

Alessandra Libutti dialoga con Carmine Pinto, professore di Storia Contemporanea all’Università di Salerno sulla parabola delle autocrazie.
Negli anni che precedono il 2022, l’ascesa delle autocrazie appare inarrestabile.
Dall’Africa, attraversata da colpi di Stato sostenuti da Mosca e dall’espansione economica cinese, al Sud America con il Venezuela di Maduro come snodo politico e finanziario; dal Medio Oriente, segnato dall’Iran e dalla sua rete di milizie proxy, fino all’Asia, tra il golpe in Myanmar e le crescenti pressioni su Taiwan. Un’offensiva globale che sembra mettere in crisi l’ordine internazionale.
Da qui parte il dialogo con Carmine Pinto: che cosa ha reso possibile, in poco più di un decennio, una simile affermazione delle autocrazie? E perché due momenti potenzialmente decisivi – l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 e l’attacco di Hamas nell’ottobre 2023 – non hanno prodotto il ribaltamento storico che molti temevano?
L’intervista affronta poi le mosse più recenti di Stati Uniti e Israele: dall’indebolimento dell’asse Russia-Iran in Medio Oriente fino al caso venezuelano. Sono segnali di una strategia mirata a smantellare l’architettura autocratica globale o semplici episodi contingenti?
Un passaggio centrale è dedicato al ruolo delle piattaforme digitali: per anni moltiplicatori di disinformazione e polarizzazione, ma incapaci – finora – di raggiungere l’obiettivo strategico di frantumare l’Unione europea.

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Siamo certi di inserire gli USA tra i nemici delle autocrazie, antagonisti delle tirannie? Sono portatori di libertà e parte dell’Occidente come custodi della democrazia e dei diritti?
Mi sembrano domande lecite visto quel che sta accadendo in Minnesota e non solo.
La domanda finale verteva proprio su quello.
Certo ho seguito fino alla fine e infatti non mi ha convinto tutta questa fiducia verso gli USA e le mie domande partono da lì, perché temo il rischio di un avvicendamento tra autocrazie vecchie e nuove più che una sconfitta delle autocrazie.
In Afghanistan, Venezuela, Iran e Siria, come anche per l’Ucraina e Gaza e non ultima la Groenlandia, la preoccupazione dell’amministrazione USA non sembra affatto essere l’autodeterminazione e la libertà dei popoli, ma ribadire chi è più forte e prendere il controllo di risorse e territori strategici.
Per non dire dello scavalcamento del Congresso e del conflitto tra poteri dello Stato con risvolti sempre più evidenti da tecnocrazia oligarchica.
Che Trump voglia quello e che della democrazia non gli importi nulla è fuor di dubbio.
Pinto è ottimista nel senso che non vede nel trumpismo una deriva permanente ma una parentesi da cui gli USA, con la loro tradizione democratica, riusciranno a uscire.