
L’avarizia è il più indomabile dei sette vizi capitali. Conformemente al suo carattere rapace, vanta una molteplicità di sinonimi: avidità, cupidigia, bramosia, ingordigia, fino ad alcune metonimie più specifiche come taccagneria o simonia. Comunque lo si chiami, rinasce incessantemente dalle proprie ceneri come l’Araba Fenice, l’uccello mitologico degli antichi egizi. In una celebre pagina, Max Weber scrive che «si è trovato e si trova nei camerieri, medici, cocchieri, artisti, cocottes, soldati, banditi, crociati, in coloro che frequentano le bische, nei mendicanti – si può dire: […] in tutte le epoche di tutti i paesi del mondo» («L’etica protestante e lo spirito del capitalismo», 1904-1905).
«Radix omnium malorum avaritia», sentenziava san Paolo. Ma che una religione accomuni o distingua il vizio dal peccato, tutte – dall’induismo al taoismo, dal buddhismo al cristianesimo – concordano nel considerare l’avarizia il più infido dei nostri sette demoni. Nell’ebraismo, assai prima del Sinai e della consegna delle Tavole a Mosè, vi fu Noè con le sette leggi, o «mishpatim», presentate nei primi undici capitoli del libro della Genesi.
Nell’ordine secondo cui li elenca il testo biblico, il primo «mishpat» o peccato è la blasfemia, seguito da idolatria, furto, omicidio, sesso illecito, falsa testimonianza, mangiare carne tagliata da animali vivi. Nel corso del tempo molti rabbini decisero che il più grave di questi peccati era il furto, in quanto dal furto dipendono tutti gli altri. L’adulterio è rubare il marito o la moglie. Bestemmiare è rubare il nome di Dio per motivi abietti. Uccidere è rubare a qualcuno la vita, e così via. Ma il furto, a sua volta, non era altro che una manifestazione del carattere incontinente dell’avarizia.
Aurelio Clemente Prudenzio (348-413) riprese la concezione paolina della guerra santa contro il «regno delle tenebre», che divenne rapidamente fondamento estetico e principio basilare dell’arte, del pensiero e della teologia occidentali. All’estro fantasioso dell’asceta spagnolo, infatti, si deve un poema allegorico, «Psychomachia» (Battaglia dell’anima). È il racconto di sette battaglie, una per ogni vizio capitale, in cui ciascun vizio ha sembianze umane. Con la potenza immaginifica dei suoi versi, Prudenzio conferisce all’avarizia un’identità femminile dalla congenita doppiezza.
Questa rappresentazione divenne assai popolare nel sistema delle credenze religiose medievale, in cui il primato della superbia, tipico peccato feudale, comincia a essere spodestato dalla cupidigia, tipico peccato borghese. In un’economia chiusa, in cui la circolazione della moneta era scarsa, l’interesse usuraio non costituiva ancora un grosso problema. Provvedevano i monasteri a fornire la maggior parte del credito occorrente.
La questione diventa esplosiva quando la ruota della fortuna comincia a girare non solo per cavalieri e nobili, ma anche per i mercanti delle città che fervono di lavoro e di affari. La Chiesa ne è scossa. Papa Innocenzo IV (1195-1254) attribuisce al culto di Mammona, simbolo della ricchezza iniqua, persino il flagello delle campagne abbandonate dai proprietari terrieri, anch’essi attratti da guadagni che tradivano sfacciatamente il verbo di Luca evangelista: «Mutuum date, nihil inde sperantes» (prestate senza sperare nulla in cambio).
Per altro verso, la Divina Commedia è un florilegio di invettive contro l’avarizia, descritta come una lupa che «ha natura sì malvagia e ria / che mai non empie la bramosa voglia, / e dopo ’l pasto ha più fame che pria» (Inferno, canto I). Nelle omelie la ripulsa dell’usura era totale. Nella pratica, essa era osteggiata con prudenza e moderazione.
Era addirittura tollerata, «a patto che il tasso d’interesse richiesto non fosse troppo superiore a quello di mercato» (Jacques Le Goff, «La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere», Laterza, 2013). Una prudenza, una moderazione e una tolleranza consigliate dai nuovi valori e dai nuovi stili di vita che si stavano imponendo nella nascente società mercantile.
L’umanista quattrocentesco Poggio Bracciolini se ne fa interprete in un dialogo, «De avaritia» (1428-1429), che ribalta la condanna dantesca. Per il futuro cancelliere fiorentino c’è differenza tra «avaritia» e «aviditas». Ogni attività verrebbe meno se non ci fosse il desiderio di aumentare la propria ricchezza e il proprio benessere. Ogni città ha bisogno di avari che mobilitino lavoro per aumentare il valore delle merci prodotte. Insomma, l’avarizia non è un vizio ma una virtù.
Tre secoli dopo, è Bernard de Mandeville a tessere l’elogio dell’avarizia, colpito dalla prosperità e dalla potenza della Gran Bretagna. Il suo apologo «La favola delle api» (1705) fu particolarmente apprezzato da Kant. Nel 1776 Adam Smith pubblica «L’indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni», che resta una delle analisi più penetranti del funzionamento dell’avarizia in un’economia di mercato.
Tant’è che è stata studiata dai fondatori della teoria dei giochi, ossia della scienza delle decisioni strategiche. Con il capolavoro del filosofo scozzese prende corpo l’ethos borghese legato al successo del capitalismo industriale e finanziario promosso dalle Rivoluzioni inglesi del Seicento, mentre la Francia abbandonerà l’assolutismo monarchico solo con la Rivoluzione del 1789.
Come osserva la storica Gabriella Airaldi, è singolare che a Genova, la città dei «signori del denaro», non esista una maschera che raffiguri l’avaro, come invece esiste a Venezia dove, fin dal Cinquecento, domina quella di Pantalone e «dove, non casualmente, Shakespeare colloca il suo Shylock. Venezia però ha una storia diversa, una storia di mercato e non di finanza» («Essere avari. Storia della febbre del possesso», Marietti, 2021).
È veneziano Carlo Goldoni, autore di un atto unico, «L’avaro» (1756), che rivisita l’omonima commedia di Molière, rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1688. Nel 1833 Balzac sceglie la Francia agraria per raccontare la parabola di Eugénie e di suo padre, l’anziano vignaiolo Grandet arricchitosi grazie a un fiuto infallibile per gli affari e a una proverbiale avarizia. Del 1843 è «Canto di Natale» di Dickens, che narra la surreale esistenza del taccagno banchiere Ebenezer Scrooge.
Nel 1933 Otto Dix, l’artista «osceno e degenerato» inviso ai nazisti, fa dell’avarizia un’orrenda megera. E lo stesso fanno Kurt Weill e Bertolt Brecht con «I sette peccati capitali dei piccoli borghesi». Anche Freud si addentra nel labirinto psichico dell’avaro, con un riferimento allo «sterco del demonio» di Lutero.
La seduzione del denaro è stata cantata dai Pink Floyd, da Liza Minnelli e da molti altri fino ai giorni nostri. Nel 1947 esordisce nel mondo del fumetto e del cinema Uncle Scrooge McDuck, ossia Paperon de’ Paperoni. La sua biografia riflette il sogno di ogni emigrante a cui gli States appaiono una felice quanto agognata meta.
McDuck, povero lustrascarpe di origine scozzese (forse la scelta non è casuale), dopo molte peripezie e mille mestieri approda nel favoloso Klondike dei cercatori d’oro. Accumula quindi un’enorme ricchezza che non vuole condividere con nessuno e che lo rende oggetto di continue estorsioni e rapine, costringendolo a una snervante esistenza.
Ma il mondo di Paperon de’ Paperoni, ormai lontano, è stato “il preludio di un’altra America che, insieme a molti successi, ha portato con sé anche la storia di Gordon Gekko, il finanziere newyorkese ormai diventato il simbolo dell’avidità senza limiti di cui raccontano due film famosi: “Wall Street” del 1987 e il sequel del 2010 “Wall Street. Il denaro non dorme mai”. Dice Gekko: “L’avidità, non trovo una parola migliore, è valida, l’avidità è giusta, l’avidità funziona, l’avidità chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. L’avidità in tutte le sue forme: l’avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha impostato lo slancio in avanti di tutta l’umanità”.
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