
Prologo
Sappiatelo subito: il racconto che state per leggere (diviso in tre parti, questa è la prima n.d.r.), questo mio vagabondare romano, ha le sue radici in un trauma. Dopotutto, non è forse questa l’origine di quasi ogni storia? Quasi tutte le narrazioni che mi appartengono nascono da una crepa, da un punto di rottura.
E chi ha detto che un trauma debba essere solo un’ombra? Spesso è la feritoia da cui filtra la luce più intensa, la lente attraverso cui la realtà si mostra con una nitidezza quasi insopportabile. È una lezione che ho appreso nel dialogo silenzioso con gli autori della mia libreria. Cormac McCarthy mi ha mostrato la desolazione dell’animo umano con una prosa biblica e spietata; Pessoa ha fatto della sua frammentazione un universo e Calvino ha cercato di ordinare il caos sapendo di esserne parte. David Foster Wallace ha raccontato il dolore di essere vivi nell’assordante rumore del nostro tempo. Forse il mio è uno sguardo vagamente cristiano sul dolore, e forse quella è la filosofia con cui deve essere accolto: la convinzione che una caduta possa essere l’inizio di una risalita, che una cicatrice sia la testimonianza di una guarigione. Alcune storie che ho scritto sono nate durante il trauma collettivo della pandemia, nutrendosi delle ferite che, per una sorta di osmosi, ho assorbito da altre vite, da altre voci. Spesso, le mie narrazioni non raccontano un singolo trauma, ma piuttosto la sequenza di fratture che scolpisce un personaggio, costringendolo a diventare chi è. Insomma, il trauma non è una condanna, ma una condizione. Ti forma, nel bene e nel male. E non è detto che sia un male. A volte, può essere bellissimo.
Episodio 1: L’Ordine Perfetto dell’Assenza
Chiamiamolo un armistizio. Un congedo dalla mia vita per tre mesi. Non credo una fuga, no. Fuggire è un atto di panico. Questo è stato un espatrio concordato, un permesso premio che mi sono concesso per meriti che non ricordo. Un lavoro, a Roma.
Mia moglie, l’ha battezzato subito con un’ironia che solo lei possiede: “La tua Vacanza Romana”. Non me l’ha detto con rabbia. Me l’ha detto con la tenerezza crudele di chi ti conosce meglio di te stesso. Sapeva che, dietro la scusa del lavoro, io cercavo ossigeno. Un modo per sentire di nuovo il mio sangue scorrere, lontano dalla melodia ripetitiva dei nostri giorni.
E l’ossigeno non è arrivato. A luglio, Roma non ti dà ossigeno, ti toglie il fiato. Il caldo è un nemico fisico, asfissiante, che liquefa l’asfalto e fa vibrare l’aria sopra i tetti. La bellezza della città diventa febbrile, quasi delirante. Mi sono ubriacato di solitudine, quella che sa di luce spietata sui marmi e del gracchiare dei gabbiani più forte di ogni vocio. Ma c’è un rovescio in ogni bellezza. La stessa piazza che di giorno è un teatro rovente, di notte diventa il palcoscenico della sua assenza. E la sua voce, al telefono, mi riporta a una realtà messa in pausa. Diventa l’unica cosa vera in un mondo di magnifiche rovine.
Vivo nella casa di un amico. O meglio, nel suo ordine perfetto. Me l’ha “prestata” lui, non tornerà a reclamarla. Qui non c’è traccia di abbandono, nessun disordine. Al contrario. Ogni libro nella libreria è un suo pensiero, ogni soprammobile un suo ricordo, ogni stampa appesa al muro una sua scelta precisa. È la perfezione di una vita curata in ogni dettaglio. Ed è proprio questo ordine a urlare la sua assenza. È la teca di un museo di cui lui era l’unico curatore.
L’appartamento è al primo piano di un grande condominio, in quella zona che prima era una palude e poi i Savoia al loro arrivo hanno bonificato e nel XIX secolo resa un grande prato. Sotto la finestra della camera da letto un ristorante. Di fronte e intorno bar e locali. Le voci degli avventori entrano in casa, scorrono testi perlopiù in americano e spagnolo. La notte, l’aria non si muove. Non c’è condizionatore. Tre ventilatori combattono una battaglia persa, spostando folate di calore da una stanza all’altra. E io mi chiedo: ma tu, come facevi a resistere a queste estati?
Per fuggire a questa immobilità, ho la sua bicicletta elettrica. Non è una bici, è un bisturi. Un piccolo strumento chirurgico a ruote grasse con cui incido il traffico, mi apro un varco nel corpo urlante della città. Il mio lavoro è a poco più di un paio di chilometri. Il tragitto è un viaggio nel tempo. Parto dalla via che porta il nome di una delle grandi famiglie che governarono Roma, e tutta la zona è una fitta rete di toponomastica imperiale, da Furio Camillo a Giulio Cesare a Cola di Rienzo. Il passato qui non è una lapide, è l’indirizzo di casa. L’altro giorno sono andato a trovare un amico poco distante, una passeggiata di venti minuti, e per trovare il suo nome sul citofono ho dovuto setacciare tra i campanelli del prof. Fulvio Ottaviano, dr. Camillo Ciprio, Ing. Massimo Giulio, Fam. Apolloni Tolomei, Nicoletta Strozzi Tittoni…
Ogni mattina, la stessa scena. Io, il laico romantico, che sfreccio tra le vestigia dell’Impero per andare a insegnare l’italiano a uomini che parlano la lingua di Dio. Entro, allargo le braccia come in una benedizione alla rovescia e dico: “Buongiorno, fratelli!”.
La loro risposta è un’onda calma che mi accoglie. Vengono da mondi che posso solo immaginare. Insegnare a loro è un esercizio di ironia sublime. Spiego il congiuntivo a chi vive nel tempo dell’assoluto. Parlo del neorealismo a uomini che affrontano ogni giorno il realismo della fede e della povertà. In loro non vedo solo degli studenti. Vedo degli uomini, sradicati come me, che hanno risposto a una domanda diversa. Loro hanno barattato il mondo per il cielo. Io, per tre mesi, ho solo barattato casa mia con l’ordine perfetto di un amico, cercando un senso che mi sfugge tra le righe di una poesia.
Il ritorno è un’immersione. Lascio il silenzio dell’istituto e mi getto di nuovo nel grande, meraviglioso, assordante casino di Roma. E quando infilo la chiave nella toppa, so già cosa mi aspetta. Il silenzio. Ma non è più il silenzio della solitudine. È il silenzio denso di chi non c’è. In questa Vacanza Romana, ho scoperto di non essere solo. C’è un’assenza che mi fa compagnia. È il mio altro lavoro qui. Oltre a insegnare, è imparare a ascoltarla.
La prima cosa che sento, ogni mattina, non è il respiro della storia. È il gracchiare dei gabbiani. Loro sono i nuovi padroni di Roma. Non volano più sul mare, pattugliano le strade. Li vedo, enormi, quasi preistorici, appollaiati sui cassonetti come avvoltoi su una carcassa. Aspettano. Il camion della spazzatura inizia il suo lavoro. Loro non perdonano. Si scatena la guerra per un avanzo. Le loro grida sono un suono agghiacciante, un allarme che mi strappa dal sonno. Mi ricorda che questa città, sotto la pelle di marmo e travertino, è una creatura che non dorme mai.
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2 pensieri su “Le mie Vacanze Romane -Episodio I”