

Il caso di Ceuta mostra come i flussi migratori possano essere generati, favoriti o bloccati per esercitare pressione sull’Europa. Tra asimmetrie economiche, giuridiche e politiche, il Marocco controlla il confine e trasforma la vulnerabilità europea in una leva negoziale. Senza accordi vincolanti, regole adeguate e una risposta comune, l’UE continuerà a subire il ricatto.
Ceuta, 30 luglio 2026. Oltre 70.000 persone attraversano il confine tra il Marocco e l’enclave spagnola in meno di ventiquattro ore. 82 morti accertati. Il centro di permanenza temporanea sovraffollato al 2.400%. L’esercito spagnolo mobilitato. Il governo di Madrid in stato di emergenza.
Quindici giorni dopo, il 15 agosto, il Marocco schiera centinaia di poliziotti, gendarmi e militari sulle alture di Fnideq, usa lacrimogeni, elicotteri e droni, ferma 294 migranti, li carica su minibus e li trasferisce a oltre 800 km dall’enclave. Il secondo sfondamento annunciato sui social non avviene.
Due eventi opposti, prodotti dallo stesso attore, con la stessa logica: Rabat apre quando vuole, chiude quando vuole. La Spagna osserva. L’Europa reagisce. Il Marocco decide.
Quello che è successo a Ceuta non è un’emergenza migratoria. È un’operazione geopolitica. E per capirla bisogna partire da un concetto che fino a pochi anni fa veniva liquidato come complottismo e che oggi è scritto nei documenti ufficiali dell’Unione europea.
Weapons of Mass Migration: da teoria accademica a dottrina operativa
Nel 2010, Kelly Greenhill – politologa della Cornell University e del MIT – pubblicava Weapons of Mass Migration: Forced Displacement, Coercion, and Foreign Policy. La tesi centrale era semplice nella sua brutalità: i flussi migratori possono essere deliberatamente generati, favoriti o minacciati da uno Stato per esercitare coercizione politica su un altro. Non è migrazione spontanea. È migrazione ingegnerizzata come strumento di pressione.
Greenhill aveva censito almeno 75 casi di questo meccanismo tra il 1951 e il 2010. Nel 73% dei casi analizzati l’attore che aveva usato la migrazione come leva aveva ottenuto qualche vantaggio. Nel 57% l’obiettivo era stato raggiunto completamente.
Non è una strategia marginale o sperimentale: è una delle leve di pressione più efficaci disponibili agli attori che non dispongono di forza militare sufficiente per confrontarsi direttamente con le potenze che intendono condizionare.
Nel Rapporto annuale europeo su asilo e migrazione 2025, il Consiglio dell’Unione europea parla esplicitamente di «hybrid threats linked to the weaponisation of migration» – minacce ibride legate alla strumentalizzazione della migrazione. Non siamo più davanti a una teoria accademica o a una lettura ideologicamente orientata dei flussi migratori. È la stessa Unione europea a riconoscere che la migrazione può essere usata come arma. Il problema è che questo riconoscimento arriva sempre dopo che l’arma è già stata sparata.
L’architettura del ricatto: quattro asimmetrie strutturali
Il meccanismo della weaponization of migration funziona perché sfrutta quattro asimmetrie strutturali che le democrazie europee non riescono a colmare.
La prima è l’asimmetria degli incentivi. Chi usa la migrazione come arma non sopporta i costi del flusso: li sopporta chi lo riceve. Il Marocco non deve gestire 70.000 persone nelle sue città, non deve costruire centri di accoglienza, non deve processare domande di asilo. Tutti questi costi ricadono su Ceuta, sulla Spagna, sull’Europa.
Chi apre il rubinetto non paga il prezzo dell’acqua che fuoriesce. Chi lo riceve paga tutto – in termini economici, politici e sociali – e non dispone di meccanismi efficaci per trasferire quel costo su chi lo ha prodotto.
La seconda è l’asimmetria delle regole. L’Europa paga Marocco, Tunisia, Egitto, Libia e Mauritania per bloccare i migranti prima che raggiungano i propri confini: un meccanismo che ha trasformato la migrazione in una risorsa strategica, lasciando l’UE vulnerabile alle pressioni di governi al di là dei suoi confini.
Chi riceve i pagamenti dispone di una leva permanente: può sempre minacciare di smettere di cooperare, sapendo che il costo per l’Europa è enormemente superiore al costo per se stesso. L’accordo con la Turchia del 2016 vale 6 miliardi di euro. Gli accordi con il Marocco nell’ambito del partenariato euromediterraneo superano i 5 miliardi nel periodo 2021-2027.
In nessuno di questi casi l’Europa ha costruito meccanismi credibili di enforcement per il caso in cui l’interlocutore decidesse di smettere di cooperare.
La terza è l’asimmetria giuridica. Le democrazie europee si difendono con le proprie regole – le stesse regole che i loro avversari trasformano in vulnerabilità. La sentenza della Corte Suprema spagnola che impedisce i respingimenti a caldo in mare non è stata ignorata dai trafficanti e dai servizi marocchini: è stata sfruttata con precisione chirurgica, spingendo migliaia di persone in acqua nel momento esatto in cui quella sentenza garantiva loro di non poter essere respinte immediatamente.
La democrazia si difende con le proprie leggi, e quelle stesse leggi diventano il punto di ingresso per chi non ha nessuna intenzione di rispettarle.
La quarta è l’asimmetria delle opinioni pubbliche. Le democrazie europee sono sistemi in cui le scelte di governo devono rispondere al consenso elettorale. Chi usa la migrazione come arma lo sa e lo sfrutta con precisione: un’ondata di massa produce immagini – bambini in acqua, corpi sulle spiagge, centri di accoglienza al collasso – che saturano lo spazio mediatico e creano una pressione emotiva immediata sull’opinione pubblica e sui governi che ne dipendono.
Quella pressione produce due effetti opposti e ugualmente utili per chi ha aperto il rubinetto: mobilita la parte dell’opinione pubblica che chiede apertura e accoglienza, creando resistenza politica a qualsiasi misura di contenimento; e mobilita la parte che chiede chiusura e controllo, alimentando la polarizzazione interna che indebolisce la capacità di risposta unitaria.
In entrambi i casi, il risultato è un governo che fatica a prendere decisioni rapide e coerenti, consumato dalla gestione del dibattito interno invece che dalla gestione della crisi esterna.
Le narrazioni emotive – quelle che presentano qualsiasi misura di controllo dei flussi come disumana e qualsiasi critica alla gestione come razzismo – sono parte integrante dello strumento. Non sempre prodotte deliberatamente dagli stessi attori che aprono il rubinetto: ma sempre funzionali al loro obiettivo.
Un’opinione pubblica europea permeabile a queste narrazioni è un’opinione pubblica che rende politicamente costoso rispondere con efficacia. E un governo che non può rispondere con efficacia è un governo ricattabile.
Ceuta 2026: l’operazione nella sua forma più sofisticata
L’operazione del 30 luglio 2026 rappresenta il caso più sofisticato di weaponization of migration mai registrato in Europa, per tre ragioni che vanno analizzate separatamente.
La prima è la scala. 70.000 persone in meno di 24 ore non sono un flusso migratorio: sono un’ondata pianificata. Le reti criminali che gestiscono il traffico di esseri umani – e plausibilmente gli apparati di sicurezza marocchini – hanno sfruttato la sentenza della Corte Suprema spagnola spingendo migliaia di persone in acqua simultaneamente, in modo che il sistema di accoglienza spagnolo collassasse sotto il peso dei numeri prima ancora di poter rispondere.
La coordinazione logistica richiesta per un’operazione di quella scala non è compatibile con la spontaneità.
La seconda è l’intelligence. La Guardia Civil spagnola ha identificato diversi agenti dei servizi segreti marocchini infiltrati tra i migranti, sul posto per osservare tempi e modalità della risposta delle forze di sicurezza spagnole. Non un’emergenza sfuggita di mano: un’operazione con osservatori sul campo incaricati di misurarne l’efficacia e di riferirne i risultati a chi l’aveva pianificata.
La terza è la macchina operativa. Come documentato da Clarín, Rabat aveva fatto circolare la falsa voce che il confine fosse aperto e che la legislazione spagnola avrebbe garantito la regolarizzazione immediata a chiunque fosse riuscito a toccare il suolo europeo. Era falso. Ma ha funzionato come accelerante.
Il coordinamento operativo avveniva nei gruppi privati WhatsApp, dove venivano condivise informazioni sui punti di raccolta, sulle modalità di attraversamento, sugli orari delle pattuglie. Accanto ai messaggi motivazionali viaggiavano veri e propri vademecum con le istruzioni per forzare i blocchi via terra e via mare – e con un dettaglio operativo preciso: distruggere i propri documenti prima di attraversare il confine.
Questa tattica – nota come Haraga, termine nordafricano che indica i migranti che bruciano i propri documenti per rendere impossibile il rimpatrio – trasforma l’identificazione in un processo lungo e complesso. Senza documenti, lo Stato che riceve non sa chi ha davanti, da dove viene, se può essere rimpatriato e verso quale paese.
Il sistema giuridico europeo, costruito per tutelare i diritti individuali, si arena davanti all’impossibilità di identificare con certezza chi chiede protezione. Chi aveva già distrutto i documenti – e non aveva nulla cui tornare – è rimasto a Ceuta. Ed è rimasto irrimpatriabile. Non per caso: per calcolo.
La risposta che manca
La risposta strutturale al meccanismo della weaponization of migration richiede di agire su quattro livelli simultaneamente, che quasi nessun governo europeo ha affrontato con la necessaria coerenza.
Il primo è il livello degli accordi. Finché i trattati con i paesi di confine non includono meccanismi di enforcement reali – conseguenze concrete e proporzionate per chi viola gli impegni presi – i pagamenti europei restano assegni senza garanzie. Chi li riceve non ha incentivi strutturali a mantenere la cooperazione quando cambiano le condizioni politiche o quando arriva un’opportunità negoziale migliore.
Il secondo è il livello giuridico. Le democrazie europee devono trovare il modo di distinguere tra attraversamento individuale e sfondamento di massa coordinato. La sentenza della Corte Suprema spagnola è stata scritta per proteggere i diritti dei singoli, non per essere usata come moltiplicatore di un’operazione pianificata da un apparato statale.
La distinzione giuridica tra le due situazioni è complessa ma necessaria: senza di essa, le tutele costruite per proteggere i più vulnerabili continuano a essere usate come armi contro i sistemi che le hanno prodotte.
Il terzo è il livello politico. Finché i ventisette Stati membri negozieranno separatamente con Rabat, Ankara e Tripoli, ciascuno con i propri interessi e le proprie vulnerabilità, il meccanismo del ricatto continuerà a funzionare. Un blocco che negozia da una posizione unitaria forte non è ricattabile allo stesso modo di ventisette Stati che negoziano separatamente.
La risposta italiana alla crisi di Ceuta – tecnicamente limitata, politicamente precisa – ha dimostrato che è possibile costruire una posizione comune: 22 governi europei su 27 si sono allineati in meno di 48 ore. Ma un allineamento reattivo, prodotto da una crisi già esplosa, non è una politica strutturale. È una risposta al sintomo.
Il quarto è il livello del realismo. L’Unione europea non può continuare a gestire i flussi migratori con la logica dell’emergenza permanente – accogliendo alla rinfusa, senza un piano, senza criteri, senza una visione di lungo periodo su quante persone può integrare, in quali settori, con quali strumenti e in quanto tempo.
Il realismo non è il contrario dell’umanità: è la condizione perché l’accoglienza sia credibile invece che caotica. Un sistema di accoglienza e integrazione europeo forte, coordinato e selettivo – che definisca capacità reali, percorsi chiari e responsabilità condivise tra gli Stati membri – è la sola risposta che può togliere ai paesi di confine la leva che oggi usano con tanta efficacia.
Finché l’Europa appare incapace di gestire i flussi che riceve, qualsiasi minaccia di aprire i rubinetti produce panico invece che una risposta ordinata. E il panico, come abbiamo visto, è esattamente l’effetto che chi apre il rubinetto vuole produrre.
Ceuta ha reso visibile con una chiarezza senza precedenti quello che la letteratura accademica descriveva da anni e che i governi europei preferivano non nominare: la migrazione è già da tempo uno strumento di guerra ibrida. L’Europa non ha ancora deciso se vuole difendersi di conseguenza. E finché non lo decide, chi sta dall’altra parte del confine continuerà a farlo al posto suo.
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Ineccepibile e disperante. L’Occidente combatte(?) una guerra già persa. La \”salita\” dei barbari è inarrestabile e il sud ci aggredisce anche climaticamente. È come se la Terra si fosse spostata sul proprio asse, letteralmente. Nadia Mai
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