

La comparsata di Meloni nella pubblicità elettorale di Orbán, insieme alla varia umanità sovranista dell’orbe terraqueo (cit.), non significa necessariamente che la Presidente del Consiglio italiana condivida le posizioni del Quisling magiaro del Cremlino o che ne voglia conservare la sponda, in un Consiglio europeo attraversato da una faglia da cui potrebbe, prima o poi, scatenarsi un terremoto istituzionale dalle conseguenze imprevedibili.
È vero che Orbán e la crescente compagnia di presidenti di osservanza moscovita (Babiš e Fico) favoriscono ai vertici delle istituzioni Ue geometrie variabili di potere e di consenso, in cui Meloni si muove con consumato e imprevedibile mestiere, esercitando un ruolo di diplomazia interna (“Giorgia, con Viktor parlaci tu…”) e perfino accampando il merito della perdurante, anche se precaria, unità delle istituzioni europee.
Però è altrettanto vero che le distanze che oggi separano i Paesi europeisti da quelli antieuropei non sono né risarcibili né componibili, perché non misurano affatto un dissenso relativo circa il perimetro e l’intensità dei processi di integrazione politica ed economica, come avveniva un tempo con i Paesi cosiddetti euroscettici, ma mettono in discussione la costruzione europea in sé e il suo stesso fondamento storico.
La critica all’Ue, di cui Orbán è un capofila interno e l’America Maga e la Russia putiniana i terminali esterni, è di essere un’istituzione artificiale e decadente che soppianta le identità reali degli uomini e forti dei popoli: una malattia che debilita il corpo delle nazioni e ne corrompe lo spirito; un Anticristo che seduce all’empietà e conduce alla perdizione operando prodigi immaginari; un Leviatano che usurpa le ricchezze e soffoca la libertà, dissimulando la propria violenza nelle spire di anonimi e apparentemente inoffensivi apparati burocratico-normativi. La guerra di Orbán (e di Putin e di Trump) è questa ed è escluso che possa finire, per così dire, con un pareggio.
Un Orbán ringalluzzito dall’ennesima vittoria avvicinerebbe per Meloni il momento del redde rationem e renderebbe impraticabile il “né aderire né sabotare”, cui la premier italiana acrobaticamente si attiene sui temi politicamente più sensibili, per dare un colpo al cerchio europeista e uno alla botte sovranista, come sta facendo da tre anni sull’Ucraina.
Se si arriverà allo showdown nell’Ue – ripetiamo: la vittoria di Orbán avvicina, non allontana, lo showdown – ci si arriverà a un livello di scontro che renderà impossibile qualunque compromesso e bisognerà semplicemente decidere da che parte stare. E che ci guadagnerebbe Meloni?
Se però il sostegno pubblico a Orbán non riflette quel che davvero, per convinzione o anche solo convenienza, Meloni farebbe se solo potesse – starsene alla larga dalle rogne presenti per allontanare quelle future – bisogna concludere che, se pure Meloni non è (più) orbaniana, non è comunque libera di non esserlo. La sua partecipazione allo spot non è libera militanza, ma coscrizione obbligatoria.
Il che significa che non è una persona, né una politica, libera e che il consenso su cui è accomodata, gli equilibri della sua coalizione e i voleri del Grande Fratello americano le consentono – qualunque ripensamento abbia maturato in questi tre anni nella stanza dei bottoni – qualche spazio di manovra con le istituzioni Ue su dossier domestici, ma non l’autorizzano a uscire dal santo presepe sovranista, di cui rimane una statuina necessaria e obbligata. Nei momenti che contano, Giorgia deve rientrare nei ranghi.

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Anche Orban sa che senza Europa non avrebbe ottenuto il successo che ha e ha avuto.
L’Ungheria è ed è stata una delle nazioni più beneficiate dai fondi europei per gli investimenti, potendo così attirare imprese estere soprattutto tedesche garantendo una bassa imposizione fiscale. La vicinanza a Putin per questioni energetiche e identitarie lo rende un attore scomodo a una possibile evoluzione istituzionale europea, ma costui sa anche che non può forzare troppo la mano in una certa direzione perché potrebbe pagare qualcosa in termini elettorali.