

Un ordine internazionale che conserva le sue forme ma smarrisce i suoi criteri condivisi di legittimazione. Tra ONU, deterrenza e fragilità delle alleanze occidentali, il punto non è solo chi abbia forza, ma chi riesca ancora a rendere difendibili le proprie ragioni nello spazio pubblico globale.
Fino a poco tempo fa si poteva ancora credere che le grandi parole della politica internazionale – diritto, pace, libertà, autodeterminazione – avessero un contenuto relativamente stabile, o almeno riconoscibile. Oggi, invece, esse sembrano oscillare in una zona d’ombra, dove implicano tutto e il contrario di tutto, e proprio per questo rischiano di non significare più nulla. Non si tratta soltanto di una crisi del linguaggio: è una crisi della legittimazione.
Se si osserva il funzionamento dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il principio dell’uguaglianza formale tra Stati appare, da un lato, come una conquista storica – la fine di un mondo gerarchico in cui pochi decidevano per tutti – ma, dall’altro, come una finzione che, trasposta nella percezione pubblica, tende a produrre effetti assai meno innocui, perché in quella sede una democrazia liberale e una dittatura si trovano a parlare con lo stesso peso. Formalmente è inevitabile; politicamente, però, questa uguaglianza rischia di trasformarsi in una equiparazione.
Si dirà che il vero potere non si esercita lì, ma nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove pochi Stati concentrano la capacità decisionale e, soprattutto, il diritto di veto. Ed è vero. Ma anche qui si ripropone, in forma diversa, lo stesso problema: quelle grandi potenze che condividono il potere decisionale non condividono necessariamente valori politici, né modelli istituzionali. Democrazie e regimi autoritari siedono allo stesso tavolo con identica facoltà di bloccare qualsiasi iniziativa. L’uguaglianza non è più universale, ma resta comunque sostanziale tra attori profondamente diseguali sul piano morale e politico.
Si potrebbe obiettare che questa non è una scelta etica, bensì una necessità funzionale. Senza includere tutte le grandi potenze nel meccanismo decisionale, il sistema stesso collasserebbe. In questo senso, l’Organizzazione delle Nazioni Unite non sarebbe un’istituzione che garantisce la giustizia, ma piuttosto uno spazio minimo di coordinamento e, soprattutto, di rallentamento: un luogo in cui le crisi possono essere differite, elaborate, talvolta raffreddate. E questo, in un mondo armato fino ai denti, non è un risultato trascurabile.
E tuttavia, proprio qui si apre il nodo problematico, perché ciò che nasce come finzione procedurale – l’uguaglianza tra Stati, la sospensione del giudizio morale, la neutralità formale – tende a produrre conseguenze reali nella percezione pubblica. Se ogni posizione ha diritto di parola in condizioni di apparente parità, allora ogni posizione può apparire, almeno a prima vista, ugualmente legittima. E in un’epoca in cui la percezione mediatica e digitale conta quanto, se non più, della realtà fattuale, questa equiparazione simbolica finisce per incidere profondamente sulla capacità delle democrazie di giustificare le proprie scelte e di isolare attori aggressivi.
Il problema non è che le differenze reali scompaiano: esse restano, e anzi sono spesso evidenti nella forza militare, nella coesione interna, nella capacità economica. Ma diventano più difficili da tradurre in azione politica, perché mancano di un fondamento condiviso di legittimità. È come se la ragione fosse presente, ma non più riconoscibile; come se si possedesse un argomento decisivo, ma non si trovasse il linguaggio per renderlo convincente.
Questa difficoltà emerge con particolare evidenza quando si considerano le alleanze. Per lungo tempo si è ritenuto che esse fossero sostenute non solo da interessi comuni, ma anche da valori condivisi. La NATO, ad esempio, è stata spesso interpretata come una comunità politico-militare fondata sulla difesa della democrazia liberale. Ma cosa accade quando questo fondamento valoriale si indebolisce? Quando all’interno delle stesse società democratiche si diffondono narrazioni divergenti, o apertamente ostili a quell’impianto?
In tale contesto, le alleanze rischiano di rivelare la loro natura più fragile: quella di costruzioni storiche reversibili. La storia europea offre esempi eloquenti di rovesciamenti improvvisi: dalla Guerra dei Sette Anni fino alle grandi guerre del Novecento, diverse alleanze apparentemente solide si sono dissolte in tempi relativamente brevi, e non è affatto evidente che quelle odierne siano immuni da dinamiche analoghe, soprattutto se il loro centro di gravità dovesse venire meno.
L’ipotesi di un disimpegno statunitense dalla NATO, anche solo parziale, è stata più volte evocata negli ultimi anni. Qualora si realizzasse, le conseguenze sarebbero difficili da prevedere con precisione, ma non impossibili da delineare nei loro tratti generali. Da un lato, alcuni Paesi europei potrebbero essere spinti verso un rafforzamento autonomo delle proprie capacità difensive; dall’altro, non si può escludere che altri adottino strategie di accomodamento nei confronti delle potenze percepite come minacciose. In entrambi i casi, la deterrenza collettiva ne uscirebbe indebolita, non necessariamente annullata, ma resa meno credibile.
Come il Presidente Mattarella ha ricordato pochi giorni fa, «l’Alleanza Atlantica costituisce un insuperato baluardo di pace e un irrinunciabile foro di dialogo» ed è necessario cercare di preservarne le fondamenta e l’efficienza. In questo momento, purtroppo, non sembra un’impresa facile, anche perché la deterrenza, come è noto, vive di credibilità. Non basta possedere i mezzi per reagire: è necessario che gli altri credano che si sia disposti a usarli. Se questa convinzione vacilla, l’equilibrio si fa incerto, e con esso la stabilità complessiva del sistema.
A complicare ulteriormente il quadro vi è il fatto che, al di fuori delle strutture formali, si stanno consolidando forme di convergenza tra potenze che non hanno bisogno di alleanze esplicite per essere efficaci. La cooperazione, più o meno informale, tra paesi come Russia, Cina, Iran e Corea del Nord non costituisce un blocco nel senso tradizionale del termine, ma è sufficiente a influenzare significativamente gli equilibri globali. In questo senso, la distinzione tra alleanza e convergenza diventa meno rilevante di quanto si potrebbe pensare.
Il risultato è un sistema internazionale in cui le strutture formali sopravvivono, ma sono attraversate da tensioni profonde; in cui le parole mantengono una funzione, ma non più un significato univoco; in cui le alleanze resistono, ma non sono più indiscutibili. In questo scenario, la questione decisiva non sembra essere tanto se esista ancora un ordine, quanto piuttosto su quali basi esso possa essere ricostruito.
Forse, come suggerisce una lettura più realistica, non si tratta di ricostruire un ordine fondato su principi universalmente condivisi – ambizione che appare oggi difficilmente sostenibile – ma di trovare un equilibrio tra potenze che, pur diffidando le une delle altre, riconoscano almeno la necessità di evitare la reciproca distruzione. Un equilibrio imperfetto, instabile, privo di fondamento morale condiviso, ma non per questo privo di valore.
Resta però una domanda, che nessuna analisi può eludere: se la legittimità si dissolve nella percezione, e la percezione diventa il principale terreno di conflitto, è ancora possibile distinguere, in modo efficace e condiviso, tra ciò che è difendibile e ciò che non lo è? Oppure siamo destinati a vivere in un mondo in cui ogni posizione, purché sufficientemente amplificata, potrà rivendicare per sé una parità di diritto, fino a trasformare qualsiasi relazione politica internazionale in una mera questione di rapporti di forza?
È una domanda che non ammette risposte semplici, ma ignorarla significherebbe rinunciare, prima ancora che alla soluzione, alla comprensione stessa del problema. Certo, l’impressione è che si vada sempre più velocemente in quella direzione, e non si tratta di un’impressione rassicurante per chiunque creda ancora nella democrazia.
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