavia, qualcosa di quella mentalità sballata è rimasto vivo ancora oggi in molti frequentatori di centri sociali e di manifestazioni.
Oggi, in vasti settori della cultura pubblica, il sedimento della visione del mondo di quegli studenti ha ripreso vita ed è tornato a imporsi come paradigma dominante. Ma questa volta non si parte più dal dovere di reagire alle difficoltà attraverso la crescita personale, il lavoro, la disciplina, la formazione, la partecipazione civica.
Si parte dall’idea che la condizione di svantaggio costituisca di per sé una licenza morale. Se la società mi ha ferito, io sono autorizzato a ferire la società. Se mi sento escluso, posso rendere legittima ogni forma di aggressione. Se percepisco ostacoli, questi diventano giustificazione preventiva della mia condotta.
È qui che il problema diventa grave e di difficile soluzione, perché una comunità democratica può reggere forti tensioni economiche; può reggere conflitti sociali; può reggere perfino crisi morali e politiche profonde, ma non può reggere a lungo la dissoluzione del principio di responsabilità.
Nel momento in cui la vittima presunta o reale si considera sciolta da ogni vincolo etico, la convivenza entra in crisi strutturale.
Questo meccanismo appare in modo evidente nelle subculture criminali contemporanee, dove giovani coinvolti nello spaccio, nelle baby gang, nei circuiti della violenza urbana o nel reclutamento mafioso tendono spesso a rappresentarsi non come autori di reati, ma come prodotti inevitabili del sistema.
Il passaggio è decisivo: dal riconoscimento delle cause sociali al rovesciamento morale che assolve ogni effetto.
Naturalmente le responsabilità della società esistono. Esistono quartieri degradati, famiglie fragili, scuole insufficienti, ascensori sociali bloccati, opportunità distribuite male. Sarebbe sciocco negarlo. Ma una spiegazione sociologica non coincide con una giustificazione etica. Comprendere non significa assolvere.
Inoltre, la realtà economica è spesso più complessa della narrazione vittimistica dominante. In molte aree europee si registrano carenze di manodopera in mestieri tecnici e artigianali: idraulici, falegnami, giardinieri qualificati, elettricisti, operatori specializzati.
Professioni che, se svolte seriamente, possono garantire redditi superiori a quelli di molte occupazioni impiegatizie o persino intellettuali. Questo non elimina il problema della disuguaglianza, ma mostra che la retorica dell’assenza assoluta di possibilità è spesso inesatta.
Il rischio ulteriore è che questa cultura dell’autoassoluzione si intrecci con identità collettive aggressive, rancori etnici, tribalismi ideologici, fanatismi religiosi o estremismi politici. Quando il senso di frustrazione si combina con appartenenze radicalizzate, la democrazia liberale si indebolisce rapidamente.
Non nasce allora una società più giusta, ma un sistema più violento.
La storia insegna che il collasso del principio di responsabilità individuale non genera emancipazione. Genera capi carismatici, bande spietate, ciniche oligarchie, regimi securitari, totalitarismi vecchi e nuovi. Cambiano i simboli, non la sostanza.
Può chiamarsi fascismo, comunismo, teocrazia, nazionalismo etnico, cesarismo tecnologico: il risultato è sempre la subordinazione della persona libera a un potere arbitrario.
Per questo il vero compito del nostro tempo non è celebrare la meritocrazia come formula magica né demonizzarla come inganno assoluto. È ricostruire un’etica pubblica capace di tenere insieme tre principi: responsabilità personale, mobilità sociale e riforma democratica.
Senza responsabilità, la libertà degenera in licenza. Senza mobilità sociale, la libertà diventa privilegio. Senza fiducia nell’incessante auto-riforma di cui la democrazia è capace, lo stesso desiderio di una maggiore libertà è destinato a tradursi nella preparazione di terreni fertili per nuove forme di oppressione.
Le disuguaglianze vanno ridotte, certamente, ma si riducono con istituzioni migliori, con scuole esigenti, con lavoro qualificato, con legalità imparziale, con famiglie sostenute, con comunità vive, con partecipazione politica seria.
Non con la glorificazione del rancore. Una società che insegna ai giovani a trasformare la difficoltà in competenza può migliorarsi, mentre una società che insegna ai giovani a trasformare la difficoltà in alibi prepara soltanto la propria rovina.
Il narcotraffico non è soltanto un fenomeno criminale. In molte aree del mondo è divenuto, da tempo, una struttura economica parallela, un sistema produttivo clandestino capace di distribuire reddito, occupazione, protezione, consenso e perfino identità simbolica.
È questa la sua forza più inquietante: non vivere ai margini della società, ma penetrarne il centro, fino a confondersi con i suoi meccanismi ordinari.
Quando si immagina la lotta alla droga, si pensa spesso a una semplice alternativa tra legalità e illegalità, tra Stato e criminalità. In realtà il quadro è assai più complesso. Interi territori, soprattutto nelle economie fragili o segnate da profonde disuguaglianze, dipendono in misura rilevante dai flussi finanziari generati dal narcotraffico.
Coltivazioni, trasporti, logistica, riciclaggio, edilizia, commercio informale, sicurezza privata: attorno alla droga si sviluppano filiere vaste, ramificate, spesso capaci di sostituire ciò che lo Stato non garantisce.
Là dove mancano lavoro stabile, credito, infrastrutture e mobilità sociale, il mercato illegale si presenta come una scorciatoia potente e immediata.
Per questo molti governi si trovano dinanzi a una contraddizione drammatica. Reprimere con decisione significherebbe talvolta colpire non solo i cartelli, ma anche un equilibrio economico sommerso da cui dipendono migliaia di famiglie. Tollerare, invece, significa consegnare porzioni crescenti di sovranità a poteri criminali sempre più ricchi, armati e organizzati.
È il paradosso dello Stato debole: incapace di vincere la guerra e incapace di dichiararla persa.
Ma il narcotraffico non prospera soltanto grazie al denaro: ha bisogno anche di un immaginario favorevole. Nessun sistema di potere dura a lungo senza una narrazione che lo renda desiderabile.
Da qui la continua estetizzazione della violenza, della trasgressione, del lusso facile, del denaro senza fatica, dell’uomo che impone rispetto attraverso la paura. Una parte dell’industria culturale contemporanea, in forme diverse e con intensità differenti, ha spesso contribuito a banalizzare questo universo, trasformando il criminale in icona, il trafficante in modello di successo, la brutalità in linguaggio di prestigio.
Il punto non è invocare censure moralistiche, né attribuire a certa musica, a certo cinema o ai social network responsabilità esclusive che non hanno. Il punto è riconoscere che quando una società smette di distinguere con chiarezza tra fascino narrativo e valore morale, tra rappresentazione e celebrazione, tra racconto del male ed esaltazione del male, prepara il terreno culturale su cui certi fenomeni prosperano.
Ancora più grave è ciò che accade tra i più giovani. In alcune realtà si assiste a una professionalizzazione precoce del crimine: adolescenti che entrano nelle reti dello spaccio, ragazzini che apprendono codici di intimidazione, minori utilizzati come corrieri, vedette, esecutori.
In alcune grandi città europee ragazzi di quindici anni possono guadagnare ventimila euro in un colpo solo per uccidere un loro coetaneo, e altri appena un po’ più grandi quasi altrettanto solo commissionando un omicidio.
Là dove l’orizzonte educativo si restringe e il prestigio sociale appare irraggiungibile per vie legali, il potere criminale offre un’identità pronta all’uso: denaro rapido, appartenenza, protezione, reputazione immediata.
Si comprende allora che il contrasto al narcotraffico non può ridursi né alla retorica securitaria né al permissivismo culturale. Servono repressione intelligente, cooperazione internazionale, colpi ai patrimoni illeciti, controllo dei flussi finanziari, bonifica amministrativa dei territori infiltrati.
Ma serve soprattutto qualcosa di più profondo: una vera rivoluzione culturale, una rimodulazione dei rapporti tra diritti e doveri, una nuova concezione dei modelli educativi, la creazione di un universo simbolico alternativo a quello oggi predominante.
Ogni civiltà si giudica anche da ciò che rende desiderabile. Se il successo verrà ancora identificato con il dominio, l’impunità e l’ostentazione arrogante, il narcotraffico continuerà a reclutare facili adepti e l’uso della violenza continuerà a essere considerato vincente.
Se invece torneranno prestigiosi la competenza, la dignità del lavoro, la partecipazione empatica nei rapporti con gli altri e il rispetto di regole sancite mediante procedure democratiche, allora il fascino di quella stessa violenza e di quella ostentazione inizieranno a incrinarsi.
La sfida decisiva non è di tipo repressivo: essa è etica e antropologica, e comporta una piena assunzione di responsabilità nella scelta del tipo di cittadino che una società intende consegnare come modello alle generazioni future.
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Concordo pienamente con la sua analisi. Il paradosso più brutale si manifesta quando lo Stato, invece di arginare l’economia della violenza, la integra. Il caso del Venezuela è emblematico: la mitologia della “rivoluzione bolivariana” ha utilizzato la narrativa vittimistica e anti-sistema non per emancipare i cittadini, ma per smantellare il principio di responsabilità individuale. Il risultato non è stata la giustizia sociale, ma la nascita di un regime cleptocratico in cui il narcotraffico è diventato il collante del controllo sociale. Come è osservabile in contesti diversi, tra Colombia e Messico, laddove lo Stato è debole o complice, l’autoassoluzione etica non libera gli ultimi, ma li consegna a nuovi padroni, spesso più predatori dei precedenti. La lezione è lampante: senza istituzioni credibili e un’etica della responsabilità, ogni promessa di redenzione collettiva rischia di diventare il preludio a una nuova e più profonda schiavitù.
Il concetto di responsabilità per una società sana anche da noi viene violato quando certi politici non si prendono le colpe dei loro errori e delle loro promesse mancate invocando presunti complotti e ostacoli da parte di certi soggetti che possono essere l’Europa, le istituzioni internazionali o fantomatici “poteri forti”.
Davvero un classico di una parte della classe politica e dirigente italiana, diseducativo verso i propri elettori e cittadini che partecipano alla vita sociale e lavorativa del Paese. Senza contare coloro che assumono posizioni ambigue nei confronti di certi Paesi criminali che oltretutto tentano di minare il nostro sistema, rendendosi complici nel continuare a perpetrare distruzioni e ingiustizie.
Questo inevitabilmente si riversa verso i giovani insoddisfatti e più manipolabili, perché passa il concetto che fare furbi e incolpare altri conviene e si ottengono risultati migliori.
Cara Daniela, purtroppo è proprio così come metti giustamente in evidenza, e la cosa piu preoccupante è che non si vede nulla all’orizzonte che possa determinare un’inverzione di tendenza. In ogni caso, come scrivi, nulla mi pare cosi pericoloso come la prospettiva di una redenzione collettiva. In fondo così è ed è sempre stato, anche se tendiamo a dimenticarlo.
Perfettamente d’accordo. Commento alcuni spunti del testo. In questo mondo dominato dai cervelli con logica mentale conservatrice, sarà impossibile a chiunque eliminare le disparità economiche e culturali. Inoltre chi pensa di essere autorizzato a delinquere perché da la responsabilità alla società, sarà a sua volta causa di ingiustizie, disparità e sfruttamento di altri. Nessuno e Robin Hood. I gruppi mafiosi sono come i parassiti che alla fine uccidono il loro ospite. Quando poi la maggioranza si sentirà insicura e trattata ingiustamente, allora si sposterà su posizioni più estremiste e accetterà anche la perdita della democrazia e dei diritti pur di avere sicurezza e giustizia.
Robin Hood era un ridistributore di ricchezza. Questi invece odiano proprio il tipo di organizzazione sociale che permette di produrla, perché disprezzano tutto ciò che può differenziare, evidenziare talenti e qualità, senso di responsabilità e intraprendenza, e aspirano invece a ruoli di capo’ in società di eguali e di servi di eguali scelti da piu eguali.