

«Non è una guerra nel senso umano del termine. Sarebbe come parlare di una guerra tra uomini e formiche.»
Steven Spielberg
Diceva Ejzenštejn, rinfacciando a Griffith la sua ingenuità, che il montaggio non è solo tecnica, ma visione. Ancor meglio che singolarmente presi, dunque, due eventi accaduti il 22 gennaio scorso ci mostrano qualcosa, se messi uno accanto all’altro. Nello stesso giorno in cui Jared Kushner — il genero di Trump — illustrava a Davos il suo piano per Gaza, tutto grattacieli e terrazze, Hollywood incoronava “la voce di Hind Rajab”: ventitré minuti di ovazione a Venezia, candidandola agli Oscar come miglior film straniero. Da un lato il mattone, dall’altro la commozione, il cemento (“concrete”, in inglese, se si apprezza l’ironia) contro lo sgomento.
Quasi uno split screen, rimanendo in tema cinematografico: a destra, l’espressione ultima del cinismo della realpolitik che edifica letteralmente sulle macerie della guerra; a sinistra, l’omaggio della decima arte alla più indifesa e tenera delle sue vittime. Un montaggio “facile”, didascalico, che ha evocato in me la riproposizione su scala internazionale di un fenomeno domestico: destra e sinistra non sono più due visioni del Paese, ma due Italie parallele, due sistemi che non si parlano, che dispongono di loro autonomi “fatti” e “fonti”, che si basano su verità contrapposte, e che si incrociano solo una volta l’anno, a Sanremo, nella lottizzazione definitiva per cui alla sinistra toccano i sermoni progressisti e la satira, mentre alla destra spettano le canzonette disimpegnate e i gossip.
O al massimo si sfiorano al cinema, per Zalone o la Cortellesi, visto che i record al botteghino dicono che, al di là dei proclami, la sinistra a vedere Checco ci va eccome, e che la destra si mette volentieri in fila per una regista progressista che omaggia in leggerezza i traguardi della patria e della democrazia. Eccezioni eccezionali a parte, il racconto del presente mostra una cesura netta: la destra si è presa la realtà, il nesso causa-effetto, il cambiamento tangibile, fisico e geopolitico; la sinistra l’utopia, la postura morale, e la sua rappresentazione.
Da una parte c’è la guerra e la ricostruzione, ci sono arresti e deportazioni, affari, intese. Dall’altra si moltiplicano gli appelli degli attori, le spillette, i cortei: indignazioni performative che non incidono nel presente. Basti pensare alla stagnante questione migratoria, considerata da due decenni uno spartiacque assoluto tra razzismo e inclusione, tra autoritarismo e stato di diritto: una divaricazione che continua a vedere il mondo conservatore inclinare al pugno di ferro — anche fino alle estreme conseguenze — e quello progressista caparbiamente indifferente a proporre soluzioni concrete, non fa più nemmeno finta di provarci.
“Così, no” è dunque il motto sulla bandiera della sinistra, da agitare ogni volta davanti alle maniere forti della destra muscolare, uno sventolio che la appaga mentre Israele, Trump, Meloni (o Nordio) tirano dritto. Una spartizione artificiosa che non è più differenza di percezioni, ma di abitazioni, uno scarto che richiama la distinzione lacaniana: il nevrotico resta nel mondo condiviso; lo psicotico ne crea uno proprio e ci vive dentro.
E qui “mondo” torna utile nel suo senso antico: mondato, ripulito. Ognuno vive in una dimensione confermatoria che ha deterso dalle proprie macchie. La destra si è mondata dai gravami della colpa e dall’accusa di ipocrisia, fa e disfa, senza doversi scusare. La sinistra, invece, è monda per definizione e autocertificazione: sempre dalla parte giusta, sempre con le mani in tasca, immacolate. Ognuno dei seguaci è convinto che l’immondo sia l’altro.
Questa scissione incontra però il limite del denaro, necessario a entrambi. Il ponte che unisce e vincola indissolubilmente i bruti che amano fare ai puri che amano discutere è lastricato d’oro. Lì, su quella terra di nessuno, avvengono gli incontri più improbabili, i matrimoni morganatici, le pomiciate più imbarazzanti.
Come il bacio Perugina sull’arco di roccia, che le nuove generazioni non ricorderanno, ogni contatto atipico rompe l’illusione dei pianeti che si sfiorano senza toccarsi davvero: ICE, ONG e flotillas hanno almeno una cosa in comune: senza fondi, non funzionano.
I palazzinari della Gaza coastline bussano agli stessi fondi dei produttori hollywoodiani. Carità e Difesa pescano nelle stesse tasche internazionali; le campagne dei politici di entrambi i mondi mungono dalle stesse mammelle, dagli stessi circuiti finanziari; le accademie più progressiste ricevono soldi da Paesi che reprimono proprio i diritti umani che esse celebrano.
Tutto lì, sul ponte d’oro, dove l’esistente e l’ideale continuano ad amarsi e a sapere che non possono fare a meno l’una dell’altra, mentre fanno finta di non conoscersi: utopisti e realisti, certo, ma con juicio.

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Tra uomini e formiche comunque, sulla lunga distanza vincono le formiche.