Il nuovo governo della Mongolia formatosi dopo le elezioni di giugno non ha incluso il gasdotto Power of Siberia 2 nel suo piano d’azione fino al 2028: una decisione interpretata da molti come la conferma dell’accantonamento del progetto che dovrebbe collegare la Cina ai giacimenti russi di gas della Siberia occidentale, i più vasti, quelli che fino a due anni fa rifornivano massicciamente l’Europa. Gli analisti ascoltati dal “South China Morning Post” – testata moderatamente filogovernativa di proprietà del colosso cinese del commercio online Alibaba – attribuiscono la pausa del progetto ai disaccordi sul prezzo del gas fra Pechino e Mosca nonché a fattori geopolitici, compreso il timore per le sanzioni secondarie.
La Russia ha un disperato bisogno del Power of Siberia 2 poiché i giacimenti della regione Jamalo-Neneckij sono connessi esclusivamente all’Europa. Ma dopo l’invasione dell’Ucraina, il ricatto energetico di Vladimir Putin e il conseguente disimpegno europeo dalle forniture di gas russo, la Cina è l’unico acquirente che può compensare il mercato perduto. La Mongolia ospiterebbe una parte significativa di questo gasdotto lungo 2.594 chilometri e in grado di trasportare fino a 50 miliardi di metri cubi (mcb) di gas all’anno (la stessa quantità del Nord Stream 1), rendendo necessario il coinvolgimento di Ulan Bator negli accordi sulle tariffe di costruzione e sui diritti di transito.

Secondo le indiscrezioni, la China National Petroleum Corporation (Cnpc) avrebbe chiesto a Gazprom un prezzo simile a quello del mercato interno russo, che di fatto è un prezzo calmierato, insostenibile per Mosca, che a queste condizioni non riuscirebbe neanche a recuperare le risorse finanziarie per costruire il gasdotto. «Stiamo entrando in una fase di stallo in cui Mosca non crede più di poter ottenere da Pechino l’accordo che desidera, trovandosi costretta ad abbandonare il progetto in attesa di tempi migliori» ha detto Munkhnaran Bayarlkhagva, ex funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale della Mongolia. Inoltre, a frenare il progetto ci sono anche questioni politiche.
Bayarlkhagva sostiene che la Cnpc è stata infastidita dall’approccio di Gazprom, che vuole avere il controllo unilaterale della sezione mongola del Power o Siberia 2. «Ciò aumenterebbe l’influenza della Russia sulla Mongolia a scapito della Cina», mentre a Pechino «considerano più giusto partecipare insieme ai russi alla costruzione e alla manutenzione di questa sezione del gasdotto».
La decisione di Putin di usare le forniture di gas come un’arma per ricattare l’Europa è stata un totale fallimento, che a due anni di distanza dalla crisi energetica del 2022 ha drasticamente ridimensionato una delle principali risorse economiche e strategiche della Russia. Nel 2021 i gasdotti russi avevano trasportato nell’Unione europea e in Turchia più di 166 miliardi di mcb di gas, nel 2022 la quantità è scesa a 85 miliardi, nel 2023 è crollata a 45 miliardi.

In totale – sommando i volumi di gasdotti e gas naturale liquefatto – nel 2021 la Russia aveva esportato in tutto il mondo 245 miliardi di mcb di gas, nel 2023 poco più di 140 miliardi. Ciò nonostante la Federazione Russa resta il più grande detentore globale di riserve accertate ed è ancora il secondo esportatore di gas del mondo, ma dietro agli Stati Uniti (204 miliardi di mcb) e tallonata dal Qatar (129 miliardi), dove le compagnie energetiche faticano a soddisfare le richieste di gas che arrivano dall’Europa.
Articolo pubblicato su LA RAGIONE del 22 agosto 2024
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