
Negli ultimi anni la realtà ha smesso di essere semplicemente ciò che accade ed è diventata sempre più ciò per cui si combatte. Video, immagini, testimonianze che dovrebbero mostrare “i fatti” producono sempre meno consenso e sempre più conflitto.
Gli stessi frame che per gli uni certificano una verità in modo evidente, per altri dimostrano l’opposto. Politici e influencer, spesso, neppure fingono più di adeguare ai fatti le proprie parole, ma piegano la realtà alle proprie idee, senza pagare il minimo dazio in credibilità e consensi.
Gli autori della guerra cognitiva, poi, cercano di imprimere in larga parte dell’opinione pubblica delle cornici interpretative funzionali a specifici interessi imperialistici, inquinando il racconto dei fatti con fake news, e spesso riescono nel loro intento.
In questo stato di cose, molti invocano un “ritorno alla realtà”, un recupero dei fatti contro la menzogna. Si tratta naturalmente di un programma ottimo. Tuttavia, bisogna scavare un po’ più a fondo per comprendere meglio il problema e affiancare, alle soluzioni d’emergenza, ricette di più ampio respiro.
Si può cominciare notando che questo ritorno drammatico della questione del reale ha anche una precisa genealogia filosofica. Per buona parte del Novecento, soprattutto dal secondo dopoguerra in avanti, il clima culturale dominante è stato “antirealista”. Strutturalismo, ermeneutica, decostruzione e svolta linguistica hanno progressivamente marginalizzato la nozione di “verità oggettiva”. L’idea che esista una realtà indipendente dal soggetto, conoscibile come tale, veniva considerata ingenua, se non ideologicamente sospetta.
Negli ultimi decenni del secolo scorso la maggior parte dei filosofi non dava grande credito al concetto di realtà, e le filosofie realiste erano percepite come residuali. Alla base di questo orientamento stava la convinzione che non possiamo mai accedere all’essere “in sé”, ma solo alla correlazione tra soggetto e oggetto. Da Kant in poi, e ancor più dopo Heidegger, la filosofia ha insistito sull’intrascendibilità di questa relazione: non esiste un mondo puro, non mediato, che si offra allo sguardo neutrale di un osservatore. Il reale è sempre già intrecciato con le strutture storiche, linguistiche e culturali del soggetto.
Come ha scritto Quentin Meillassoux, la nozione centrale della filosofia moderna è proprio questa: noi non conosciamo mai l’essere da solo, ma sempre il rapporto tra pensiero ed essere. Da qui l’idea, espressa in forma radicale, che il “sogno del realista” – far parlare le cose da sole – sia un’illusione.
Negli ultimi quindici anni, tuttavia, questo clima è mutato. È emersa, ad esempio, quella che viene spesso chiamata la stagione del “Nuovo Realismo”. In Italia il nome più noto è quello di Maurizio Ferraris, che nel 2012 pubblicò il “Manifesto del nuovo realismo”.
A livello internazionale si collocano in questa tendenza filosofi molto diversi tra loro, come Quentin Meillassoux, Markus Gabriel, Graham Harman, Tristan Garcia. Tutti, seppure con linguaggi differenti, condividono l’idea che il pendolo del pensiero si sia spostato troppo verso l’antirealismo e che sia necessario recuperare una nozione forte di realtà e di verità. Secondo Ferraris, la “deoggettivizzazione” del mondo prodotta dal postmodernismo non ha liberato le persone, ma le ha rese ancora più vulnerabili alla manipolazione.
Se non esistono fatti, ma solo interpretazioni, allora vince chi ha più potere comunicativo. Il relativismo epistemologico diventa il miglior alleato del populismo mediatico. Il celebre motto “non ci sono fatti, solo interpretazioni” (una semplificazione di Nietzsche, ma sarebbe lungo da spiegare) mostra così il suo volto politico: è il lasciapassare per la ragione del più forte.
Ora, il Nuovo Realismo ha avuto il merito di denunciare questa situazione e di riportare al centro del dibattito pubblico la nozione di realtà come vincolo, come resistenza alle narrazioni arbitrarie. Eppure, anche questa reazione rischia di essere insufficiente. In alcune sue versioni più semplici, il Nuovo Realismo sembra limitarsi a ribaltare la posizione antirealista: contro l’idea che la realtà sia costruita dal soggetto, afferma che il mondo è semplicemente “là fuori”, indipendente da noi.
Ma così facendo rischia di riproporre un realismo ingenuo, quasi pre-critico (prima di Kant), come se bastasse rimettere l’oggetto al suo posto per risolvere la crisi della verità. Il problema è che oggi possiamo avere davanti agli occhi i fatti più brutali e continuare a non riconoscerli come reali. Possiamo guardare un video, una fotografia, una scena di violenza e restare impermeabili a ciò che mostrano.
Forse non è la realtà che manca: manca il giudizio sulla realtà. Probabilmente serve un realismo diverso. Siamo convinti che la realtà sia “là fuori”, ma non è corretto metterla in questi termini; anche perché, se così fosse, dove saremmo noi? Fuori dalla realtà? Di fronte? Di lato? Noi siamo già realtà: essa non sta fuori e noi non siamo dentro.
Serve allora un realismo che non sia né ingenuamente oggettivista né radicalmente costruttivista. Al centro non sta l’oggetto da solo, né il soggetto da solo, ma la relazione dell’atto conoscitivo. Conoscere non significa registrare passivamente ciò che appare ai sensi, ma attraversare un processo articolato in almeno tre momenti: esperienza, comprensione e giudizio. L’esperienza fornisce i dati: percezioni, immagini, informazioni. Ma questi dati, da soli, non sono ancora la realtà in senso pieno.
La comprensione è l’atto con cui il soggetto cerca un senso, formula ipotesi, coglie relazioni intelligibili: è così che, ad esempio, dagli indizi sulla scena del delitto gli investigatori traggono fuori un’ipotesi plausibile su come si sono svolti i fatti. Il giudizio, infine, è l’atto decisivo: è il momento in cui il soggetto afferma che una certa interpretazione è vera, che corrisponde a ciò che è. È solo nel giudizio che nasce propriamente la verità, e quindi la realtà come realtà conosciuta.
In questa prospettiva, il reale esiste indipendentemente da noi, ma senza il giudizio non entra nello spazio della verità. Il soggetto non crea il mondo, ma è il luogo in cui il mondo può essere riconosciuto come tale: la realtà non è semplicemente “là fuori”, ma non è nemmeno “qui dentro”: è ciò che si costituisce come vero nell’incontro tra l’indipendenza del mondo e l’attività razionale del soggetto.
Quando Tommaso d’Aquino diceva che la verità consiste nell’adeguazione dell’intelletto a ciò che è (“adaequatio intellectus et rei”), non voleva affatto sostenere che l’intelletto sia uno specchio che riflette un oggetto già costituito e immediatamente disponibile. L’adeguazione non è un fatto statico, ma un processo dinamico che coinvolge l’intera struttura dell’attività cognitiva del soggetto: come diceva Bernard Lonergan, uno dei massimi interpreti di Tommaso nel ’900, “l’oggettività è un frutto che cresce sull’albero della soggettività autentica”.
Questa impostazione consente di capire perché oggi la crisi della realtà sia prima di tutto una crisi del giudizio. Viviamo immersi nelle immagini come nessuna generazione precedente. La realtà sembra totalmente esposta, senza zone d’ombra. Eppure, proprio per questo, appare fragile, reversibile, negoziabile.
Non perché i fatti non esistano, ma perché si è indebolita la capacità diffusa di giudizio, ciò per effetto di due cause: da un lato, per scarsa cura da parte nostra (e qui bisogna chiamare in causa sia il sistema scolastico che quello universitario); dall’altro, per effetto di fattori esogeni, vale a dire di poteri esterni che hanno lavorato molto per infiacchire e poi colonizzare le facoltà di giudizio della nostra società (guerra cognitiva).
Hannah Arendt aveva compreso questo aspetto con grande lucidità, quando scriveva che il suddito perfetto del totalitarismo è colui per il quale la distinzione tra vero e falso non conta più nulla. Il problema non è l’errore, ma l’indifferenza alla verità. Quando il giudizio si indebolisce, la realtà smette di vincolare, e tutto diventa possibile: anche negare l’evidenza più mostruosa, anche giustificare l’ingiustificabile (ad esempio la deportazione dei vicini di casa ebrei, coi quali si è stati amici fino al giorno prima: vista la data di oggi, è bene ricordarlo).
Per tutti questi motivi, il semplice appello ai fatti, tipico di alcune versioni del Nuovo Realismo, non basta. Certo, è necessario difendere il lavoro giornalistico, contrastare le fake news, documentare ciò che accade. Ma non è sufficiente. Possiamo avere prove visive schiaccianti e continuare a non crederci. Possiamo vivisezionare dettagli marginali per evitare di riconoscere l’intelligibilità complessiva di una situazione. È ciò che accade, per esempio, quando di fronte a video che mostrano violenze evidenti degli agenti dell’ICE, negli USA, tantissime persone preferiscono moltiplicare sospetti e giustificazioni pur di non ammettere ciò che è sotto i loro occhi.
Il nodo decisivo, allora, non è solo ontologico (“che cos’è la realtà?”), ma etico e politico (“come giudichiamo la realtà?”). Il realismo non è una teoria delle cose, ma una teoria della responsabilità del conoscere. Essere realisti non significa limitarsi a dire che il mondo esiste indipendentemente da noi. In questo senso, la crisi contemporanea non è tanto una crisi dei fatti, quanto una crisi dei soggetti come soggetti di giudizio.
Senza soggetti capaci di essere attenti nell’esperienza, intelligenti nella comprensione e ragionevoli nel giudizio, nessuna realtà potrà mai imporsi come realtà condivisa. La battaglia per la verità non si gioca solo sul piano dell’informazione, ma su quello, più profondo e fragile, della formazione del giudizio: in altri termini, è una battaglia spirituale. È lì che oggi si decide se la realtà resterà solo un feroce campo di battaglia o potrà tornare a essere un po’ di più un terreno comune su cui costruire una convivenza democratica.

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