

Il rapporto degli italiani con il potere è uno dei nodi più profondi e meno elaborati della nostra storia politica e sociale. Non perché manchino interpretazioni, ma perché spesso sono consolatorie, autoassolutorie, costruite per evitare una constatazione scomoda: non abbiamo mai davvero interiorizzato il potere come spazio di responsabilità condivisa.
In Italia il potere è vissuto come qualcosa di esterno, ambiguo, sospetto. Lo si invoca quando promette ordine e stabilità, lo si rifiuta quando chiede continuità, competenza, tempo. Ci fidiamo in fretta e ci sfiduciamo ancora più velocemente. Questa oscillazione non è casuale: è il prodotto di una cultura politica segnata dall’ambivalenza, dalla delegittimazione permanente e da una difficoltà strutturale a distinguere tra potere come funzione e potere come privilegio.
Per capire questo rapporto irrisolto occorre attraversare tre passaggi: la fascinazione speculare della destra e della sinistra per l’uomo forte, la trasformazione mediatica del potere tra anni Ottanta e Novanta, e infine il ciclo di fiducia breve e sfiducia cronica che ancora oggi condiziona la nostra vita pubblica.
Destra e sinistra: due rifiuti dichiarati, una fascinazione condivisa
Nel racconto ufficiale, la cultura politica italiana sarebbe attraversata da una netta opposizione: da un lato una destra attratta dall’accentramento del potere in nome della stabilità e della credibilità internazionale; dall’altro una sinistra diffidente verso l’“uomo solo al comando”, legata a una visione collegiale e partecipativa delle decisioni.
Questa distinzione, tuttavia, regge solo sul piano formale. Nel profondo, entrambe le culture politiche hanno intrattenuto una relazione ambigua con il potere forte.
La destra ha storicamente giustificato l’accentramento come risposta all’inefficienza, al disordine, alla frammentazione. Il potere viene così legittimato non per ciò che è, ma per ciò che promette di evitare: instabilità, marginalità, irrilevanza esterna. Il comando forte diventa una scorciatoia funzionale.
La sinistra, al contrario, ha rifiutato de iure la personalizzazione del potere, ma ha spesso coltivato de facto una fascinazione per il leader capace di incarnare l’ideale collettivo. La storia del Novecento lo mostra con chiarezza: figure come Stalin o Tito vengono assorbite in una narrazione che separa l’ideale dalle sue conseguenze. Le violenze, le angherie, le repressioni diventano “errori”, “deviazioni”, mai elementi strutturali del potere esercitato.
In entrambi i casi, il potere non viene mai normalizzato. Viene idealizzato o demonizzato, ma raramente trattato come ciò che è: una pratica continua, conflittuale, che richiede controllo, responsabilità e maturità istituzionale.
Dalla politica alla medialità del potere: Craxi, Berlusconi e la frattura degli anni Novanta
Il secondo snodo decisivo è la trasformazione del potere in racconto, prima ancora che in decisione. Questo passaggio inizia negli anni Ottanta, con Craxi, che inaugura una comunicazione politica strutturata, televisiva, consapevole della centralità dell’immagine. Il potere smette di essere solo esercizio e diventa rappresentazione.
Gli anni Ottanta sono, in questo senso, una botta di fiducia. Dopo decenni di immobilismo e di delega passiva, la politica sembra tornare capace di decidere, di muoversi, di promettere futuro. Ma è una fiducia fragile, perché poggia più sulla percezione che su un patto strutturato.
È qui che Tangentopoli va riletta correttamente: non come l’inizio della sfiducia, ma come il suo apice. Tangentopoli non distrugge un sistema che funzionava; fa crollare un investimento simbolico eccessivo. La delusione non nasce dal tradimento di aspettative realistiche, ma dalla rottura improvvisa di un’illusione di rinnovamento.
Con Berlusconi, questa dinamica si radicalizza. Il potere diventa apertamente mediale, popolare, emotivo. Non è più soltanto governare, ma raccontare il governo. La politica si semplifica, si personalizza, si fa accessibile. Ma il prezzo è alto: il potere viene percepito sempre meno come funzione e sempre più come occupazione, come possesso.
Da qui nasce una frattura che non si è più ricomposta: chi governa è sempre sospetto, chi non governa si sente moralmente superiore. La legittimità si separa dal potere, e questa separazione diventa cronica.
Fiducia impulsiva, sfiducia permanente e rifiuto della responsabilità
Il tratto forse più rivelatore del rapporto degli italiani con il potere è questo: ci vuole pochissimo a concedere fiducia e ancora meno a ritirarla. Ma questa dinamica non riguarda solo la fiducia. Coinvolge un elemento più profondo e meno confessabile: la responsabilità.
In Italia fiducia e responsabilità non camminano mai insieme. La fiducia nasce spesso in modo emotivo, intuitivo, quasi immediato. È il frutto di una promessa che suona bene, di una figura che sembra “capirci”, di qualcuno che appare disposto a farsi carico di ciò che non vogliamo più sostenere da soli. È una fiducia che chiede protezione, semplificazione, soluzione rapida. Non chiede processo, tempo, conflitto.
Ma proprio perché non è accompagnata da un’assunzione di responsabilità condivisa, questa fiducia è strutturalmente fragile. Al primo errore, alla prima mediazione necessaria, alla prima complessità che incrina l’illusione di controllo, si trasforma in disincanto totale. Non in critica adulta, non in richiesta di correzione, ma in rifiuto.
Qui emerge una contraddizione centrale: pretendiamo dal potere stabilità, coerenza, visione, ma rifiutiamo il costo politico della responsabilità. Vogliamo che qualcuno governi, ma non vogliamo essere governati; vogliamo decisioni, ma non processi; vogliamo risultati, ma non vincoli. Il potere deve funzionare, purché non chieda nulla in cambio.
Questo spiega perché, nella cultura politica italiana, il potere venga vissuto come qualcosa di sempre “altro”: lo Stato, i politici, Roma, Bruxelles, “chi comanda”. È un’esternalizzazione costante. Il potere è sempre di qualcun altro, e quindi la responsabilità non è mai nostra. Si accusa, si deride, si delegittima — ma raramente si assume.
Questo rapporto irrisolto con il potere non nasce nel vuoto. Si innesta in una società demograficamente anziana, culturalmente stanca, priva di ideologie capaci di mobilitare e di produrre senso collettivo. Le élite europee — e italiane in particolare — sono vecchie non solo anagraficamente, ma simbolicamente: parlano un linguaggio logoro a società che non credono più nelle grandi narrazioni, ma nemmeno nella responsabilità quotidiana.
In questo contesto, il potere non è più vissuto come spazio di costruzione, bensì come disturbo della vita privata, come interferenza rispetto a un equilibrio individuale fragile ma difeso con accanimento. Si desidera protezione, non decisione; stabilità, non scelta; benessere, non conflitto. Il risultato è una cittadinanza che chiede al potere di funzionare senza farsi sentire, di decidere senza chiedere, di governare senza disturbare.
Da qui nascono due posture speculari e ugualmente immature. Da un lato, l’anti-potere permanente, in cui la protesta diventa identità e la sfiducia una virtù morale. Dall’altro, l’adorazione improvvisa del capo forte, chiamato a risolvere tutto al posto nostro, salvo poi essere rapidamente delegittimato quando inevitabilmente fallisce l’onnipotenza che gli abbiamo attribuito.
In mezzo, spesso, non c’è nulla. Nessuna cultura del controllo continuo, nessuna accettazione dell’errore come parte del governo, nessuna idea di responsabilità diffusa. Il potere resta una figura genitoriale: o da contestare o da cui farsi proteggere, raramente uno spazio da abitare da adulti.
Ed è forse questo il nodo più profondo: in Italia rifiutiamo il potere perché rifiutiamo la responsabilità che esso implica. Ma senza responsabilità non esiste potere democratico, solo delega emotiva seguita da sfiducia cronica. Un ciclo sterile che consuma leadership, istituzioni e credibilità collettiva, senza produrre mai maturazione politica.
Accettare l’idea adulta del potere
L’Italia non ha un problema con il potere in sé. Ha un problema con l’idea adulta del potere. Lo teme, lo deride, lo idealizza, lo delega, ma raramente lo comprende e quasi mai lo assume. Preferisce oscillare tra sfiducia permanente e affidamento totale, senza costruire una relazione stabile, critica e responsabile con chi governa.
Destra e sinistra, pur partendo da presupposti opposti, finiscono per condividere la stessa ambivalenza: diffidenza verso il potere come funzione e fascinazione per il potere come figura. Il risultato è una cultura politica che consuma leadership senza costruire istituzioni e invoca responsabilità solo quando è già troppo tardi per esercitarla.
C’è poi un elemento più profondo, spesso rimosso: bramiamo il potere, ma non vogliamo che disturbi le nostre vite. Lo desideriamo come garanzia di ordine, protezione e soluzione, ma lo rifiutiamo non appena comporta scelte, costi, conflitti o assunzione di responsabilità. Lo critichiamo quando non lo comprendiamo, lo biasimiamo quando agisce in contesti che non controlliamo, lo giudichiamo sempre da una posizione esterna e moralmente rassicurante.
Finché il potere continuerà a essere percepito come privilegio da occupare o come intralcio da neutralizzare — e non come spazio condiviso di decisione e responsabilità — la fiducia resterà fragile e la sfiducia strutturale. Non per colpa di chi governa soltanto, ma di una comunità che non ha ancora deciso se vuole davvero governare, o limitarsi a commentare chi lo fa.

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