


Nel disordine della competizione multipolare, l’Unione europea è chiamata a trasformare l’autonomia strategica da formula retorica a scelta politica concreta. Per farlo servono riforme istituzionali, voto a maggioranza qualificata e il ritorno della politica come direzione strategica.
Ora più che mai c’è bisogno di fare politica
Gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese sono i soli protagonisti dell’attuale competizione strategica, caratterizzata dalla fine della cosiddetta “Pax Americana”, dalla crisi delle relazioni euro-atlantiche e del multilateralismo, e dalla crescente virulenza nazionalpopulista, tendenzialmente isolazionista, di molti movimenti politici, tutti di destra ed estrema destra.
Possiamo citare il tentativo della Federazione Russa di ritagliarsi il ruolo di potenza globale, ma nessuno degli strumenti di potere tradizionali a sua disposizione le consente di farlo. Mosca rimane, al massimo, una potenza regionale, anche se dotata di un arsenale nucleare, e non è in grado di proiettare potenza nel senso classico, tradizionale, geografico e diplomatico del termine.
Lo può fare, e lo ha fatto, solo con l’applicazione sistematica della forza militare, della violenza indiscriminata sulle popolazioni inermi, e con un’economia disastrata e non competitiva, che si è potuta barcamenare solo grazie alle iniezioni di aiuti governativi derivanti dalla vendita di idrocarburi, di cui la Federazione è ricca.
Nel corso degli ultimi sei anni abbiamo vissuto tre crisi globali alle quali il cosiddetto Occidente ha reagito in modo relativamente unitario, con l’eccezione degli Stati Uniti.
Ricordiamo, infatti, le posizioni non del tutto condivise sulle misure di contenimento della pandemia di Covid-19, quelle ancora più altalenanti, sino al totale disimpegno riguardo alla criminale aggressione russa contro l’Ucraina, e infine la crisi del Medio Oriente provocata dal barbaro e disumano attacco dei fondamentalisti islamici di Hamas il 7 ottobre contro la popolazione israeliana inerme nei dintorni di Gaza, dalle successive operazioni di Hezbollah e degli Houthi, tutte sostenute dalla Repubblica Islamica dell’Iran.
In questo contesto oscuro, quasi da tragedia e caratterizzato da un “buio” strategico, l’Unione europea, frequentemente soggetta a critiche e svalutazioni, viene criticata per le sue decisioni politiche.
Spesso le critiche sono prive di giustificazioni chiare e motivate da populismo o da interessi interni di alcune nazioni, che faticano a farsi valere in settori come la politica estera, la sicurezza, la difesa e le politiche industriali.
La realtà è che l’Unione, nonostante mille sfide e alcune inerzie dovute ai complessi meccanismi burocratici, ha fatto ciò che era doveroso nelle circostanze attuali.
Ha reagito politicamente ed economicamente alla pandemia, ha inizialmente assunto le proprie responsabilità congiuntamente agli Stati Uniti e ora guida con solidità, da sola, la coalizione a sostegno dell’Ucraina.
Infine, pur non essendo stata né consultata né informata, e rimanendo parte fortemente danneggiata nella controversa aggressione israelo-americana contro la Repubblica Islamica dell’Iran, si prepara a fornire assetti navali a garanzia della navigazione dello stretto di Hormuz, allorquando i contendenti avranno concordato la cessazione delle ostilità.
Cos’è questo se non l’embrione del percorso verso l’acquisizione dell’autonomia strategica, soprattutto alla luce del tanto paventato ritiro graduale delle forze convenzionali americane dal territorio europeo?
E allora l’Unione europea, proprio in questo lungo periodo di crisi del multilateralismo, si trova, forse suo malgrado, a dover competere in uno scontro multipolare senza esclusione di colpi né relazioni internazionali privilegiate che possano in qualche modo proteggerla o salvaguardarla.
Questa situazione così complessa e fluida è frutto di un cambiamento distorsivo e penalizzante che ha progressivamente depotenziato la politica, quella con la P maiuscola, costruita ed evolutasi sulla base di una profonda cultura nazionale e internazionale, della comprensione della geopolitica e delle relazioni internazionali, di una capacità di mediazione diplomatica unita a quella di immedesimarsi nella posizione del proprio contendente.
La forza della politica, dunque, ha lasciato spazio strategico alla politica della forza.
Quell’atteggiamento presuntuoso, offensivo, ineducato e prevaricatore è l’espressione più profonda e autentica della visione delle relazioni internazionali basata su atteggiamenti predatori, sul mercantilismo transazionale e sul bilateralismo amicale.
Tutti i caratteri fondamentali dell’aggressione geopolitica, multidirezionale anche nei confronti dei tradizionali alleati, a cui assistiamo quotidianamente.
Mi ritorna in mente un concetto interessante, nato dalle analisi psicoattitudinali effettuate per taluni incarichi governativi di rilievo. L’incertezza e l’ambiguità di una situazione ambientale generano insicurezza e paura di commettere qualsiasi errore. Quest’ultima condizione porta all’immobilismo e alla decisione di non decidere.
Mi pare che siamo immersi in questa situazione. E in questa circostanza indecifrabile le masse popolari, tanto più se caratterizzate da bassa scolarizzazione e/o da altissimo analfabetismo funzionale, sono impaurite, percepiscono classi dirigenti immobili, per non dire incapaci di leggere le traiettorie di prospettiva strategica, e si innamorano di coloro, populisti e autocrati, che solo a parole sono in grado di rassicurarli. Solo parole, però.
La riforma dell’Unione europea, dei suoi trattati e dei suoi meccanismi decisionali, è la soluzione a questa situazione di impasse. La forza della politica che dà soluzioni realistiche alle problematiche delle comunità.
Nulla di ciò di cui si dibatte in questi mesi, però, può essere risolto o mitigato senza affrontare il tema centrale: riformare il modo in cui l’Ue prende le decisioni a livello comunitario.
L’adozione del voto per maggioranza, qualificata in talune materie quali politica estera, sicurezza e difesa, è il passo fondamentale per avviare il processo riformatore verso una federazione di Stati europei.
In un sistema geopolitico e strategico internazionale tornato apertamente competitivo e multipolare, l’autonomia strategica dell’Unione europea deve essere perseguita attraverso l’applicazione contemporanea e coordinata di tutti gli strumenti di potere, politico, militare, economico, sociale e informativo, in tutti i domini operativi riconosciuti, incluso quello cognitivo.
Richiede soprattutto il ritorno della politica come funzione di direzione, di definizione delle priorità e di sintesi strategica.
L’Unione europea attuale e quella in divenire, siamo pronti a dare il benvenuto al ventottesimo Stato dell’Unione: il Montenegro, si trovano oggi davanti a un passaggio storico che non consente più ambiguità né rinvii.
Nel quadro della competizione strategica multipolare, non è più in gioco soltanto la rilevanza internazionale, ma anche la stessa possibilità di continuare a esistere come soggetto politico autonomo, e non come semplice spazio di pressione, di condizionamento o di influenza altrui.
Per questa ragione, l’autonomia strategica non può restare una formula evocativa: deve diventare una scelta politica fondativa. La base del processo di riforma delle istituzioni europee.
Questo implica innanzitutto, come anticipato, superare il vincolo limitante dell’unanimità nel voto, che ostacola l’Unione nell’agire con la rapidità, la coerenza e la decisione necessarie per affrontare concorrenti aggressivi e imprevedibili.
Occorre abbracciare il sistema di voto a maggioranza qualificata, come premessa della creazione dell’Unione a diverse velocità, in cui un gruppo trainante di Paesi, Germania, Francia, Italia, Polonia e Spagna, propone e indica la direzione di marcia, creando al contempo le premesse affinché gli altri Paesi possano seguirne l’esempio.
Inoltre, occorre riconoscere, il nostro Paese prima di tutti gli altri, che l’attuale fase geopolitica e strategica richiede di guardare alla nuova Unione europea come a una federazione di Stati, capace di esprimere una volontà strategica condivisa, di decidere politicamente e di agire in modo coordinato.
In questo quadro, la sicurezza e la difesa europee possono ancora, nel breve periodo, poggiare sull’architettura esistente della Nato, che resta oggi il pilastro indispensabile della protezione del continente, attraverso un coerente e costante consolidamento politico, militare ed economico della componente europea nell’architettura permanente di comando e controllo dell’Alleanza Atlantica.
Ma questa condizione non può trasformarsi in una dipendenza strutturale permanente.
Se vuole davvero essere all’altezza delle sfide del secolo, l’Europa deve preparare sin d’ora il passaggio, nel medio-lungo periodo, verso una propria e autonoma architettura di sicurezza e di organizzazione della difesa.
Senza questo salto politico, istituzionale, strategico e di politica industriale, l’Unione resterà un grande mercato e una potenza regolatoria, ma non diventerà mai una vera potenza geopolitica.
Con esso, potrà finalmente assumere la responsabilità della propria sovranità, della propria sicurezza e del proprio destino storico.
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