

La Sicilia sta scivolando a valle, e con essa scivola via l’ultima maschera di un’intera classe dirigente e, diciamolo sottovoce ma con chiarezza, di un intero popolo. Quello che è accaduto a Niscemi, e prima ancora lungo tutta la costa ionica devastata, non è una tragedia. La tragedia presuppone l’ineluttabilità del fato, il capriccio degli dei. Qui gli dei non c’entrano nulla. Qui c’entra la fisica, e c’entra l’antropologia.
Siamo di fronte all’apoteosi del “Piango ergo sum”, la declinazione cartesiana del sicilianismo: esisto in quanto vittima, esisto in quanto reclamo l’emergenza dopo aver preparato con cura scientifica il disastro. Guardiamo quelle strade sventrate, quelle piazze inghiottite dal fango. Non sono ferite inferte dalla natura matrigna, sono l’autopsia di un patto scellerato che dura da decenni.
Un patto di sangue — e di fango — tra una politica che ha fatto del laissez-faire edilizio il suo ammortizzatore sociale e una cittadinanza affetta da una patologica incoscienza cementificatoria. Per cinquant’anni, il consenso in Sicilia si è costruito non sui servizi, ma sulla tolleranza. Il voto di scambio non è solo quello mafioso; è quello, ben più diffuso e banale, del sindaco che si volta dall’altra parte.
Mentre il geometra di turno violenta una collina instabile, o mentre il cittadino “rispettabile” decide che il letto di un fiume è il luogo ideale per la veranda estiva, o quando il padre “bisognoso” erige il secondo e terzo piano per la figlia e il figlio che tornano dalla Germania. Chiedere le dimissioni di Nello Musumeci o del politico di turno è legittimo, forse persino doveroso, ma è anche terribilmente comodo.
È l’alibi perfetto. Serve a lavarsi la coscienza, a dire “è colpa loro”, mentre si guarda il proprio abuso edilizio condonato o la casa costruita su un terreno argilloso che gridava pietà. Il problema non è solo l’uomo al comando; è un’intera architettura del fallimento che funziona benissimo da anni. È un sistema in cui l’emergenza non è un incidente di percorso, ma un modello economico.
Si aspetta il crollo per chiedere i fondi, si attende la frana per invocare lo Stato, si piange in diretta tv per nascondere che quella casa, lì, non ci doveva stare. Nessuno può dichiararsi estraneo a questa cultura del parassitismo ambientale. Non la politica, che ha incentivato edificazioni ovunque, dalla battigia alle vette, pur di non pianificare, pur di non dire quei “no” che fanno perdere le elezioni.
E non i cittadini, che hanno assecondato la propria bulimia cementizia, quella brama di elevare piani su piani senza alcun timore di Dio né rispetto per la geologia, convinti che il diritto di proprietà includesse il diritto di sfidare la gravità. Il disastro di Niscemi è lo specchio in cui la Sicilia rifiuta di guardarsi. Riflette un’isola che ha scambiato il territorio per una rendita e il paesaggio per un vuoto a perdere.
Ora che la terra presenta il conto, riparte il rito del pianto “cartesiano”, della richiesta di aiuto, della colpa da scaricare su Roma, sul clima, sulla sfortuna. Ma il fango, che è cinico e onesto, se ne frega della retorica. Il fango si limita a riprendersi ciò che gli è stato tolto dall’avidità e dall’ignoranza. E mentre noi recitiamo la parte delle vittime, la Sicilia continua, inesorabilmente, a franare sotto il peso della propria complicità.

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Un po’ brutale e in parte palese realtà dell’amministrazione di certi territori da parte di eletti e cittadini, però dobbiamo anche considerare che in questa epoca di cambiamenti climatici estremi tangibili, certi eventi catastrofici accadono con una frequenza e un impatto maggiori.
E si riflettono anche sul resto della società e dello Stato.
Inoltre se si limitassero certi comportamenti, certe azioni dannose e si pensasse di più alla prevenzione, forse le conseguenze di quegli eventi potrebbero essere gestite un po’ meglio.
10 minuti di applausi. A testa bassa, disperatamente.