

A Roma una struttura privata organizza turni riservati alle donne, mentre a Salorno il gestore della piscina comunale concede un’ora settimanale a un’associazione interculturale. In nome dell’inclusione si asseconda così una concezione religiosa che separa i sessi. Ma integrare significa condividere luoghi, regole e diritti, non certificare nuove divisioni.
A Roma, una piscina privata di Tor Tre Teste ha previsto quattro giornate nel mese di agosto con fasce orarie riservate esclusivamente alle donne, personale interamente femminile e libertà di indossare qualsiasi costume, dal bikini al burkini. L’iniziativa è stata organizzata insieme alla Comunità islamica di Roma.
A Salorno, invece, il gestore della piscina comunale ha concesso per un’ora alla settimana, dopo la normale chiusura al pubblico, l’utilizzo della struttura all’associazione interculturale Armonia. L’iniziativa è aperta a tutte le donne, musulmane e non musulmane.
Sono due casi differenti. A Roma si tratta di un’iniziativa organizzata da una struttura privata, mentre a Salorno viene utilizzata una piscina comunale affidata a un gestore. Il primo caso conta come sintomo culturale, il secondo come precedente amministrativo. In entrambi, tuttavia, la giustificazione è la stessa: permettere anche alle donne che non frequenterebbero piscine miste di partecipare a un’attività sportiva e sociale.
Ma qui le parole rischiano di essere usate al contrario.
Integrare significa aiutare persone provenienti da culture diverse a condividere gli stessi luoghi, le stesse regole e gli stessi diritti. Adattare l’organizzazione degli spazi per conservare una separazione tra i sessi che nasce da una prescrizione religiosa ha un altro nome: è un accomodamento. Confondere i due termini è esattamente l’operazione retorica che andrebbe evitata.
È vero che esistono palestre, corsi sportivi e strutture riservati alle donne per ragioni che non hanno nulla a che vedere con l’Islam. È altrettanto vero che nessuna delle due iniziative è destinata esclusivamente alle musulmane. Il punto, però, non è chi possa entrare, ma la ragione per cui agli uomini venga impedito di farlo: rendere possibile la partecipazione di donne alle quali una determinata concezione religiosa vieta di mostrarsi in costume davanti a loro.
È particolarmente discutibile che simili iniziative vengano presentate o difese politicamente in nome delle pari opportunità. Le pari opportunità non dovrebbero consistere nel considerare intoccabile una concezione religiosa secondo la quale una donna non possa condividere una piscina con un uomo.
Quella concezione traduce nello spazio sociale una gerarchia tra i sessi che le istituzioni non dovrebbero assumere come criterio organizzativo. È una visione incompatibile con un’idea piena di uguaglianza e libertà individuale. Per questo, almeno quando sono coinvolti spazi pubblici, dovrebbe essere contrastata culturalmente, non agevolata o trasformata in una regola amministrativa.
La libertà religiosa è sacrosanta. Ma lo Stato laico non ha il compito di organizzare la vita collettiva secondo le prescrizioni di una religione. E una piscina comunale, anche quando è affidata a un gestore, resta uno spazio destinato alla comunità.
Il problema non è il burkini. Ognuna deve poter indossare ciò che preferisce. Il problema è l’idea che, per rendere possibile la presenza di alcune donne, sia necessario escludere gli uomini e organizzare persino personale esclusivamente femminile.
Questa non è necessariamente segregazione imposta, perché nessuna donna viene obbligata a partecipare e le iniziative sono aperte anche alle non musulmane. È però la certificazione organizzativa di una separazione richiesta in nome di una norma religiosa.
Chi ha promosso o difeso queste iniziative probabilmente pensa di offrire un’opportunità in più. Il rischio, però, è fare un regalo alle componenti più conservatrici delle comunità religiose, riconoscendo che le loro regole debbano essere assecondate invece di essere messe in discussione dal principio della convivenza.
E soprattutto si rischia di abbandonare proprio le donne che si vorrebbero aiutare. Invece di sostenerle nel diventare pienamente libere nella società in cui vivono, si comunica loro che quella separazione è normale, rispettabile e meritevole di essere organizzata anche in uno spazio pubblico.
Il punto non è vietare iniziative private rivolte esclusivamente alle donne. Il punto è stabilire quale idea di integrazione vogliamo sostenere e fin dove le istituzioni possano spingersi nell’adattare servizi e strutture alle prescrizioni religiose.
L’integrazione non si realizza costruendo nuove barriere. E un principio di convivenza può essere eroso anche così: un’ora alla volta.
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Mah … non vedo cosa ci sia di male a riservare degli orari per donne che si trovano meglio senza occhi maschili. In una palestra degli anni 80 c’erano tre giorni a settimana riservati alle donne e tre agli uomini e nessuno di noi che la frequentavano ci vide nulla di strano. E poi il separatismo femminile è antico: ricorderai sicuramente il mito di Diana e Atteone. E molti gruppi femministi degli anni 70 praticavano il separatismo proprio per liberarsi del condizionamento maschile
Dissento (tanto per cambiare…): il problema È il burkini. Da molti anni non frequento piscine ma ricordo che quando le frequentavo prima di entrare nell’acqua in cui entrano tutti era obbligatorio fare la doccia, e non credo che questa regola sia cambiata. Quindi queste donne cosa fanno? Prima di entrare in acqua accedono obbligatoriamente alla lavanderia appositamente allestita e mettono i burkini in lavatrice prima di indossarli ed entrare in acqua? Oppure quando è finito il loro orario tutte le volte svuotano la piscina dei suoi seicentocinquantamila litri d’acqua, la disinfettano e tornano a riempirla con seicentocinquantamila litri di acqua pulita per i clienti normali?
Totalmente d’accordo su tutto il resto, naturalmente.