


Gli incendi che assediano Bordeaux, Madrid e Valencia, mentre il fumo canadese raggiunge New York, mostrano la dimensione planetaria della crisi climatica. Di fronte a una minaccia che non conosce confini, l’Homo sapiens resta prigioniero di risposte nazionali e divisioni tribali. La domanda è se sapremo costruire una cooperazione globale prima che il fuoco cancelli il futuro.
Il fuoco disegna in questi giorni la mappa di un’estate che supera ogni precedente storico. In Francia e Spagna gli incendi hanno costretto oltre 325.000 persone a lasciare le proprie case, più di 220.000 nella sola regione di Bordeaux, dove il rogo della Gironda ha già distrutto circa 42.000 ettari di foresta, e altre decine di migliaia tra Madrid, Ávila e Toledo.
Il ministero dell’Interno francese parla di quasi 150.000 ettari bruciati dall’inizio dell’anno, sei volte la superficie del 2025, anno già definito eccezionale. In Spagna il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale dopo la morte di un uomo nei pressi di Valencia. La municipalità di Bordeaux, 270.000 abitanti nel comune e 1,4 milioni nell’area metropolitana, ha valutato l’ipotesi di un’evacuazione totale.
Il fronte del fuoco è arrivato a una quindicina di chilometri dal centro. Madrid si sveglia con l’odore di fumo nelle strade prima ancora che le fiamme raggiungano la periferia. Valencia ha un nuovo fronte di fuoco da pochi giorni, dopo settimane in cui sembrava risparmiata dai roghi. Tre grandi città di cui una capitale, tre città messe sotto assedio contemporaneamente.

L’intensità del fuoco produce fenomeni che i vigili del fuoco della Gironda descrivono come inediti: pirocumulonembi, nubi generate dal calore delle fiamme, raggiungono i 10-15 chilometri di quota e sono capaci di produrre fulmini e venti propri, quindi nuovi inneschi con le braci in sospensione. Il fenomeno rende l’incendio in parte autoalimentato e imprevedibile.
Viene da pensare, guardando queste immagini, alla scena della tempesta di polvere in “Interstellar” di Christopher Nolan: la partita di baseball interrotta dall’arrivo improvviso di un muro di polvere all’orizzonte, la quiete apparente si rompe in pochi secondi, il cielo cambia colore mentre la natura ricorda agli uomini quanto poco controllo abbiano davvero sull’ambiente che li circonda e sul loro destino.
Anche nel film, come oggi a Bordeaux, un fenomeno atmosferico nato da uno squilibrio ambientale profondo si trasforma in una minaccia che sembra avere una volontà propria. Nella città francese l’aria è irrespirabile, il cielo ha il colore della cenere, l’allerta rossa per le polveri sottili riguarda sei dipartimenti e le mascherine Ffp2 tornano a scarseggiare nelle farmacie.

Non è un’emergenza solo europea. In Canada, tra Ontario e Manitoba, la stagione degli incendi ha già bruciato oltre 2,8 milioni di ettari di bosco, un valore superiore del 134% alla media decennale. Il fumo ha raggiunto New York e gran parte del nord-est degli Stati Uniti, con avvisi sulla qualità dell’aria estesi a milioni di persone lontane dalle fiamme.
Le due crisi, mediterranea e nordamericana, condividono la stessa origine: siccità prolungata, temperature record, vegetazione secca. Siamo oltre la cronaca. E una tregua sarà difficile. I modelli indicano il persistere dell’anticiclone africano con temperature fino a 40-45 gradi tra Spagna, Francia meridionale e Italia, in quella che sarà un’ulteriore ondata di calore significativa dell’estate.

Di fronte a questi numeri, la domanda che conta non riguarda solo la meteorologia, ma la nostra specie di fronte ad una sfida inedita. L’Homo sapiens ha costruito la propria storia sulla cooperazione all’interno di una realtà tribale, ma quella cooperazione si è appunto sempre fermata su un confine preciso: la tribù, la città-stato, la nazione. Dentro quel confine gli individui collaborano, si sacrificano, condividono risorse. Oltre quel confine le cose cambiano nell’incapacità di pensare e pensarsi alla scala planetaria, ma il fuoco non conosce limiti. Un incendio che nasce in Gironda non chiede il permesso di attraversare i Pirenei, così come il fumo canadese non si ferma alla frontiera con gli Stati Uniti, malgrado le contumelie di Donald Trump.

Yuval Noah Harari, lo storico e pensatore israeliano, insiste da anni su un punto che gli eventi di questa estate rendono particolarmente attuale: armi nucleari, collasso climatico e destabilizzazione tecnologica sono minacce o trasformazioni radicali che nessuna nazione può affrontare sola, per quanto efficace sia la sua politica interna, l’organizzazione, la potenza e la disponibilità finanziaria. Non è un giudizio sulla legittimità del nazionalismo in sé, che Harari distingue dal patriottismo a cui riconosce una funzione storica nel tenere insieme milioni di persone attorno a un progetto comune, ma una constatazione.
È un’osservazione sulla scala del problema: quando la minaccia è globale e la risposta resta nazionale, circoscritta, il divario tra i due livelli produce esattamente lo scenario di queste settimane, cooperazione tecnica d’emergenza certo, ma nessuna architettura preventiva comune alla scala planetaria. Harari osserva come lo scetticismo climatico si concentri quasi sempre nelle culture politiche più legate all’identità nazionale, perché ammettere un problema globale significa ammettere che la sovranità nazionale stessa, da sola, non basta più a proteggere i propri cittadini ed è un suo punto di vulnerabilità ineludibile.

Gli incendi di questi giorni minacciano città come Bordeaux e Madrid: luoghi con un nome, un sindaco, dei cittadini, un’economia locale, musei con capolavori unici. Il danno è insieme locale e sistemico e proprio per questo mette a nudo il limite di una specie, la nostra, capace di grandi progetti condivisi, la nazione, la fede, il mercato, lo sport, ma non ancora di una narrazione capace di includere l’intera specie di fronte a un rischio che la riguarda nel suo insieme. Tutto questo accade mentre assistiamo all’inesorabile declino dell’ONU che idealmente sarebbe l’organismo pensato per affrontare una situazione simile e che nella sua crisi profonda conferma la difficoltà dell’homo sapiens di uscire da una logica confinata ai soli interessi nazionali.
Restiamo così impigliati in una domanda: l’Homo sapiens è in grado di sostenere una sfida che richieda un approccio corale e a scala planetaria, o la nostra propensione alle divisioni tribali ci condanna inesorabilmente al fuoco e a non saper immaginare il nostro futuro come specie?

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