
Devo ammetterlo, prima odiavo Roma. La odiavo con la supponenza di chi la capisce in un fine settimana.
Bella, ma insopportabile. Un organismo malato, intasato di macchine, folla e sporcizia.
Oggi, non so come, la vedo. La vedo davvero. L’ho ritrovata bellissima, forse perché la sto attraversando con la lentezza di chi non ha fretta di arrivare.
Girarla in bici, in questa bolla estiva che l’ha svuotata dal suo delirio, è un esercizio sublime.
È come nuotare in un oceano di storia: ti vedi scorrere accanto le meraviglie del mondo e ti senti, per un attimo, parte di quell’eternità.
Spesso, nel tragitto di ritorno, devio. Tradisco il percorso più breve per regalarmi un ritardo.
Mi fermo davanti a uno scavo, mi perdo a fissare una statua in un cortile, entro in una chiesa sconosciuta di cui non ricorderò il nome.
Anche se quella di San Gioacchino a Prati la ricordo: entrando, sono rimasto sbalordito dalla sua cupola blu, trapunta di stelle di cristallo.
Ma la vera scoperta è stata la storia che questa bellezza nasconde: durante i mesi bui dell’occupazione nazista, in uno spazio segreto ricavato sopra quella volta stellata, trovarono rifugio decine di perseguitati, tra cui diverse famiglie ebree, letteralmente “murate vive” per mesi e salvate dall’orrore del mondo esterno.
Ma non importa. Ogni pietra qui ha una sua biografia. Ogni angolo nasconde vite, morti, santi e condottieri.
“Vacci, vacci, non puoi mancare”. La voce di mia moglie al telefono è un’eco insistente.
La sua fede nella Galleria Borghese un mantra a cui, un pomeriggio, ho finito per obbedire.
Me lo avevano profetizzato, i miei colleghi: “Sarà un’impresa!”.
“Eh, ma io ho il tesserino!”, ho risposto con l’ingenua convinzione che quel mosaico di cartone e fogliettini potesse davvero aprirmi le porte del paradiso.
Non avevo fatto i conti con la sacerdotessa della burocrazia romana.
Mi presento all’ufficio stampa, sfoderando la mia reliquia.
Lei, la signorina, mi guarda con il sospetto riservato agli eretici. Il bollino annuale non c’è.
Le spiego che l’ODG Sicilia segue una burocrazia esoterica, con dogmi a cui neanche io ho accesso.
Lei insiste, la sua voce è una sentenza:
“Mi faccia vedere il bonifico di quest’anno”, mi fa.
“Pago sempre in ritardo, ho tempo fino al 2026”.
Un sopracciglio si inarca.
“Quello del 2024, allora”.
“Troppo vecchio, chissà dov’è”.
A quel punto, avvolta in un pietismo più adatto alla cronaca quotidiana che ai capolavori che mi attendevano, capitola:
“Per chi scrive? Mi faccia vedere i suoi articoli”.
Bingo. Le mostro l’archivio di InOltre, e il primo articolo che il destino mi offre è quello su PIF, Gaza e la mafia.
L’operatore allo sportello accanto, che aveva assistito al duello e dato sostegno partigiano, con un’occhiata complice esclama:
“Ahò”, indicando il telefono, “questo è PIF, allora stamo messi bene.”
E poi, con il pollice in su, dà il segnale:
“Vabbè, scrivi bene, me raccomanno.”
È la sua benedizione imperiosa che convince finalmente la signora Rottenmeier de noantri a concedermi l’accesso al paradiso terrestre.
Entro.
Salgo al secondo piano e vengo travolto da una tempesta di pittura.
È un assalto ai sensi, una litania di nomi che mi ubriaca: Raffaello, il Pinturicchio, il Carracci, il Vasari, il Correggio, Jacopo da Bassano, Dosso Dossi, il Domenichino, Caravaggio…
Il mio è un vagare ipnotico tra le sale. Mi fermo e rifermo davanti ai quadri, lasciando che lo sguardo si immerga nei dettagli, in quei pixel antichi che affiorano dalla materia.
È un’ubriacatura di pittura. Ne esco barcollando, saturo di colori e visioni.
Mentre scendo per le scale, un silenzio diverso mi attira verso una sala che, nella mia foga, avevo ignorato.
Il piano delle sculture.
È stata una folgorazione. Un’estasi improvvisa.
Mi trovo davanti a Paolina Borghese del Canova, viva in una quiete che è una presenza superba.
E poi ad Apollo e Dafne del Bernini: il marmo che diventa foglia, carne, un urlo silenzioso.
È stato quello, il “trauma bellissimo”: la bellezza che non cerchi, quella che ti tende un agguato quando abbassi le difese.
Ti colpisce, ti lascia senza fiato e ti apre una crepa nel cuore.
Esco con le lacrime agli occhi.
Passando, rivolgo un cenno di gratitudine alla signora dell’ufficio stampa.
Il tizio della biglietteria mi guarda con un mezzo sorriso complice.
Ricambio e prometto, più a me stesso che a lui: “Scriverò bene”.
Poi ci sono le delusioni. Quelle che ti accendono una rabbia impotente.
Un pomeriggio di perlustrazione a Trastevere, arrivo in piazza Campo de’ Fiori, e il cuore mi si stringe.
Al centro, lui: Giordano Bruno. Il filosofo, il faro del libero pensiero, ridotto a sentinella muta di un mercato.
Dove prima sbocciavano i mille colori di un mercato dei fiori, ora la sua statua severa, monumento alla potenza della ragione, è assediata, umiliata, quasi schiacciata da un mucchio di magliette con il suo volto stampato sopra, da tazze e bottigliette brandizzate “Nolano Style”.
L’uomo che sfidò l’Inquisizione, ora intrappolato nella morsa del souvenir a basso costo.
Un martire del pensiero libero la cui effige è venduta dagli stessi eredi di quel commercio globale che non conosce inquisitori, ma solo clienti.
Mi fermo e penso. Su questi stessi sanpietrini è stato bruciato vivo. Questo selciato ha bevuto il suo urlo.
Oggi, il solo calpestio di una Birkenstock su questo suolo dovrebbe suonare come un’eresia.
E invece, sulle sue ceneri si fanno denari. Si trasforma il suo sacrificio in un logo.
È questa la vera vittoria dell’Inquisizione, penso, mentre inforco la bici e scappo via: non il rogo del corpo, ma la mercificazione dell’idea.
E poi, questa settimana, è come se la città avesse deciso di rispondere a questo cinismo con un’iniezione di pura fede.
È arrivato il Giubileo dei Giovani.
Ed è esattamente come me l’aspettavo: un gran bel casino.
Ma un casino diverso.
Un caos tangibile, oceanico, eppure stranamente composto, quasi armonico.
Vedo fiumi di ragazzi e ragazze da tutto il mondo, con i loro zaini e le loro bandiere, che cantano per le strade, che pregano sui sagrati, che si accampano nei parchi, in cerchio sul marciapiede.
Li guardo e non riesco a provare fastidio. Dovrei, forse. Bloccano i marciapiedi, rallentano il traffico, occupano ogni panchina. Ma c’è qualcosa nel loro modo di invadere lo spazio che è diverso da qualsiasi altra invasione. Non pretendono nulla. Non urlano slogan. Non chiedono che tu la pensi come loro.
Semplicemente ci sono, con una presenza disarmante nella sua ingenuità. Un pomeriggio, mentre torno in bici dall’università, mi fermo a Piazza Navona. Un gruppo di ragazzi polacchi sta cantando. Non so cosa cantino, ma la melodia è dolce, quasi malinconica.
Accanto a loro, un vecchietto romano seduto su una panchina li ascolta con gli occhi chiusi. Non so se stia pregando anche lui o se stia solo riposando. Ma per un attimo, in quella piazza che di solito è solo un teatro per turisti e artisti di strada, c’è qualcosa che somiglia alla comunità.
Ripenso a Giordano Bruno, pochi metri più in là, assediato dai souvenir. E penso che forse questi ragazzi, con la loro fede ingenua e il loro canto stonato, sono l’unico atto di resistenza autentico che questa città abbia visto da tempo. Non resistono contro qualcosa. Resistono per qualcosa. E forse, in un’epoca in cui sappiamo benissimo cosa odiamo ma non più cosa amare, questo è già rivoluzionario.
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Con perizia e sensibilità hai trasferito in prosa emozioni estemporanee che ognuno prova al cospetto di quella magnificenza, di quell’infinito susseguirsi di dettagli che raccontano l’ingegno e l’arte, di quella opulenza e quella possanza che solo la Città Eterna propaga in ogni suo vicolo.
Per un attimo mi sono immaginato in bici per quelle strade, straniero ed ospite come continuo a sentirmi a Palermo anche dopo oltre 30 anni che la vivo. Alla continua scorperta di tesori, di bellezza, di nuovi sorrisi.
Che devo dire?! Mi è piaciuto!
Grazie mille Pietro. ??