

Matteo Salvini si è rimesso il colbacco per smarcare (almeno a chiacchiere) la Lega dal dodicesimo pacchetto di aiuti militari al governo di Kiev. Commentando le dimissioni di due ministri ucraini per corruzione, ieri il leader della Lega ha affermato: «La via di soluzione è quella indicata dal Santo Padre e da Donald Trump. Dialogo, mettere intorno a un tavolo Zelensky e Putin e far tacere le armi. Non penso che l’invio di altre armi risolverà. Le avanzate delle truppe russe ci dicono che è interesse di tutti, in primis dell’Ucraina, fermare la guerra. Non mi sembra che allungare questo percorso di morte aiuti nessuno».
Neanche di fronte a 430 droni e 18 missili lanciati dai russi su Kiev nella notte di giovedì, in gran parte indirizzati verso obiettivi civili, Salvini rinuncia all’ennesima inchinata politica alla narrativa del Cremlino.
Superfluo dire che ogni posizione espressa da Salvini sul conflitto russo-ucraino non è in buona fede, ma l’argomentazione sulla corruzione è addirittura sfacciatamente ridicola. In ogni democrazia funzionante, che i corrotti vengano rimossi è un segnale di buona salute. In qualsiasi altro Paese occidentale la chiameremmo “accountability”.
Usare la corruzione come una foglia di fico per disertare un impegno internazionale è l’ennesimo equilibrismo di un fedele alleato di Vladimir Putin. Per giunta, la corruzione — che è uno degli elementi fondativi della Russia di Putin, uno dei molti retaggi del regime sovietico che lo zar del Cremlino ha rivitalizzato facendone una formidabile leva per il proprio potere — non ha mai turbato l’entusiasmo di Salvini per la Russia modello Putin.
Ma anche qualora la corruzione fosse un argomento da prendere seriamente in considerazione, allora gli alleati italiani di Putin stanno scegliendo l’argomento peggiore possibile. I dati internazionali non lasciano margine di interpretazione: la Russia è uno dei Paesi più corrotti al mondo, molto più dell’Ucraina che oggi viene tirata in ballo come esempio negativo.
Quel Putin, che Salvini ha più volte nel corso degli anni additato ad esempio virtuoso di governante dal pugno di ferro, ha trasformato la corruzione in un vero strumento di governo, in un efficace meccanismo di selezione interna delle élite.
Nei primi anni al Cremlino, il presidente russo ha scientificamente smantellato il vecchio sistema oligarchico degli anni ’90 non per moralizzarlo, ma per sostituire gli oligarchi “indipendenti” con una nuova classe di miliardari fedeli alla sua persona: da Igor Sechin a Gennadi Timchenko, da Arkadij Rotenberg a Yuri Kovalchuk. Questa rete, formata in larga parte da ex compagni di San Pietroburgo o membri dei servizi di sicurezza, ha visto le proprie fortune crescere in parallelo al consolidarsi del potere di Putin.
La regola è rimasta la stessa per vent’anni: chi è fedele prospera, chi non lo è viene espropriato, costretto all’esilio e a volte finisce per volare da una finestra. Il caso di Mikhail Khodorkovskij è l’esempio “didattico”: l’uomo più ricco di Russia arrestato, condannato e spogliato del suo impero petrolifero nel momento in cui ha osato finanziare l’opposizione. Al contrario, chi appartiene al cerchio magico del Cremlino ha beneficiato di appalti pubblici opachi, privatizzazioni su misura e partecipazioni nelle grandi aziende statali trasformate in feudi personali.
Questa corruzione strutturale, lungi dall’essere un accidente, è progettata per legare gli oligarchi al trono: non solo ricchezza, ma ricchezza ottenuta grazie all’arbitrio dello Stato, quindi revocabile in ogni momento. È in questo sistema — erede diretto delle logiche predatorie tardo-sovietiche — che Putin ha costruito la sua presa sul Paese: non con istituzioni forti, ma con un modello di potere che vive di fedeltà personali, scambi opachi e dipendenza economica.
Secondo Transparency International, nel Corruption Perceptions Index 2024 la Federazione Russa ottiene appena 22/100, il peggior punteggio della sua storia e il 154º posto su 180 Paesi (fonti: Transparency International Russia; Novaya Gazeta Europe). L’Ucraina, pur con enormi problemi, è a 35/100 e al 105º posto (Transparency International Ucraina).
Il divario è netto: la Russia è percepita come molto più corrotta dell’Ucraina, e la tendenza è in peggioramento. Studi indipendenti confermano che la corruzione russa è sistemica, sia nei vertici politici sia nella burocrazia quotidiana, e rappresenta un freno strutturale allo Stato e all’economia (fonte: GAN Integrity).
In altre parole, chi oggi brandisce la corruzione ucraina come argomento politico — per giustificare il disimpegno dell’Italia o lo “stop alle armi” — finisce inevitabilmente per far brillare sotto la luce dei riflettori il dato più imbarazzante: il regime che difendono, o a cui ammiccano, è molto più corrotto di quello che attaccano.
E questo rende i megafoni del Cremlino non solo moralmente esecrabili, ma anche clamorosamente autolesionisti.
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Un altro finto pacifista con un passato ben noto di ammirazione e anche di più per il criminale che ha iniziato il conflitto preoccupato per le sorti dell’Ucraina; è più facile chiedere a quest’ultima di arrendersi rispetto a fare reale pressione sulla Russia per impedire di continuare la guerra. Poi chiaramente ci vorrebbe più sostegno per aiutare l’Ucraina a riconquistare i territori perduti e questo dipende anche dai Paesi europei, soprattutto quelli più grandi economicamente e tra questi inutile dire che anche l’Italia dovrebbe fare di più.
Non ho mai visto inoltre Salvini, la Lega e altri chiacchieroni (anche di sinistra) organizzare manifestazioni davanti alle ambasciate e ai consolati russi.
O anche andare a Mosca e chiedere di essere ricevuto per parlare di pace, se davvero fosse coraggioso dopo certe solite dichiarazioni.
Senza contare che Salvini conta sulla memoria corta degli Italiani, i quali hanno volentieri dimenticato che la Lega ha illecitamente sottratto 49 milioni di Euro all’Italia.
? quello che pensavo mentre leggevo l’articolo. Da quale pulpito!
Il male del populismo, ma temo che dietro vi sia qualcos’altro. Argomentazioni del genere non possono essere in buona fede