


Il gas russo non è mai stato economico come sostiene la propaganda filorussa. I prezzi imposti da Gazprom, il ricatto energetico esercitato dal Cremlino e le conseguenze della dipendenza europea dimostrano che tornare alle forniture di Mosca non ridurrebbe le bollette, ma restituirebbe a Putin una formidabile leva politica ed economica.
«I russi ci vendevano gas a buon prezzo, ora lo compriamo dagli americani a quattro volte tanto».
«Con il gas russo le bollette si abbassano».
Le fake news russe sul gas si sprecano. È arrivato il momento di smontarle una per una.
Una breve premessa di carattere generale.
Vendere gas all’Europa, per la Russia, assolve a una duplice funzione:
- è un’enorme fonte di entrate;
- è una leva geopolitica molto forte e un modo per indebolire l’UE, favorendo le relazioni bilaterali con i singoli Paesi.
La riduzione della dipendenza europea dal gas russo ha ridimensionato queste nostre vulnerabilità nei confronti della Russia. Il Cremlino ha perso un punto di forza su cui contava molto. Forse troppo, tanto da invadere l’Ucraina convinto che l’Europa si sarebbe piegata proprio a causa della dipendenza, nel febbraio del 2022, delle nostre economie dal gas russo.
La ragione per cui i proxy russi di casa nostra, come i 5 Stelle e la Lega, vogliono ripristinare gli acquisti di gas dalla Russia è esclusivamente questa: a loro non interessa delle bollette degli italiani, basti pensare alle battaglie dei 5 Stelle contro i rigassificatori o il TAP che trasporta gas dall’Azerbaigian; a loro interessa solo aumentare l’influenza del Cremlino nella vita economica, quindi anche politica, dei Paesi europei, in modo da rafforzare la Russia e indebolire sia l’UE come istituzione, sia i singoli Stati membri.
Nel 2022, con la decisione di ridurre la dipendenza dal gas russo, ci siamo liberati di molte catene. Quello dei filorussi è semplicemente un tentativo di rimettercele. E dobbiamo impedirlo in tutti i modi.
Fine premessa, entriamo nel merito della questione.
Il gas russo, come specifica l’Oxford Institute for Energy Studies in un documento del 2024, non è mai stato «a basso costo». Neanche se fra i costi consideriamo solo quelli puramente economici. Questo grafico, pubblicato su Reuters, mostra infatti come il prezzo del gas russo sia stato spesso più alto rispetto al prezzo indicizzato al TTF.

Tanto è vero che i prezzi di Gazprom sono stati oggetto di arbitrati internazionali proprio perché troppo alti. È emblematico il caso dell’italiana Edison, che fu la prima a intentare una causa contro Gazprom per i prezzi eccessivi rispetto a quelli di mercato. Questi, intorno al 2010, crollarono a causa della «rivoluzione» dello shale gas USA, che inondarono il mercato di gas naturale liquefatto (LNG).
I prezzi di mercato erano più bassi del 25% rispetto a quelli di Gazprom, ed Edison chiuse il terzo trimestre del 2010 con un passivo di 37 milioni. Due anni più tardi venne comprata dai francesi di EDF.
Come si può facilmente intuire da questo episodio, quella del gas americano che ci costerebbe «quattro volte di più» rispetto a quello russo è una falsità. Costa quattro volte di più agli americani, mica a noi. Lo spiega bene l’AD di ENI, Descalzi. Queste le sue parole:
«Qualcuno diceva che il gas russo costava meno, ma questo è uno statement sbagliato. Il gas russo costava meno ai russi. Siccome il gas va al TTF e prende il suo valore, se il gas russo costa uno e lo vende a 10, nove sono per loro. Se il gas americano, che a chi lo produce costa più del gas russo, arriva a 7-8 euro/MWh al TTF, loro ci guadagnano due. Ma quando noi prendevamo gas russo col take or pay abbiamo perso un sacco di soldi, perché arrivava a un prezzo contrattuale superiore a quello che noi potevamo vendere. E con il take or pay dovevamo comunque prenderlo. Quindi, quelli che dicono il gas russo costava meno dovrebbero entrare in tutto il processo».
Insomma: gli americani spendono di più, rispetto ai russi, per estrarre il loro gas e immetterlo sul mercato; ma il prezzo che noi paghiamo è lo stesso, ed è quello del TTF. Semplicemente, gli americani hanno meno margini di guadagno rispetto ai russi.
Dire che paghiamo il gas russo quattro volte di meno, in sostanza, è una colossale balla. Anzi, è vero l’esatto opposto: in passato, quando il prezzo era determinato sulla base di contratti pluriennali con la Russia, lo abbiamo spesso pagato di più. Talmente di più che molti casi finirono in tribunale proprio a causa dei prezzi eccessivi del gas russo.
Abbiamo già parlato di Edison: in quel caso la controversia si risolse prima di giungere a un arbitrato internazionale, ma il problema che si ritrovò a fronteggiare Edison era diffuso in tutta Europa.
Nel 2020 il Tribunale arbitrale di Stoccolma ha condannato Gazprom a rimborsare 1,5 miliardi di euro alla principale industria di oil & gas della Polonia (PGNiG). Il motivo? Il contratto stipulato nel 1996 prevedeva la possibilità, ogni tre anni, di una revisione dei prezzi se eccessivi rispetto ai valori di mercato. Nel 2014, per i polacchi, la situazione era esattamente questa. Chiesero la revisione. Gazprom la negò. Nel 2016 si rivolsero al tribunale arbitrale. Nel 2020 vinsero la causa.
Casi analoghi, risolti talvolta in sede giudiziale, talvolta in sede extragiudiziale, riguardarono la tedesca RWE, E.ON, anch’essa tedesca, e la nostra ENI, che, a differenza degli altri casi, venne minacciata da Gazprom – e non fu essa a minacciare – di ricorso al tribunale.
Era chiaro che i contratti con i russi potessero diventare da un momento all’altro dei contratti capestro, con condizioni estremamente svantaggiose per il compratore. Il mercato del gas europeo iniziò quindi a essere sempre più un mercato «spot», in cui il prezzo viene deciso al TTF sulla base di logiche di mercato classiche.
Nel caso di Gazprom, invece, il prezzo del gas era nominalmente legato a quello del petrolio; in realtà, era più legato a valutazioni di tipo geopolitico.
Si possono portare diversi esempi a dimostrazione di ciò.
Il 7 aprile 2014, dopo l’invasione russa della Crimea, l’Ucraina non pagò una tranche delle forniture di gas. I russi aumentarono il prezzo del gas dell’80% da un giorno all’altro. Era evidente che a decidere il prezzo fu il Cremlino e che il prezzo del petrolio non c’entrava assolutamente nulla.
L’esempio più eclatante, e che ci riguarda in maniera più diretta, fu però l’impennata dei prezzi del gas nell’inverno del 2021, quando Gazprom decise di ridurre i flussi verso l’Europa a livelli inferiori del 25% rispetto a quelli pre-pandemia. Così facendo, fece aumentare artificiosamente il prezzo del gas destinato al mercato europeo.
Il flusso di novembre 2021 era ai minimi da sei anni, e il prezzo del gas era sei volte quello che abbiamo pagato nel dicembre 2025 e tre volte quello che abbiamo pagato nel marzo 2026, in piena crisi iraniana, con lo Stretto di Hormuz chiuso e le importazioni dalla Russia ai minimi storici.
Il quadro complessivo, e in particolare il ricorso al ricatto energetico a fini geopolitici, risulta molto nitido se, a posteriori, rianalizziamo il contesto di quel periodo.
Le esercitazioni russo-bielorusse al confine con l’Ucraina avevano portato la Germania a sospendere, nel novembre 2021, la messa in funzione del Nord Stream 2, la cui costruzione era terminata due mesi prima. La Russia decise quindi di ridurre i flussi, innescando una crisi economica in Europa.
La mossa del Cremlino era un’intimidazione in stile mafioso, resa evidente da quello che sarebbe successo tre mesi più tardi, il 24 febbraio 2022. Il messaggio, nella sostanza, era questo: «Vedete, europei? Se voglio posso mettere in ginocchio le vostre economie».
A posteriori risulta tutto molto chiaro e coerente.
Ogni ragionamento sul gas russo non può prescindere da una valutazione sull’importanza strategica di essersi sottratti a questo ricatto. Come partner commerciale, il Cremlino è inaffidabile; come attore geopolitico, è un nemico.
Chiunque blateri di «partnership commerciale» non ha capito niente, o ha capito e agisce nell’interesse della Russia e contro il nostro interesse: come si può, infatti, lasciare nelle mani di uno come Putin il destino dell’economia europea?
L’idea che i russi possano condizionare in modo così determinante i processi politici e l’economia europei, aprendo e chiudendo i rubinetti del gas a loro piacimento, non solo è inaccettabile per la nostra sovranità: è letale.
Ma anche considerando solo l’aspetto economico, i contraccolpi del 2021-2022-2023 si sono realizzati proprio perché eravamo dipendenti dal gas russo.
Adesso ci stiamo liberando da questa dipendenza in modo piuttosto efficace. Come ha dimostrato Matteo Villa di ISPI, nel 2025 il prezzo del gas naturale in UE è stato inferiore rispetto alla media 2008-2019.

Teniamo presente che la quota di gas russo nel mercato europeo, nell’autunno-inverno 2025, era pari al 12%. Nell’autunno-inverno 2021 era il 45%. Questi dati è bene che ci entrino in testa:
- autunno-inverno 2025: 12% di gas russo, prezzo intorno ai 30 euro/MWh (massimo 33 euro a settembre, minimo 27 euro a dicembre);
- 2008-2019: 45% di gas russo, prezzo leggermente superiore al 2025 tenendo conto dell’inflazione reale;
- autunno-inverno 2021: 45% di gas russo, prezzo costantemente superiore a 50 euro/MWh, con un picco intorno a 186 euro/MWh: sei volte quello del periodo analogo del 2025.
Il contesto era diverso nei tre casi; ma il contesto del 2025, con una guerra su larga scala in corso, era sicuramente più sfavorevole rispetto a quello del 2008-2019 e a quello del 2021. I dati dimostrano che prima della crisi iraniana il processo di affrancamento dell’Europa dal gas russo procedeva spedito.
Insomma, il gas russo non è conveniente neanche se consideriamo solo l’aspetto economico; a maggior ragione non lo è se si prendono in considerazione anche i risvolti in termini di politica internazionale.
Possiamo concludere dicendo che una quota molto alta di approvvigionamenti di gas russo, se ha un ruolo nel determinare i prezzi della materia prima per il mercato europeo, non ha certamente un ruolo per noi vantaggioso. Tutt’altro.
E, comprando gas russo, diamo alla Russia il potere di agire attivamente sui prezzi, come dimostra quanto accaduto nel 2021. Se loro riducono i volumi per una qualunque ragione, i prezzi si impennano. È una leva politica ed economica che è suicida concedere a un nostro nemico.
L’ex vicepresidente di Gazprombank, Igor Volobuev, in un recente articolo sul Moscow Times, usa l’espressione «influenza coercitiva»: è esattamente così.
Comprare il gas russo equivale a dare a Putin una pistola carica, consentirgli di puntarla sulla nostra tempia e calibrare le nostre azioni affinché non prema il grilletto. Il tutto a fronte di vantaggi economici inesistenti.
Che senso ha agire in questo modo?
È un suicidio sotto molteplici punti di vista. Con quei soldi la Russia finanzia la produzione di missili e bombe che oggi uccidono gli ucraini, domani chissà; finanzia la manutenzione delle testate atomiche puntate contro le nostre città; finanzia la guerra ibrida contro di noi; finanzia la corruzione di quinte colonne nei Paesi europei; finanzia la sua proiezione su scenari globali in cui la presenza russa è da leggere in chiave aggressivamente anti-occidentale.
Nella sostanza, comprando il gas russo, rafforziamo una potenza straniera che vuole distruggerci. È un atto di puro masochismo, ed è dovere di ogni politico europeo agire affinché il peso del gas russo nel mix energetico dei Paesi europei sia pari a zero.
Questo costringerebbe la Russia, impossibilitata a vendere gas all’Europa via gasdotto, a dirottare le esportazioni sull’LNG, con l’effetto di ridurre i margini di guadagno – l’LNG è meno redditizio e, con pochi compratori, essenzialmente Cina e India, sono loro a fare il prezzo – ma al contempo senza causare un’impennata dei prezzi a livello globale, perché la disponibilità di gas non si ridurrebbe in maniera significativa.
La chiusura di Hormuz sta ritardando i piani, ma la strada per l’Europa è chiara: bisogna ridurre le importazioni di gas russo il più possibile e il prima possibile.
È utile ricordare che nel 2021 la Russia esportava in Europa circa 150 miliardi di metri cubi di gas. Le esportazioni via gasdotto verso la Cina, nel 2026, ammontano a 38 miliardi di metri cubi, ed è proprio notizia degli scorsi giorni che la costruzione del gasdotto Power of Siberia 2, che avrebbe consentito esportazioni in Cina per 50 miliardi di metri cubi aggiuntivi, ha subito una battuta d’arresto a causa degli sconti pretesi da Pechino, giudicati eccessivi da Mosca.
Insomma, il mercato europeo per la Russia è insostituibile. Ed è per questo che gli agenti di influenza russi stanno facendo di tutto per disinformare le opinioni pubbliche europee, inducendole a credere che il caro-bollette si risolverebbe ritornando al gas russo – quando nel 2021 fu proprio il gas russo a causarlo -: così facendo, questa soluzione diventerebbe popolare, politicamente redditizia ed entrerebbe nell’agenda delle varie forze politiche europee.
È una classica operazione di guerra ibrida.
Quando, su La7, sentirete i soliti noti proporre questa soluzione, tenete sempre a mente il quadro generale. I filorussi vogliono rimettere il cappio di Gazprom attorno al collo delle economie e delle società europee. Chi progetta per noi questo destino è un agente di influenza di Mosca.
Impariamo a riconoscere le quinte colonne. Impariamo a decodificarne i comportamenti. Impariamo a smascherarle ed esporle per quello che sono.
Impariamo a difendere le nostre democrazie dalla disinformazione portata avanti da personaggi che agiscono nell’interesse di potenze straniere.
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Ok, ma io credevo che non importassimo piu’ sia il gas che il petrolio russi.
Abbiamo fatto quanti, 25 pacchetti di sanzioni e ancora importiamo il 12.5% ?
Non ci posso credere, dite.i che ho letto male….
esposizione magistrale. conclusioni ineccepibili.