
Il Giorno della Memoria fu istituito nel 2005 con una risoluzione dell’Onu (il 27 gennaio è la data in cui nel 1945 le truppe sovietiche scoprirono il campo di concentramento di Auschwitz, liberando i superstiti). In verità, cinque anni prima era stato già deciso dal nostro Parlamento, al fine “di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati […]”.
Ebbene, sono molto curioso. Sono molto curioso di vedere cosa accadrà martedì prossimo. Ascolterò con attenzione il discorso del presidente Mattarella, che è sicuramente uomo probo e onesto. Mi aspetto quindi da lui una condanna netta e chiara del delirio antisemita che insozza buona parte della gioventù, della scuola e dell’intellettualità italiana. Non me l’aspetto, invece, da quelle forze politiche che hanno cavalcato e, in taluni casi, fomentato quel delirio per meschine convenienze elettorali.
Voglio dire che il Giorno della Memoria del 27 gennaio 2026 può essere commemorato in un solo modo: non con la retorica del “perché non accada mai più”, ma con la lucida coscienza di ciò che è accaduto dal 7 ottobre 2022 fino ad ora. E ora il pericolo maggiore non viene dai negazionisti dell’Olocausto. Ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Ora il pericolo maggiore viene dal nuovo antisemitismo “democratico”, secondo cui le vittime di ieri sono diventate i carnefici di oggi.
Il piacere con cui molti, a sinistra, si accaniscono contro Israele demonizzando e delegittimando il diritto alla sua stessa esistenza ne è un chiaro sintomo. Trasformando le vittime in carnefici, i conti possono essere apparentemente pareggiati. Accusando Israele e gli ebrei di genocidio si può finalmente dire ciò che fino a qualche anno fa poteva essere considerato un tabù.
Come ha osservato David Meghnagi, in questa nuova situazione la scissione schizoparanoide tra l’immagine dell’ebreo morto nei lager, da ricordare e onorare, e quello vivo che si è fatto nazione libera, da rigettare, non funziona più. Il bisogno di pareggiare i sentimenti di colpa inconscia persecutoria ha preso il sopravvento. Non avendo metabolizzato interiormente per intero il lutto, l’ostilità rimossa si prende una rivincita.
Falsamente e perversamente declinato come “antirazzismo”, “anticolonialismo” e “antisionismo”, l’odio più antico può essere espresso senza il timore di essere ostracizzati. E studenti ignoranti, professori ignoranti e cattivi maestri, leader politici ignoranti e arruffapopoli si sono dati così alla “pazza gioia”. La cronaca di questi giorni, del resto, narra le grottesche contorsioni di un partito — il Pd — che non riesce a concordare una accettabile definizione di antisemitismo in una sua proposta di legge.
Parliamo di un partito la cui segretaria, al pari dei segretari dei suoi compagni d’avventura, non ha mai varcato la soglia della Sinagoga di Roma dopo il pogrom di Hamas.
Nel passato, convertendosi l’ebreo poteva liberarsi di una “colpa ontologica” che, a dispetto di una religione fondata sull’amore, si trasmetteva irrevocabilmente da una generazione all’altra, condannando un intero popolo a una condizione di paria.
Nella logica del nuovo antisemitismo, gli ebrei possono liberarsi della loro presunta “colpa” rompendo ogni rapporto di solidarietà con lo Stato degli ebrei, declinandosi come antisionisti e partecipando a un cupio dissolvi etico e psicologico.
Le richieste dei nuovi aspiranti Torquemada troveranno sempre qualcosa nei nuovi “conversos” che non va. Con l’accusa di genocidio, che a livelli inconsci ha preso il posto dell’antica accusa di deicidio, anche gli ultimi tabù rischiano di cadere.
Uno dei prossimi obiettivi è il Giorno della Memoria. Il 27 gennaio è vicino. Teniamolo presente. Alla faccia del nuovo antisemitismo e per una cultura della fratellanza tra i popoli e le fedi [D. Meghnagi].

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Magno: omen nomen