

Gli imperi non crollano quando vengono sconfitti, ma quando smettono di credere nella propria funzione storica. La loro fine non coincide con un evento spettacolare, bensì con un processo lento e spesso invisibile: le istituzioni restano in piedi, la potenza militare rimane intatta, la ricchezza continua a circolare, ma il patto che lega il potere alla società si svuota progressivamente. È in questa fase che gli imperi diventano più pericolosi: non perché siano deboli, ma perché cercano di compensare la perdita di legittimità con la concentrazione del controllo.
Gli Stati Uniti, al di là della retorica, sono a tutti gli effetti un impero contemporaneo. Non nel senso classico del termine, ma come centro di potere globale — militare, finanziario, tecnologico e culturale. Come tutti gli imperi nella loro fase matura, oggi mostrano segnali non di collasso imminente, ma di trasformazione profonda. È all’interno di questo quadro che vanno letti gli eventi di queste settimane.
Nella fase finale dell’Impero romano, il potere non venne rovesciato da un’invasione improvvisa, ma progressivamente esternalizzato. I cosiddetti “barbari” non distrussero Roma dall’esterno: furono integrati come foederati, mercenari, amministratori militari e gestori dei confini.
Roma continuò a esistere formalmente, ma smise di governarsi pienamente da sola. Il monopolio della forza, della fiscalità e della sicurezza venne progressivamente delegato a soggetti che non condividevano più il patto civico romano, ma ne utilizzavano le strutture come infrastruttura di potere.
Il parallelismo con gli Stati Uniti contemporanei non va inteso in senso militare, ma funzionale. Oggi non assistiamo a invasioni armate, bensì a una progressiva traslazione del potere reale verso una ristretta élite tecnocratica e finanziaria. Attori privati controllano infrastrutture critiche, flussi informativi, dati, piattaforme tecnologiche e capacità industriali che lo Stato utilizza, ma non governa più pienamente.
Queste élite non hanno interesse a preservare la democrazia come patto collettivo, bensì a utilizzarne le strutture finché restano funzionali ai propri obiettivi. Non si tratta di una “presa del potere” nel senso classico, ma di una dipendenza strutturale: lo Stato resta, ma diventa sempre più incapace di esercitare sovranità senza appoggiarsi a soggetti esterni al circuito democratico.
Il risultato non è il caos, ma una trasformazione silenziosa. Le istituzioni sopravvivono come cornice legale, mentre il potere effettivo migra verso attori che non rispondono al consenso, ma a logiche di efficienza, controllo e accumulazione. È in questo scarto tra forma e sostanza che le democrazie, ieri come oggi, iniziano a svuotarsi.
È in questa traiettoria che va letto ciò che sta accadendo negli Stati Uniti in queste settimane. Non una sequenza confusa di episodi isolati, ma una direzione ormai riconoscibile. Non siamo più nel campo delle opinioni o degli “eccessi” contingenti: stiamo entrando nella fase delle conseguenze.
Il brutale duplice omicidio di Minneapolis per mano di agenti paramilitari dell’ICE pone domande che non possono più essere eluse. Non tanto per la violenza in sé — pur gravissima — quanto per il contesto in cui avviene. Siamo di fronte alle prime manifestazioni di una repressione sistemica? E soprattutto: la società americana è disposta a difendere la libertà come una conquista politica, o la considera ormai un dato naturale, scontato e quindi sacrificabile?
Se la risposta implicita è che “basterà votare alle prossime elezioni” o discutere nei talk show, allora è necessario ammettere che il sistema democratico è già pericolosamente compromesso. Le democrazie non collassano quando le elezioni vengono abolite, ma quando diventano insufficienti a contenere il potere reale.
Molti osservatori continuano a interpretare ciò che accade come disordine o degenerazione temporanea. La figura di Trump viene spesso trattata come un’anomalia passeggera, destinata a dissolversi con un cambio di ciclo elettorale. Questa lettura è rassicurante, ma probabilmente sbagliata. Trump non è la causa del fenomeno: ne è il sintomo più visibile.
Il documento noto come Project 2025, elaborato anni fa in ambienti conservatori radicali, mostra come una parte dell’élite americana abbia smesso di credere nella democrazia come sistema governabile. Non si tratta di un semplice programma politico, ma di un progetto di semplificazione autoritaria dello Stato: riduzione dei contrappesi, subordinazione dell’apparato amministrativo, concentrazione del potere esecutivo. Ciò che oggi appare come improvvisazione o brutalità trova invece una sorprendente coerenza con quanto teorizzato allora.
Negli ultimi mesi emergono con chiarezza tre linee d’azione convergenti:
· l’erosione sistematica dei contrappesi democratici interni e la normalizzazione della repressione del dissenso;
· l’indebolimento deliberato dell’alleanza atlantica e l’attacco politico all’Unione Europea, insieme a un dialogo sempre più disinvolto con sistemi autoritari;
· la messa in discussione degli assetti geopolitici consolidati, dall’abbandono dell’Ucraina alle provocazioni tutt’altro che velate su Venezuela e Groenlandia.
Questi passaggi non sono casuali. Rappresentano le tappe ricorrenti di ogni progetto di potere verticale moderno: dapprima si costruisce una percezione di minaccia interna, individuando nemici funzionali — in questo caso l’immigrazione irregolare — poi si delegittima l’ordine internazionale, si indebolisce il sistema delle alleanze e, infine, si presenta la democrazia come un vincolo inefficiente rispetto alle esigenze di sicurezza e rapidità decisionale. Il risultato non è il caos, ma un ordine più semplice, più centralizzato e meno trasparente: un sistema che governa in modo più diretto, ma solo dal punto di vista di chi detiene il potere.
Ridurre tutto alla personalità di Trump significa non vedere l’architettura che lo sostiene. Dietro il leader agisce una rete di interessi politici, economici e ideologici che ha interiorizzato una convinzione pericolosa: che la democrazia liberale sia diventata incompatibile con la gestione del potere in un mondo complesso. È una logica che non mira a riformare il sistema, ma a superarlo dall’interno, sostituendo il consenso con il controllo.
Questo modello attecchisce solo quando il terreno è già preparato: polarizzazione estrema, sfiducia nelle istituzioni, stanchezza democratica, insicurezza economica e identitaria. Quando una società smette di riconoscersi come comunità politica, accetta più facilmente l’idea che qualcuno debba “decidere al posto suo”.
Minneapolis, dunque, non è rilevante solo per ciò che è accaduto, ma per ciò che potrebbe anticipare. Ogni processo autoritario, nelle sue fasi iniziali, testa la società con episodi limitati di violenza istituzionale, misurando la soglia di reazione collettiva. Poche vittime, all’inizio, servono a capire quanto può essere normalizzato l’eccezionale.
La vera domanda non è chi avesse ragione o torto, ma quante vittime siano necessarie prima che una società smetta di credere che “qui non può succedere”. Gli americani sono cresciuti pensando che la libertà fosse uno stato naturale, non una conquista storica da difendere. Ma la storia insegna che le società che danno la libertà per scontata sono sempre le meno preparate a perderla.

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Se pensiamo possa arrivare una reazione da quegli apparati ed enti federali sotto controllo diretto o indiretto della presidenza degli Usa, allora crediamo ad un’illusione.
Devono reagire almeno quegli Stati e quelle città in mano ai democratici, perché da quelli repubblicani non dovremmo purtroppo aspettarci nulla; pendono in un modo o nell’altro dalle azioni di Trump. Anche la Corte Suprema ha una maggioranza di membri vicini ai repubblicani e più di tanto non farà.
Le prossime elezioni di midterm prima e poi quelle (eventuali) presidenziali dopo potrebbero essere una prova della volontà dei cittadini americani di voler riaffermare lo stato di diritto e il sistema istituzionale di garanzie per tutti.
Il problema e la questione vera però è una sola rilevante: questa presidenza e i suoi membri permetteranno lo svolgimento libero e garantito di voto alle quelle prossime elezioni?
Tragicamente ovvio.