
La routine è una forma di preghiera laica, o forse solo di sopravvivenza. È quella che mi tira giù dal letto ogni mattina, molto prima che la sveglia puntata sulle sette abbia la possibilità di suonare. Sono i rumori della strada a darmi il via, un promemoria del fatto che questa città, a dispetto di ogni luogo comune, si sveglia presto. Alle sei il bar sotto casa è già in moto e il profumo del caffè invade l’appartamento che mi ospita.
Ogni mattina, il mio primo gesto è attraversare il corridoio verso il bagno, passo davanti a quello specchio immenso con la cornice di legno dorata. Mi fermo un attimo, accanto alla libreria c’è un libro che spunta: “Le città invisibili”. Non l’ho mai toccato, ma ogni giorno mi chiedo se lui lo rileggesse, se ci trovasse qualcosa di Roma in quelle pagine. È il mio buongiorno alla sua assenza.
Poi in sella al bisturi d’alluminio elettrificato. Il tragitto verso il lavoro è diventato una coreografia: una secante che taglia via dei Cola di Rienzo, via Crescenzio e da via Properzio attraversa il respiro vuoto di via della Conciliazione, lasciandosi San Pietro sulla destra come una sentinella monumentale, per poi sfrecciare controsenso verso la salita dell’università.
Intorno Ferragosto, Roma si è svuotata. Un deserto magnifico. I negozi hanno appeso cartelli quasi malinconici alle saracinesche abbassate: “CHIUSO PER QUALCHE GIORNO”. Il traffico è un ricordo, le strade appartengono solo a me e ai pellegrini. In quel vuoto irreale, ho stabilito il mio record personale: due chilometri e quattrocento metri in quattro minuti e ventitré secondi. Un’impresa inutile e bellissima, una piccola vittoria contro il tempo e il caldo.
La lezione inizia alle otto e mezza. Parcheggio la bici assicurandola con il catenaccio tra l’ilarità degli allievi sacerdoti.
“Professore, hai paura che rubiamo la bici?” mi chiedono ridendo.
Non posso che rispondere a tono:
“Ragazzi, io ho fede solo in Cristo”.
Li lascio ai loro sorrisi e mi fermo a scambiare qualche parola con alcune colleghe. La prevalenza femminile è netta: quindici insegnanti in tutto qui a Roma, e altre quattro nella sede di Castel Gandolfo, dove studenti sono le suore.
Di solito aspetto qualche minuto, i miei allievi arrivano da diversi collegi, alcuni distanti dal plesso universitario. Sono dodici, un piccolo conclave. Tra loro c’è anche una ragazza, Faustina. Viene dalla Cina, il suo vero nome è Bey Zhang, ma qui, insieme ai voti, ha ricevuto anche un nome nuovo.
Ci scambiamo pareri, condividiamo esperienze, si aprono piccole finestre sulle nostre vite.
Li affascinano le mie confessioni da laico, un tempo cattolico, poi ateo folgorato su quelle strade polverose e antiche di Gerusalemme. Ascoltano con un misto di curiosità e rispetto, come se la mia incoerenza fosse una fede anch’essa.
E a me affascinano le loro storie. Vengono da un mosaico di mondi: il Kenya, il Mali, il Congo, poi l’Indonesia, il Vietnam, il Laos, il Borneo. C’è Faustina dalla Cina, e Matthew, con la sua gravità e il suo sorriso pacato, dalla Nuova Zelanda. Vuoi che non mi faccia raccontare delle loro famiglie, di come si mangia a casa loro, dei colori e dei suoni delle loro feste? Ogni aneddoto è un filo che si aggiunge alla mia personale mappa del mondo, un atlante umano che mi porto dentro e si arricchisce anno dopo anno, lezione dopo lezione. Con loro, si è creata nel tempo una complicità singolare. È una confidenza sottile, quasi un patto silenzioso che si instaura senza mai varcare quella linea invisibile che separa il professore dallo studente.

Una mattina per esempio, stavamo analizzando un’intervista a Natalia Aspesi. Parlavamo di solitudine, di quella condizione ineludibile dell’essere umano, di quanto sia difficile abitarla. A un certo punto, Tam – detto “Tamino” per la sua minuscola stazza -, il sacerdote del Vietnam dal sorriso timido e gli occhi profondi, ha alzato la mano. Non per chiedere del congiuntivo, ma per dire:
“Professore, ma lei, quando si sente così perso… a chi prega?”. L’aula è piombata in un silenzio denso. Tutti gli sguardi erano concentrati su di me. Il Cupolone, fuori dalla finestra, sembrava ascoltare anche lui. Avrei potuto dare una risposta evasiva, una lezione di filosofia che comunque avrei dovuto inventare… Invece, ho detto la verità.
“Io non prego, Tam. Io scrivo. Metto in fila le parole sperando che, alla fine, disegnino un senso. È l’unica forma di ordine che conosco.” Lui ha annuito lentamente, come se gli avessi svelato una formula liturgica sconosciuta. Poi ha sorriso, quel suo sorriso timido che gli illumina il volto.
“Allora, forse, scrivere è la sua preghiera”.
E forse ho capito che Tam voleva dirmi che tutti cerchiamo lo stesso Dio, solo che usiamo alfabeti diversi.
In un’altra lezione, alla lavagna abbiamo lavorato sui verbi di movimento: andare, restare, tornare, nella costruzione pronominale. Matthew, il neozelandese, ha alzato la mano: “Professore, quale usiamo per chi lascia tutto?”
“Dipende, Matthew”, ho risposto, scegliendo le parole con cura, come se stessi maneggiando qualcosa di fragile.
“La nostra lingua è precisa, a volte spietata. Se hai un biglietto di ritorno in tasca, se la tua è solo un’assenza temporanea, allora semplicemente vai o parti.
Ho fatto una pausa, lasciando che le parole sedimentassero.
“Ma se ti chiudi la porta alle spalle sapendo che non la riaprirai più, se bruci i ponti e diventi solo una traccia per chi resta… usi il verbo pronominale andarsene e allora te ne vai. È una frattura definitiva”.
Matthew mi fissava, non aveva distolto lo sguardo neanche per un istante. I suoi occhi cercavano qualcosa oltre la semplice definizione.
“E se non lo sai ancora?”, ha insistito, con una delicatezza che ha reso la domanda ancora più tagliente.
Un altro silenzio, stavolta più denso, più personale. Ho sentito il mio stesso respiro. Ho guardato fuori dalla finestra, verso il Cupolone che è sempre lì ad ascoltare, poi di nuovo verso di lui.
“Allora,” ho detto, e la mia voce era quasi un sussurro, “allora sei come me. Non parti e non te ne vai. Semplicemente, vaghi.” Accenno a un sorriso per stemperare la gravità delle parole, “Sei senza meta, cerchi qualcosa che sai di poterla trovare solo temporaneamente.”
Matthew ha annuito lentamente, con un’espressione di profonda, quasi dolorosa comprensione. Come se gli avessi appena confessato non una regola semantica, ma il segreto della mia anima.
Faustina, invece, mi ha aspettato alla fine della lezione particolarmente silenziosa. È l’unica donna tra i dodici allievi, e quella condizione la rende insieme più visibile e più invisibile. Si siede sempre nello stesso posto, vicino alla finestra, e prende appunti con una calligrafia minuscola e perfetta. Stava riordinando i suoi appunti con quella precisione che le è propria, ma restava lì tra i banchi. Non parla molto, devo essere sempre io a sollecitarla, così le ho chiesto perché avesse scelto il nome Faustina.
“Santa Faustina vedeva Gesù,” mi ha detto. “Io vengo da un paese dove questo nome è impossibile da dire ad alta voce. Qui posso.”
Ho pensato alla libertà, a cosa significhi davvero poter pronunciare il nome di ciò in cui credi.
“E tu, professore,” ha aggiunto piano, “quando scrivi… ti senti libero?”
Ho esitato. Poi ho risposto:
“A volte. Altre volte scrivo proprio perché non mi sento libero. Scrivo per liberarmi.”
Ha sorriso.
“Allora siamo simili. Io prego per lo stesso motivo.”
Lei ha attraversato mezzo mondo per conquistare quelle due sillabe: ‘Ge-sù’. Io ho attraversato il mio paese solo per mettere una parentesi.

Ecco cosa succede nella mia aula. Impariamo che ci sono mille modi per cercare una risposta, o forse solo per convivere con la domanda. E mentre fuori il mondo corre e si sgretola, noi, in questa piccola isola che odora di incenso e gesso, proviamo a ricostruirlo. Una parola, una predica, un dubbio alla volta.
Nella pausa ci si vede di nuovo con i colleghi alla macchinetta del caffè, ma solo per respirare quell’aria resa fresca e pulita dall’abbondanza di vegetazione che circonda l’università. Con i colleghi non ho stretto legami. Sono rimasto in quella cortese distanza che si tiene con chi condivide lo stesso spazio ma non lo stesso viaggio. Non è mancanza loro né mia. È solo che ciascuno porta il proprio esilio, e non sempre gli esili si parlano. Sul gruppo di chat dei docenti durante uno scambio di opinioni sulle nostre intense giornate di lavoro una voce ha sentenziato:
“Tornerai in Sicilia con qualche trauma”. Le ho risposto che i traumi per me sono ormai granuli omeopatici di saggezza. Tra il suo divertito “Non esageriamo…” e il “Tanta roba” di un’altra, ho sentito che un po’ di me si sarebbe potuto coniugare con loro. Forse.
Ma fra poco, tutto questo finirà. Tre mesi. Una parentesi. Sono stati difficili, sì, e in un modo strano, bellissimi. È stata una Vacanza Romana incredibile, un’esperienza che mi si è cucita addosso e che non potrò dimenticare. Un’altra di quelle esperienze che custodisco non solo come conoscenza, ma come umanità stratificata, storia e storie intessute dentro di me.
Sono stanco, è ovvio. La solitudine ti logora, anche quando è imbottita di ogni comodità. E qui, di comodità, ne ho avuta tanta. Troppa, forse. Viviamo in un’epoca così densa di agi superflui che basta la mancanza di un dettaglio minimo, come un forno a microonde che qui non c’è, a farti sentire un cretino. “E ora come faccio?”, mi sono chiesto, con la stessa drammaticità con cui un generale avrebbe affrontato un’invasione barbara. Ed è un bene sentirsi cretini, a volte. Perché riconoscere i propri limiti è facile qui, davanti all’immensità di questa città che è un universo a cielo aperto, davanti a quell’universo di umanità con cui mi trovo sempre a dialogare.
Domani è l’ultimo giorno. Stanotte non sono riuscito a dormire, e non per il caldo. Ho passeggiato nell’appartamento tutta la notte, e le mie dita non cercavano di lasciare un’impronta, ma di cancellarla. Ho raddrizzato un quadro, ho riallineato una pila di libri, gesti minimi per restituire ogni cosa al suo posto, al suo ordine perfetto. Era il mio modo di chiudere la parentesi, di restituire il suo mondo al suo silenzio per poter ritrovare il mio. Ho capito che questa non è mai stata una fuga. È stato un pellegrinaggio laico, un ritiro spirituale senza clausura.

Domani tornerò. Ritrovo mia moglie che, con la sua ironia feroce e tenera, mi aveva già capito prima che io capissi me stesso. Tornerò alla mia vita, che forse non è poi così soffocante come credevo. Forse ero io che avevo smesso di respirare.
E mi mancheranno. Mi mancheranno le passeggiate attraverso l’eternità. Quel vagare senza meta tra le ombre in Piazza del Popolo, o il perdersi nel labirinto di Trastevere, dove ogni pietra, ogni angolo sembra sussurrare storie di amori clandestini e congiure. Mi mancherà quella sensazione di avere Bernini come un vicino di casa, un genio che ha lasciato la sua firma prepotente su ogni chiesa, ogni fontana. Mi mancherà il tizio con il mantello in porpora e di ermellino – quel ritratto sontuoso e bonario del cardinale Barberini – che mi osserva con una placida condiscendenza ogni volta che attraverso il corridoio dell’università.
Mi mancherà l’odore di incenso e di traffico, il gracchiare dei gabbiani e il silenzio dei chiostri, la preghiera e la bestemmia, il sacro e il profano, tutto mescolato in un unico, inconfondibile profumo di Roma.
Tornerò alla mia vita, al mio posto. Ma non tornerò solo.
Resta Tam che mi ha insegnato che scrivere è pregare. Resta Faustina che ha attraversato un continente per poter pronunciare un nome. Resta Matthew che cerca ancora il verbo giusto per chi non sa se tornerà.
Resta Roma, che mi ha mostrato come la bellezza possa essere un trauma dal quale guarire ogni giorno, senza mai guarire del tutto.
E resta il mio amico, il cui silenzio mi ha fatto compagnia più di mille voci.
Prima di andarmene, prendo quel libro dalla libreria, Le città invisibili. Lo apro e leggo: Le città, come i sogni, sono costruite di desideri e di paure.
Forse è questo che voleva dirmi. Che Roma era il suo desiderio. E che la mia paura era restare fermo. Ne sono certo. E forse, la prossima volta che mia moglie mi chiamerà “Vacanza Romana”, avrò un sorriso diverso, più consapevole, meno ironico del suo. Un sorriso da chi ha imparato che la vera fuga non è andare via, ma tornare con gli occhi un po’ più aperti.
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Leggerti è emozionante, sembrava di essere con te!!
Da insegnante, per 36 anni, di italiano a studenti allofoni e ora, da pensionata, insegnante di scrittura creativa, e da scrittrice di migliaia di pagine da tenere solo per me, ho particolarmente apprezzato e amato questo capitolo.
A Roma ci sono stata per tre settimane, dopo la maturità, insieme a un’amica compagna di classe, ospite dai suoi nonni, e ne ho ancora, dopo 55 anni, immagini e ricordi vivissimi: quella notte al Giardino degli Aranci sull’Aventino, con Roma ai nostri piedi, la volta al teatro di Marcello che mi sono messa a miagolare e nel giro di pochi secondi ci siamo trovate circondate da decine di gatti arrapatissimi – chissà cosa avevano capito – e non sapevamo più come sfilarci senza rischiare che ci inseguissero, il pittore che sulla scalinata di Trinità dei Monti mi ha regalato un acquerello, la scoperta del sublime maritozzo, la salita alla cupola di San Pietro, la gita fuori porta a ferragosto e il troppo vino dei Castelli bevuto, il fratello della mia amica…
Mi vien da sintetizzare con “meraviglioso”, anche se il termine rimanda più a qualcosa di visivo che ad un testo scritto. Ma forse il punto è proprio questo, la tua prosa mi ha fatto vedere le assenze possenti delle strade di Roma, i volti degli studenti, lo specchio e il suo corridoio, le statue parlanti…
Hai descritto, con la semplicità e la chiarezza di chi padroneggia le parole e la loro composizione, la differenza tra l’essere e il non essere celata dietro una partenza, tra vita e morte racchiusa in un gesto.
Se partire è un po’ morire, mille e mille volte sono morto. Eppure quelle porte non le ho mai chiuse del tutto, o forse è proprio questa la mia dannazione.
Grazie per questi tre racconti che sono stati una carezza per l’anima.
Grazie di cuore ancora, Pietro.