

Dopo aver analizzato nel precedente articolo i principali aspetti legati alla normalità di Israele — partendo dal rifiuto dell’eccezionalismo morale per riportare lo Stato ebraico nel realistico alveo dei soggetti internazionali che agiscono secondo logiche di sopravvivenza perfettamente ordinarie; passando per l’analisi dei vincoli geografici che impongono la sostituzione dello spazio con il tempo attraverso la dottrina preventiva; fino alla decostruzione del mito coloniale, evidenziando come Israele sia un esito della decolonizzazione al pari dei suoi vicini e possieda una legittimità storica e nativa inoppugnabile — procediamo ora con la seconda parte.
Il Ribaltamento del frame: L’Interpretazione sui generis inversa
Una premessa molto comune quando si parla di Israele è quella secondo cui Israele vivrebbe di un privilegio e che quando si parli di esso si facciano delle differenze che per gli altri non esistono. E questo è assolutamente vero, ma nel senso diametralmente opposto.
Per comprendere la condotta di Israele, occorre abbandonare la lente dell’idealismo post-moderno e adottare una prospettiva storico-strutturale. Israele appare, a un’analisi rigorosa, come uno Stato tardivo. Gli Stati-nazione europei si sono formati attraverso secoli di conflitti cruenti, spostamenti di popolazioni e consolidamenti territoriali avvenuti in un’epoca in cui la forza era l’unico linguaggio costituente; Israele sta compiendo processi simili in un’epoca che pretende di aver superato la forza, ma solo selettivamente.
Infatti, come sappiamo dalla teoria della relatività, spazio e tempo viaggiano insieme e il fatto che in un angolo di mondo si sia riusciti ad optare per metodi alternativi alla forza non significa che ciò si applichi a tutto il mondo. Israele, invece, nasce in un sistema internazionale già saturato, che pretende però oggi retroattivamente che i processi di formazione statale non seguano più quelle dinamiche, pur continuando a tollerarle in altri contesti.
Questo discorso implica due concetti fondamentali e va letto quindi sotto due dimensioni. La tardività della sua costituzione come Stato-nazione non è in realtà un unicum: viene visto come un unicum, ma si tratta di una distorsione della rappresentazione storica che attecchisce in coloro che questa disciplina la praticano poco.
Con questo si fa riferimento al fatto che nella concezione comune esistano degli Stati naturali e degli Stati “inventati”: i primi sono Stati legittimi con una loro evoluzione storica consolidata e che, in virtù di questa, sono da un lato legittimi ma dall’altro condannati alla post-storicità, ritenuti quindi obbligati a permanere nello status quo. Dall’altro abbiamo gli Stati inventati, figli di un dio minore e la cui legittimità può essere messa in discussione.
Il problema è che nel 1945 gli Stati erano 65, oggi sono 193: adottare questa logica dello Stato “inventato” implica che al mondo esistano ben 128 Stati inventati, la cui legittimità dovrebbe quindi essere dubbia e messa in discussione. Oggi tra gli Stati oggetto di questa argomentazione troviamo insieme solo il Sahrawi, il Somaliland e Israele. I primi due esistono in forme particolarmente discutibili, il terzo è l’unico che esiste nella sostanza e nella forma al 100%.
Uno dei tantissimi problemi di questa concezione latente ma onnipresente del dibattito politico sta nel fatto che nessuno Stato è naturale: naturali possono essere le nazioni – intese come collettività umane – le quali si possono dotare di una statualità, ma non esiste uno Stato che possa dirsi naturale in senso aprioristico; essi sono tutti frutti di centralizzazione del potere, diffusione per imposizione di un modello istituzionale e culturale su altri, seguendo uno schema di violenza originaria ? repressione del diverso ? sentimento di comunità.
Alcuni obietteranno che esistono tuttavia degli Stati che vedono i loro natali come frutto di accordi ed equilibri internazionali; questi sono quelli che solitamente vengono etichettati come Stati inventati, quindi illegittimi. Israele viene fatto rientrare tra questi Stati. E il problema risiede proprio nella classificazione, in quanto ci si dimentica che, volendo adottare questo discrimine, può dirsi Stato inventato anche l’Italia, frutto dell’estensione del Regno sabaudo che a sua volta è stato fortificato come Stato cuscinetto, avente quindi una funzione anti-francese, dal Congresso di Vienna; inventata è la Polonia moderna, così come il Belgio; inventata è l’Ungheria, stracciata della sua forma dai trattati di Saint-Germain. Inventata è la Germania, dalla sua fondazione come macchinazione dei junker e dall’instaurazione dello Zollverein. Non esistono Stati che non siano stati oggetto di spartizioni, creazioni e frutto di equilibri internazionali.
L’altra interpretazione sui generis su Israele riguarda anche il fatto che se da un lato se ne rivendica l’illegittimità in quanto “inventato”, mettendolo a paragone con gli Stati “naturali” come quelli europei, dall’altro però lo stesso criterio non si adotta con gli Stati vicini a Israele, “inventati” anch’essi nello stesso identico modo. Ma non finisce qui: la morale post-storica, virtù degli Stati naturali, la si applica però anche a Israele ma non ai suoi vicini, nonostante lo si consideri uno Stato inventato.
Quindi Israele si ritrova inserito suo malgrado tra gli Stati inventati, escludendo i vicini Stati arabi, ma contemporaneamente ci si aspetta da esso un comportamento morale post-storico tipico degli Stati naturali, anche qui con eccezione dei vicini Paesi arabi.
In sostanza i vicini arabi, come Libano, Siria o Giordania, nati insieme a Israele e secondo le stesse logiche, sono considerati da un lato come Stati naturali e quindi legittimi, ma non viene imposta loro la stessa accountability che viene imposta tipicamente agli Stati naturali: a nessuno interessa del rispetto delle minoranze nei Paesi arabi, né dello stato della rule of law, né della libertà economica, tanto meno dei diritti civili o della democrazia.
Essi vivono sostanzialmente in una condizione win-win, dove possono avere i privilegi del buon selvaggio che non si ritiene responsabile delle atrocità che commette, unito però allo status di Stato pienamente legittimo. Ad Israele viene imposto il trattamento esattamente contrario: unico Stato inventato a dover per qualche ragione sottostare agli stessi criteri di Islanda o Canada senza nessun privilegio di irresponsabilità. Questa enorme discrepanza della categorizzazione dello Stato d’Israele è implicita quanto ormai esplicita nel dibattito pubblico.
La pretesa che Israele si comporti come uno Stato “post-storico” è logicamente insostenibile. Nessun soggetto politico nasce in una condizione di sicurezza assoluta e riconoscimento unanime. Israele non è “più violento” degli altri Stati nella loro fase di consolidamento; è semplicemente più visibile, poiché la sua esistenza si dipana sotto lo sguardo di un sistema mediatico globale e all’interno di uno spazio simbolicamente iper-saturo.
Il punto di rottura più evidente con la razionalità analitica risiede nel regime discorsivo che circonda lo Stato ebraico. A Israele non viene applicata un’interpretazione ceteris paribus (a parità di condizioni), né una valutazione mediana. Al contrario, gli viene riservata un’interpretazione sui generis inversa.
Questo meccanismo assegna alla controparte dei lussi strategici e legali mai concessi a nessun altro soggetto internazionale (si pensi alla gestione dei rifugiati o alla legittimazione e sponsorizzazione di attori ibridi e terroristici), mentre impone a Israele parametri di condotta che ignorano i vincoli della realtà.
Si pretende che Israele gestisca minacce esistenziali — dai razzi di Hezbollah agli arsenali di attori statali che ne invocano la distruzione — in un’aula di tribunale senza ricorrere alle logiche ordinarie del sistema internazionale, mentre si accetta che l’Iran divori il Libano dall’interno distruggendo le infrastrutture e istituzioni laiche del Paese.
Questo doppio standard rivela che Israele non è giudicato per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta: un parafulmine per le frustrazioni ideologiche del post-modernismo europeo, audacemente cavalcato dall’islamismo antisionista, cioè antisemita.
Il diritto internazionale come strumento della retorica antisemita
Un errore metodologico frequente consiste nel trattare il diritto internazionale come un codice penale universale capace di disciplinare realmente l’uso della forza. Al contrario, esso è il linguaggio ex post della forza, come ci ricorda Edward H. Carr, prodotto in un sistema anarchico dove l’enforcement resta decentrato e affidato ai singoli attori esattamente come nelle società pre-statuali.
La forma consuetudinaria del diritto internazionale ha un gran vantaggio: obbligare l’universale reciprocità dei comportamenti tra soggetti internazionali. Questo è il motivo per cui si cerca di giudicare Israele sotto la giurisdizione di quel diritto internazionale pattizio a cui Israele non aderisce.
Se da un lato il diritto pattizio non è universale ed è monco qualora non reciproco e non enforceable, quello consuetudinario è universale e obbliga a una reciprocità che quindi impone la considerazione della sopravvivenza del soggetto internazionale dinnanzi a qualsiasi altro obbligo pattizio.
Il diritto consuetudinario obbliga alla reciprocità; se questa manca (gli attori nemici non rispettano le norme), Israele non può essere obbligato al “suicidio” per obbedire a norme non garantite da nessuno.
In questo quadro, Israele non viola il diritto internazionale più di quanto facciano altri Stati sottoposti a minacce strutturali persistenti. La differenza risiede nel fatto che, per lo Stato ebraico, la violazione viene sistematicamente moralizzata anziché analizzata.
A pochi sembra interessare che la minaccia della forza sia vietata quanto l’uso della forza; a pochi interessa che ospitare o sponsorizzare nuclei terroristici comporta una responsabilità statuale diretta. Il diritto internazionale, quando si parla di Israele, viene privato della sua connotazione più importante – quella consuetudinaria – e dall’altro interpretato sulla base di soft-law e risoluzioni (giuridicamente irrilevanti), diritti pattizi a cui Israele non sempre aderisce (quindi senza efficacia) e dimenticando l’universalità del giudizio.
Il diritto è tale quando ha capacità universale di omologazione e sanzione, non quando ha capacità politico-selettiva di sanzione. La legittima difesa, la deterrenza e l’azione preventiva non sono “deviazioni” israeliane, ma categorie sistemiche del comportamento statale.
Chiedere a Israele di rinunciare a questi strumenti in nome di un ordine normativo che non è in grado di garantirne la sicurezza fisica equivale a chiederne il suicidio, cosa che appunto nessun attore razionale è disposto a fare: pertanto anche qui, Israele agisce da attore perfettamente razionale e “normale”.
Conclusione: Israele come specchio del Sistema
In ultima analisi, Israele non rappresenta l’eccezione alla regola del sistema internazionale, ma la sua più cruda e onesta manifestazione. Trattarlo come un’anomalia — definendolo “Stato inventato” e pertanto illegittimo o pretendendo da esso una condotta post-storica in un contesto di minaccia esistenziale di origine razziale — non è un’operazione di giustizia, ma un espediente retorico per preservare un’illusione di ordine che il mondo non è in grado di garantire e che nasconde l’antisemitismo con un sinonimo: l’antisionismo.
Se accettassimo la tesi dello Stato “inventato” per Israele, dovremmo, per onestà intellettuale, far crollare il castello di carta della legittimità di oltre due terzi delle nazioni oggi rappresentate al Palazzo di Vetro.
Se pretendessimo che il diritto internazionale sia un codice penale assoluto e non uno strumento consuetudinario di reciprocità, dovremmo condannare alla paralisi ogni democrazia che osi difendere i propri confini. Invece, il sistema sceglie la via della selettività: concede ai vicini di Israele il privilegio dell’irresponsabilità — il “lusso del buon selvaggio” che può violare ogni norma senza perdere legittimità — mentre impone allo Stato ebraico un fardello morale che nessun altro attore razionale accetterebbe mai di portare sotto assedio di guerra costante.
Israele rivela così la grande menzogna del post-modernismo: l’idea che il diritto possa sostituire la potenza in assenza di un garante universale. Chiedere a Gerusalemme di rinunciare alla logica della sopravvivenza in favore di un’obbedienza a soft-law a senso unico e politicamente orientata non è un invito alla pace, ma una richiesta di estinzione.
Se lo scopo è l’eradicazione di Israele, allora questo è il modo corretto di argomentarla. Ma l’estinzione di Israele è antisemita per definizione, e la maggior parte del consenso pubblico occidentale ripudierebbe sentire addosso a sé tale definizione.
Da qui la non ergonomicità: proporre e sponsorizzare un frame retorico profondamente antisemita proclamandosi però amici degli ebrei. Le opzioni sono due: o si tratta di un disturbo mentale di massa oppure siamo davanti alla semplice mancanza di ergonomia tra intenzione ed effetto: antisemiti attivi ignari di esserlo.
In questo scontro tra realtà e narrazione, Israele rimane l’unico Stato a cui si contesta il diritto di esistere proprio perché è l’unico che, con la sua sola presenza, ricorda all’Occidente la fragilità dei propri presupposti e la persistenza della Storia. Non è Israele a essere “anormale”: è il parametro con cui lo giudichiamo a essere una distorsione ideologica che ha smarrito ogni contatto non solo con il rigore del realismo politico, ma con la realtà in sé.
Non esiste oggi nessun attore politico che, posto nelle condizioni di Israele, si comporterebbe diversamente.


Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Ottima analisi per smascherare l’ipocrisia ed il fariseismo dei nostri media, falsi ed ipocriti!