


Con 339 voti, il Parlamento europeo condanna l’uso dei flussi migratori come strumento di guerra ibrida e mette sotto accusa la politica di regolarizzazione di Pedro Sánchez. La crisi di Ceuta rivela il ricatto esercitato dal Marocco, le falle della risposta spagnola e il doppio standard di chi ha indicato Madrid come modello per l’Europa.
Lo avevamo scritto su queste pagine anzitempo, quando ancora sembrava un’opinione di parte: le migrazioni vengono usate come arma geopolitica, e chi costruisce frontiere molli paga il prezzo di quel ricatto.
Il 17 settembre 2026, il Parlamento europeo lo ha messo a verbale con 339 voti favorevoli, 225 contrari e 16 astensioni. Non è un’opinione. È una risoluzione istituzionale.
Il testo approvato dall’Eurocamera è preciso e diretto. Esprime «profonda preoccupazione per la politica di regolarizzazione su vasta scala perseguita dal governo del presidente Pedro Sánchez, che funge da “pull factor”». Condanna «la strumentalizzazione della migrazione irregolare come elemento di guerra ibrida».
Dichiara che rafforzare la protezione delle frontiere esterne dell’UE a Ceuta è «una priorità assoluta». Chiede al governo spagnolo di applicare pienamente il Patto europeo su migrazione e asilo, di accelerare i rimpatri, di cooperare con le indagini in corso.
Chiede alla Commissione di valutare gli effetti transfrontalieri della regolarizzazione di massa spagnola sull’intero spazio Schengen. Ricorda che i ministri Grande-Marlaska e Saiz, convocati il 6 agosto dalla Commissione per le libertà civili, non si erano presentati.
Punto per punto, la risoluzione è la smentita istituzionale della narrativa con cui Sánchez ha raccontato Ceuta negli ultimi due mesi.
La sequenza che Sánchez non vuole spiegare
Il 20 luglio 2026, Pedro Sánchez vola ad Algeri per la prima visita ufficiale dopo quattro anni di crisi diplomatica, con l’obiettivo di rilanciare il gas algerino e riposizionare la Spagna come interlocutore privilegiato di Algeri nel Mediterraneo.
Tre giorni dopo, il 23 luglio, la Commissione giustizia del Congresso spagnolo approva una proposta di legge sulla cittadinanza ai sahrawi, toccando direttamente il nervo più scoperto di Rabat sul Sahara Occidentale.
Il 30 e 31 luglio, tra le 49.000 e le 72.000 persone attraversano il confine di Ceuta in poche ore, a nuoto o scavalcando le barriere. Almeno 84 cadaveri vengono recuperati nelle acque dello Stretto.
Le strutture di accoglienza raggiungono il 2.400% di sovraffollamento. Vengono schierati più di 3.000 soldati.
La sequenza è quella del 2021, replicata con la stessa logica: ogni volta che Madrid irrita Rabat, il confine di Ceuta si apre. Ma il 2026 aggiunge elementi che rendono la crisi qualitativamente diversa dalle precedenti.
La Guardia Civil ha identificato – grazie al sistema di videosorveglianza del confine – agenti dei servizi segreti marocchini infiltrati tra i migranti: gendarmi in uniforme che indirizzavano i flussi verso specifici punti di accesso, agenti in borghese che impartivano istruzioni sulla diga di El Tarajal.
Un migrante, Youssef Aloui, ha raccontato al New York Times che gli agenti marocchini non cercavano di fermarlo: «Lo indirizzavano nella giusta direzione».
Il CENIF, il centro di intelligence della polizia spagnola, aveva segnalato nel proprio rapporto l’infiltrazione di presunti jihadisti.
Il 21 agosto, La Razón ha confermato l’arresto di due soggetti legati all’ISIS: uno di loro era stato espulso dalla Spagna dopo una condanna definitiva per terrorismo islamico ed era rientrato confondendosi nella massa.
Il 5 agosto, l’intelligence italiana aveva già trasmesso alle autorità spagnole un’informativa che segnalava il rischio di infiltrazione terroristica, specificando che la zona di Fnideq, da dove era partito il grosso degli attraversamenti, ha una storia documentata di «radicalizzazione e reclutamento jihadista, con diverse decine di persone partite per combattere in Siria e Iraq».
Non era solo una crisi migratoria. Era, anche, un test della prontezza spagnola: il Marocco verificava la capacità di risposta di Madrid, la sua coesione interna, la sua velocità di reazione.
E la risposta spagnola – caotica, contraddittoria, incapace persino di sapere quali rapporti dei propri servizi esistessero – ha fornito a Rabat tutte le informazioni di cui aveva bisogno.
A distanza di un mese e mezzo, la situazione a Ceuta è ancora di emergenza: 2.100 minorenni e quasi 11.000 adulti sono ancora presenti nell’exclave.
I primi dieci procedimenti legali per i minori sono stati avviati solo il 14 settembre, quarantasei giorni dopo l’ingresso.
Un premier sotto ricatto che nega il ricattante
Il 31 agosto, davanti al Congresso dei Deputati, Sánchez ha dichiarato che «non ci sono prove che dietro la crisi ci sia il Marocco». Ha accusato «reti americane e israeliane di disinformazione».
Il giorno prima, il suo stesso ministero dell’Interno aveva chiesto alla polizia di informarlo del contenuto di un rapporto che il governo non sapeva nemmeno di possedere – il rapporto del CENIF che attribuiva l’assalto alle forze di sicurezza marocchine.
Sánchez è rimasto l’unico leader europeo a sostenere quella posizione. La ragione non è empirica: è politica.
Ammettere il ruolo del Marocco significherebbe ammettere che la visita ad Algeri ha innescato la crisi, che la propria politica estera ha esposto la Spagna a un ricatto, che la geopolitica delle migrazioni esiste e che lui l’ha subita.
Un premier che nega il proprio ricattante non è un premier che ha una strategia: è un premier che non può permettersi la verità.
Il doppio gioco, il modello sbagliato e il ventre molle d’Europa
A gennaio 2026, il governo Sánchez ha approvato via decreto, senza passare dal Parlamento, una regolarizzazione straordinaria per oltre 500.000 migranti irregolari. Le domande hanno superato il milione, quasi il doppio delle attese.
In Italia questa notizia è stata ripresa e festeggiata come una grande prova di coraggio, di integrazione e di apertura dal centrosinistra e dai giornali, gli stessi che continuano, ancora oggi, a nascondere le responsabilità di Sánchez su Ceuta.
Il Parlamento europeo, con la votazione del 17 settembre, ha stabilito che quella scelta ha prodotto un pull factor che ha inviato un segnale preciso a chi voleva raggiungere l’Europa, e ha chiesto alla Commissione di valutarne gli effetti sull’intero spazio Schengen.
La regolarizzazione di massa spagnola non è un problema interno: chi entra irregolarmente in Spagna e viene regolarizzato può muoversi liberamente in tutta Europa.
La Spagna non ha solo reso sé stessa ricattabile dal Marocco. Ha reso ricattabile l’intera frontiera meridionale dell’Unione.
C’è poi un elemento che il giornalismo italiano non ha raccontato. Nell’ottobre 2024 Sánchez dichiarava al vertice europeo che i centri di rimpatrio in paesi terzi sul modello Albania «non affrontano nessuno dei problemi» e «ne creano altri nuovi». A giugno 2026 li definiva un «inganno».
Nel frattempo – come ha documentato El Español – la Spagna costruiva in Mauritania, con 4,5 milioni di euro di fondi europei e sotto la supervisione della polizia nazionale spagnola, due centri per migranti a Nouakchott e Nouadhibou, inaugurati il 17 ottobre 2025.
Descritti come «centri di accoglienza temporanea», erano in realtà, secondo El Español, «centri di detenzione sotto la supervisione spagnola in un paese terzo».
Il centrosinistra italiano e larga parte del giornalismo italiano hanno celebrato Sánchez come modello da contrapporre alle politiche italiane sull’immigrazione.
Non hanno scritto dei due hub in Mauritania. Non hanno letto la crisi di Ceuta come la conseguenza prevedibile di quella politica. Non hanno notato che Sánchez è rimasto solo in Europa a negare il ruolo del Marocco.
La geopolitica delle migrazioni non è una teoria. È il nome di un fenomeno – la strumentalizzazione dei flussi migratori come leva di pressione politica da parte di stati che controllano le frontiere esterne dell’Unione – che il Parlamento europeo ha oggi certificato con 339 voti, condannandolo esplicitamente come elemento di guerra ibrida.
La Spagna di Sánchez è il caso di scuola: frontiere molli, regolarizzazioni di massa, politica estera che irrita i vicini senza calcolare le conseguenze.
Il risultato è una nazione che non controlla il proprio confine, che viene testata militarmente dal Marocco, che scopre jihadisti nelle proprie città quarantasei giorni dopo che sono entrati, e che chiede aiuto all’Europa che aveva criticato.
Il ventre molle d’Europa ha un nome. E un indirizzo: Moncloa.
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