

Sommario
La progressione nel lavoro di un pittore, nel suo percorso nel tempo da un punto all’altro, tenderà verso la chiarezza: verso l’eliminazione di tutti gli ostacoli tra il pittore e l’idea, e tra l’idea e l’osservatore. Come esempi di tali ostacoli, cito (tra gli altri) la memoria, la storia o la geometria, che sono pantani di generalizzazioni dai quali si possono estrarre parodie di idee (che sono fantasmi) ma mai un’idea in sé. Raggiungere questa chiarezza significa, inevitabilmente, essere compresi.
Silence is so accurate.
Mark Rothko
Il lavoro di Mark Rothko si arrampica, come Sisifo, verso una dimensione sublime che si sottrae ad una contemporaneità, la nostra, che vive una crisi del sacro da oltre un secolo, segnata dalla perdita di tutti i rituali, dalla fragilità della memoria e dalla dispersione dei simboli. Rothko cerca l’estremo impossibile di un infinito al quale si avvicina attraverso la pittura, mentre la vita lo ricaccia continuamente indietro, rendendo impossibile accasarsi nella purezza di un’idea, per citare le sue parole. Il percorso artistico dell’artista americano è pertanto destinato al fallimento, secondo la logica umana. Nelle sue opere mature non accade nulla, nessun racconto, nulla appare, e al di là dell’esperienza stratificata del colore nella sua purezza, nient’altro viene concesso all’osservatore.
Le grandi tele, che l’artista raccomandava di osservare da vicino, conducono a un’esperienza che ricorda l’«esserci» heideggeriano, in un svuotamento dei dati esperienziali descrittivi, un vuoto narrativo, un’esperienza estranea a ciò che percepiamo soggettivamente come realtà. Dedicarsi con determinazione a Rothko significa meditare, intendendo la meditazione non come il perdersi nei flussi tumultuosi di pensieri ed emozioni, nella corrente di fatti, eventi, ricordi, desideri, impulsi, progetti, bensì in un osservarli senza identificazione — un’operazione che conduce a una messa tra parentesi del contingente, verso un’esperienza diretta di contatto con una coscienza che non è confinata entro un ambito percettivo e misurabile. La fenomenologica è filosoficamente uno strumento per andare incontro a Rothko.

Mark Rothko, No.6 (Giallo, Bianco, Blu su Giallo su Grigio), 1954, olio su tela, 2,4 x 1,5 m. Collezione Gisela e Dennis Alter.
Per un intero anno l’artista americano smette di dipingere e si dedica esclusivamente alla scrittura. Questo periodo di inattività influenza la svolta che lo porta a sviluppare lo stile per cui è oggi universalmente conosciuto.
Le leggi dell’ottica ci insegnano che distinguiamo i diversi colori in base alla loro lunghezza d’onda, che corrisponde a una specifica frequenza. La lunghezza d’onda del blu, ad esempio, è compresa tra 465 e 482 nm, mentre il rosso ha una lunghezza d’onda tra 620 e 680 nm. Il passaggio da una tonalità all’altra corrisponde a una variazione nella lunghezza d’onda della luce, rapida nella regione centrale dello spettro visibile e lenta ai suoi estremi. In queste regioni dello spettro visibile, lontane dalla zona centrale, la tonalità del colore varia gradualmente mentre la sua luminosità o brillantezza decresce rapidamente, proprio come accade nei colori scuri e indefinibili dei 14 dipinti della Rothko Chapel. Attraverso l’introspezione della scrittura, Rothko scopre un legame tra la sua riflessione sulla morte e il colore. L’esperienza cromatica permane nelle opere degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta, ma non è casuale che conduca a una progressivo annullamento della profondità delle sue opere nel passaggio dagli oli ai colori acrilici di tutte le ultime opere e nelle tele postume esposte nella Rothko Chapel.
Si tratta di tele scure di un colore indefinibile, violaceo, impenetrabilmente opaco a uno sguardo che cerchi appigli percettivi, e aperte in una direzione contraria al vagare dello sguardo nel mondo, create per offrire una superficie in cui l’occhio si perde prima e sprofonda poi in uno sguardo interiore, dove l’unico discorso è un dialogo della coscienza con se stessa. La monumentalità di quella che è, a tutti gli effetti, anche un’installazione — con enormi tele accostate le une alle altre — crea un’esperienza immersiva, tratto stilistico distintivo del grande artista americano. La sua opera è sempre un dipinto nel quale siamo «attratti», dove lo sforzo è quello di spezzare il dualismo tra osservatore e spazio pittorico, dove l’opera è data per creare un tutto e annullare ogni distanza tra lo sguardo e la superficie dipinta.

Mark Rothko, La Rothko Chapel, 1965-66. Houston, Texas (USA).
Il rifiuto di Rothko di definirsi astrattista è mosso dall’obiettivo di indagare l’anima umana, piuttosto che creare un alfabeto pittorico come alternativa alla realtà, ricerca caratteristica di Kandinsky, per fare un esempio classico. Su questo punto, l’approccio di Rothko alla pittura è chiaro e radicalmente diverso: «Non sono un astrattista.. Non mi interessa il rapporto tra colore e forma o qualsiasi altra cosa… Mi interessa soltanto esprimere le emozioni umane fondamentali — la tragedia, l’estasi, e così via. E il fatto che molte persone si mettano a piangere davanti ai miei quadri dimostra che riesco a comunicare quelle emozioni umane fondamentali… Le persone che piangono davanti ai miei dipinti stanno vivendo la stessa esperienza religiosa che ho vissuto io nel dipingerli. E se siete mossi soltanto dai rapporti tra i colori, allora avete mancato il punto.».
La sua è un’opera in cui lo sguardo si apre e si chiude su se stesso; le tele lo trasmettono spingendo lo spettatore verso un percorso preciso: «Forse avete notato che nei miei dipinti vi sono due caratteristiche: o le loro superfici sono espansive e spingono verso l’esterno in tutte le direzioni, oppure le loro superfici si contraggono e si precipitano verso l’interno da tutte le direzioni. Tra questi due poli potete trovare tutto ciò che voglio dire.». Lo sguardo umano cerca ansiosamente un significato e trova riposo nel nominare le forme, nel conferire loro un’identità. Nelle nebbie di colore di Rothko, quando dipingeva a olio, o nelle compatte pareti degli ultimi anni con gli acrilici, si dispiega una parabola in cammino dall’oggetto, dal mondo, dalla spinta verso l’esterno, per tornare all’interiorità, alla solitudine del soggetto. Il suo discorso è pertanto profondamente e radicalmente esistenzialista. Siamo di fronte ad una pittura che nella fruizione non chiede di essere compresa, ma di essere vissuta. Non è casuale che Rothko insieme ad altri espressionisti astratti come Gottlieb e Pollock sia stato interessato alle forme espressive dei nativi americani dove l’arte è puntualmente legata a rituali e viene vissuta esperienzialmente e non è finalizzata ad una comprensione razionale.

Mark Rothko, Rosso chiaro su nero, 1957, olio su tela, 2,3 x 1,5 m. Londra, Tate Modern.
Esiste un legame tra l’opera di Rothko e la musica? Quali suoni sono esteticamente vicini a questo titanico sforzo di spingersi oltre il visibile, oltre la percezione, in un dialogo del sé con se stesso? A questo proposito è illuminante l’amicizia tra Mark Rothko e Morton Feldman, che non è soltanto un rapporto umano ma indubbiamente una comunione poetica, culminata, non a caso, nei 26 minuti di musica che Feldman dedicò alla Rothko Chapel, con i quali il compositore tenta di instaurare un dialogo intimo, sospeso, irrisolto e infinito. Morton Feldman concepiva la musica come una metafora della pittura e sosteneva che la musica potesse imparare dalla pittura: «La musica non è pittura — scrive in “L’ansia dell’arte” — ma può imparare da questo temperamento più percettivo che attende e osserva il mistero intrinseco dei suoi materiali, in contrasto con l’interesse acquisito del compositore nel proprio mestiere.».
Per Feldman, l’incontro con John Cage è essenziale, da lui apprende l’importanza del silenzio come elemento compositivo, un silenzio prezioso anche per Rothko. La simbiosi poetica tra i due amici, il pittore e il compositore, è evidente: la spinta verso un’essenzialità nella musica che contempla da un lato la sospensione e allude al silenzio sonoro, e dall’altro il cammino verso l’assenza delle forme prima, e persino dei colori poi.
Siamo di fronte a uno degli ultimi tentativi di guardare all’idea di sublime e di sacro, in un’epoca ormai inesorabilmente «senza Dio» — tra i più profondi e coerenti, sia in campo musicale che pittorico — con una grande influenza sulle generazioni a venire. In campo musicale, le composizioni di Feldman costituiscono un colto prologo, come lo è anche Cage, a tutta la musica ambient. La musica ambient si addentra infatti tanto in un minimalismo sonoro quanto spesso in una dimensione introspettiva che mira a purificare l’esperienza d’ascolto dalla saturazione percettiva, facendo del silenzio uno dei principali strumenti del suo divenire.
Parallelamente in pittura, Rothko apre un ripido sentiero «verso la notte», interpretando la dimensione simbolica del colore, un salto oltre l’umano non estraneo a predecessori come Vincent Van Gogh né ad artisti successivi, come Clifford Still, Helen Frankenthaler e Morris Louis.
Opere significative di Mark Rothko proveniente da musei e collezioni di tutto il mondo, sono attualmente esposte in Italia in una grande mostra retrospettiva:
Rothko a Firenze Palazzo Strozzi dal 14 marzo al 23 agosto 2026. Firenze
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