


Da Mussolini a Hitler, i regimi autocratici non ammettono mai la sconfitta: la rielaborano come deviazione temporanea. Oggi Putin fa lo stesso in Ucraina, mentre Trump ripete l’errore di Chamberlain credendo l’aggressore negoziabile. Non cadono quando capiscono di aver perso, ma quando la finzione diventa insostenibile persino per le loro élite.
Le continue rimodulazioni degli obiettivi bellici russi e la retorica del Cremlino, sempre più scollata dalla realtà sul campo, confermano una legge storica spietata: nelle fasi terminali di un regime autoritario o di un progetto autocratico, la sconfitta militare e politica non viene mai registrata come un dato oggettivo, bensì rielaborata come una provvisoria deviazione della storia.
Esiste una continuità profonda tra le modalità con cui i dittatori del Novecento hanno gestito l’inevitabilità della sconfitta e l’incapacità odierna di Vladimir Putin – con il controcanto politico e strategico dell’approccio di Donald Trump – di riconoscere il fallimento dei propri obiettivi strategici.
L’incapacità strutturale degli autocrati di processare la sconfitta non è una semplice tara caratteriale, ma una necessità di sopravvivenza sistemica e ideologica.
Il precedente storico dimostra che la rimozione della sconfitta risponde a precise patologie dell’architettura del potere di stampo autoritario.
Nel 1940 Benito Mussolini, galvanizzato dalla rapida capitolazione della Francia, spinse l’Italia in un conflitto impreparato, convincendosi che il destino bellico fosse ormai segnato. Quando le campagne di Grecia e del Nordafrica rivelarono il disastro strutturale delle forze armate italiane, la risposta della propaganda fascista non fu la riconsiderazione strategica, ma la criminalizzazione della realtà.
Adolf Hitler, con l’avvio dell’Operazione Barbarossa nel 1941, portò questo solipsismo politico alla sua estrema conseguenza. Come teorizzato da Hannah Arendt nelle sue analisi sul totalitarismo, la caratteristica fondamentale dell’ideologia totalitaria non è, infatti, soltanto la violenza opprimente, ma la pretesa di sostituire la realtà fattuale empirica con una narrazione coerente di finzione ideologica.
Il nazionalsocialismo, fondato sui dogmi della superiorità razziale e dell’infallibilità del Führer, non poteva ammettere che il fattore materiale, la logistica o la resistenza dell’Armata Rossa potessero invalidare il dogma.
Quando l’avanzata verso Mosca si bloccò nel gelo del 1941 e dopo il tracollo di Stalingrado nel 1943, il regime non ricalibrò i propri scopi di guerra. Al contrario, operò quella che la filosofia politica definisce una fuga nel mito irrazionale.
Il nazionalsocialismo sostituì la pianificazione militare con la fede messianica nelle Wunderwaffen – le armi prodigiose V1 e V2 – trasformando la condotta bellica in un atto esoterico.
Oggi, i missili ipersonici Oreshnik di Putin svolgono l’esatta funzione psicologica delle V2 di Hitler: trasformano la condotta bellica in un atto esoterico per nascondere il collasso logistico e l’impossibilità di una vittoria convenzionale.
La dottrina della guerra totale proclamata da Joseph Goebbels nel 1943 rappresentò il culmine di questa alienazione strategica: la mobilitazione totale della società non serviva più a vincere una guerra sul piano materiale, ma a preservare intatta la finzione ideologica a costo della distruzione del Paese.
Il rifiuto della logica militare si consumò infine nel Führerbunker, dove Hitler, in preda a un solipsismo paranoico, continuava a muovere sulla carta divisioni ed eserciti oramai ridotti a spettri e privi di forza effettiva.
Allo stesso modo, la parabola del fascismo tra la caduta del regime il 25 luglio 1943 e la fondazione della Repubblica Sociale Italiana illustra il fenomeno che Carl Schmitt descriverebbe come la degenerazione della sovranità e dello Stato d’eccezione.
Privo di un territorio realmente sovrano e ridotto a mero protettorato militare dell’alleato tedesco, il regime di Salò sopravvisse rifiutando il dato empirico della propria irrilevanza strategica.
L’illusione statuale della RSI si reggeva sulla negazione del fallimento e sulla costruzione della mitologia del tradimento, sia interno (il Gran Consiglio e la Corona) che esterno (gli Alleati) – per giustificare la propria violenza controrivoluzionaria e la sottomissione a Berlino pur di non ammettere che la propria parabola storica si era conclusa.
Oggi Vladimir Putin affronta lo stesso dilemma sistemico nella sua guerra d’aggressione contro l’Ucraina.
Lanciata come un’operazione d’intelligence rapida per decapitare le istituzioni di Kiev e riaffermare una sfera d’influenza d’ispirazione imperiale, la guerra si è trasformata in un logoramento d’attrito.
Nonostante l’evidente fallimento del piano originale, il Cremlino non può ammettere la sconfitta, poiché farlo significherebbe provocare la delegittimazione del sistema autocratico verticale costruito in oltre vent’anni.
Come i regimi del passato, Mosca ricorre alla rimodulazione continua della narrazione: dal cambio di regime si è passati alla demilitarizzazione, per poi scivolare nella difesa contro la NATO e nell’annessione sulla carta di territori che l’esercito russo non controlla neppure sul campo.
Sul versante occidentale, la postura politico-retorica di Donald Trump sul conflitto ucraino riflette una forma diversa, ma complementare, di cecità strategica.
Promettere di chiudere una guerra complessa in 24 ore presuppone che il conflitto sia una mera controversia immobiliare risolvibile tramite transazione commerciale.
È la riproposizione dell’errore concettuale di Chamberlain nel 1938: la convinzione che l’aggressore autocratico operi secondo parametri negoziali razionali e che la cessione di sovranità o territori possa placare l’ambizione revanscista.
L’analisi comparata tra la metà del Novecento e la crisi attuale offre tre chiavi di lettura fondamentali per l’architettura di sicurezza dell’Occidente.
L’autocrazia impedisce l’uscita razionale dalla guerra. Negli Stati democratici, le sconfitte o le guerre prive di sbocco portano al ricambio politico, alla revisione strategica e al ritiro.
Nei sistemi autocratici, dove il potere è concentrato nella persona del leader e il dissenso interno è criminalizzato, la prosecuzione della guerra diventa il principale strumento di conservazione del potere, indipendentemente dal costo umano ed economico per il Paese.
L’illusione dell’appeasement accelera i conflitti sistemici. Trattare l’incapacità di Putin di ammettere la sconfitta ponendogli ponti d’oro negoziali che ne premino l’aggressione equivale a ripetere gli errori degli anni ‘30.
La storia dimostra che regalare spazio strategico a un regime che non può accettare la sconfitta non porta alla stabilità, ma sposta soltanto in avanti il momento dello scontro successivo.
La vittoria della democrazia richiede fermezza di logoramento. Così come contro l’Asse fu necessaria una superiore capacità industriale, istituzionale e morale per sostenere il logoramento e dimostrare l’impraticabilità dell’avventura bellica, oggi la tenuta dell’alleanza euro-atlantica passa dal rigore analitico: non credere alle scorciatoie diplomatiche e sostenere la resistenza ucraina fino a far emergere le contraddizioni interne al sistema di potere del Cremlino.
I regimi autocratici non cadono quando capiscono di aver perso; crollano quando la distanza tra la realtà del campo e la finzione del regime diventa insostenibile persino per le loro élite.
La lezione storica è che l’Occidente non deve facilitare la finzione dell’aggressore, ma accelerarne la resa dei conti con la realtà.
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Complimenti per le considerazioni lucidissime e inoppugnabili. Certi soggetti nostrani, di cui intenzionalmente non faccio nome, dovrebbero essere costretti ad impararle a memoria, come un tempo si faceva a scuola con le poesie. La pervicace sovversione di cause e fatti, finalizzata a dimostrare la validità di dogmi – perché di ciò spessissimo si tratta -, è una pratica normalmente usata anche da soggetti colti e preparati, ma “forse” privi di onestà intellettuale, comunque auto-proclamatisi pifferai magici. E il nostro paese, noto per l’applicazione pedissequa del “NIMB”, ne è purtroppo pieno.