
Le politiche tariffarie adottate da Donald Trump sollevano interrogativi che vanno oltre l’economia: non si tratta solo di protezionismo, ma forse di una strategia geopolitica più ampia. È davvero possibile che i dazi arricchiscano gli Stati Uniti? Oppure porteranno stagnazione, inflazione e isolamento? Alcuni esperti si spingono a ipotizzare che il vero scopo sia spostare la competizione dalla sfera economica a quella militare, soprattutto con la Cina.
Ripercorrendo le principali critiche a Trump di economisti e analisti si può forse mettere in luce il possibile legame tra dazi appena imposti e la preparazione di una prova di forza politico-militare. Se infatti essi si profilano come decisamente controproducenti sotto il profilo strettamente economico, le loro finalità potrebbero essere di altro tipo. Ma vediamo intanto perché potrebbero essere inefficaci o controproducenti.
Tanto per iniziare con un esempio famoso, Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, ha definito le politiche tariffarie di Trump un fattore di rischio per l’economia americana. In un’intervista pubblicata su The Guardian il 17 febbraio 2025, Stiglitz ha infatti affermato che tali misure stanno trasformando gli Stati Uniti in “un luogo spaventoso per investire” e che il risultato più probabile della politica trumpiana è la stagflazione, ovvero inflazione accompagnata da stagnazione.
Anche Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, al quale qualche giorno fa Trump ha ingiunto perentoriamente di abbassare i tassi, ha espresso riserve sostanziali. In un altro articolo apparso sempre su The Guardian il 4 aprile scorso, Powell ha dichiarato infatti che le tariffe appena introdotte avranno l’effetto di aumentare i prezzi al consumo e rallentare la crescita economica, contribuendo a un quadro macroeconomico incerto.
Ma la lista delle critiche alle iniziative trumpiane per rendere gli americani più ricchi non finisce qui: Martin Wolf, principale commentatore economico del Financial Times, ha scritto ripetutamente che le politiche di Trump sono basate su logiche superate e inefficaci. La sua posizione in merito è chiara: il protezionismo non fa che indebolire l’economia globale e la reputazione commerciale degli Stati Uniti; mentre Lawrence Summers, ex segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ha ribadito la sua preoccupazione per l’impatto delle guerre commerciali, osservando sul Washington Post del 4 marzo scorso come i dazi rischino di “rovinare un’economia già in rallentamento”, soprattutto per via della tensione crescente con la Cina.
Il tema del rapporto conflittuale con la Cina come ispiratore della politica economica trumpiana è del resto ricorrente in molte analisi: Jake Sullivan, allora consigliere per la sicurezza nazionale, ha per esempio illustrato in un discorso al Brookings Institution (24 settembre 2024) che gli Stati Uniti stanno adottando una nuova strategia industriale per affrontare la Cina. Il messaggio implicito è che la competizione non è più solo commerciale, ma sistemica, con potenziali implicazioni di tipo strategico-militare.
Un’analisi ancora più radicale era già stata offerta da Graham Allison, professore ad Harvard, nel suo libro del 2018 Destined for war, tradotto nello stesso anno anche in Italia (Destinati alla guerra, Fazi editore). Allison vi suggeriva infatti che la dinamica tra Stati Uniti e Cina seguisse il copione storico della “Trappola di Tucidide”, in cui una potenza dominante tende a usare la propria forza per contenere una potenza emergente. In questo contesto, i dazi possono essere interpretati come un passo verso l’escalation, e ovviamente si tratterebbe di un’escalation in cui la Russia dovrebbe, almeno nei disegni di Trump, rivestire un ruolo fondamentale
In quest’ottica non si può non ricordare che già nel 2015 Michael Pillsbury, nel suo saggio The Hundred-Year Marathon, sosteneva che la Cina aveva un piano di lungo periodo per superare gli Stati Uniti come superpotenza, e che in questo senso i dazi costituirebbero un aspetto fondamentale di una strategia difensiva americana che mira a rallentare la crescita cinese e preparare l’opinione pubblica a una possibile crisi più profonda, confermando che quanto si può evincere dall’insieme di queste critiche evidenzia un quadro coerente: le politiche protezioniste promosse da Trump, lungi dall’essere una semplice leva economica, appaiono sempre più come strumenti di una strategia geopolitica più ampia, in cui l’economia è il preludio di un confronto anche militare tra grandi potenze, probabilmente l’unico modo possibile, secondo l’attuale amministrazione americana, con cui gli Stati Uniti possono realmente far fronte alla concorrenza della Cina.
Ma in questo scenario che ruolo dovrebbe rivestire l’Europa? E perché questa strategia anticinese ne implica anche una antieuropea? Perché Trump ha preso di mira anche i paesi europei, storici alleati degli Stati Uniti? Dazi sull’acciaio, minacce all’industria automobilistica tedesca, insulti pubblici ai leader europei: non sembrano solo scelte economiche.
L’ipotesi più forte è che colpire l’Unione Europea serva a impedirle di consolidarsi come un terzo polo autonomo tra Stati Uniti e Cina. Un’Europa forte, coesa e indipendente sarebbe infatti un mediatore potenziale, capace di raffreddare la nuova guerra fredda globale, e costituirebbe un ostacolo insormontabile alla realizzazione delle aspirazioni imperiali di Putin.
Ecco dunque il disegno: dividere l’Europa, indebolirla, e usarne alcune porzioni — in particolare l’Est — come merce di scambio con la Russia. Se Trump vuole “separare” Putin dalla Cina, deve offrirgli qualcosa in cambio. L’accettazione della sua sfera d’influenza, la fine delle sanzioni, il riconoscimento della sua statura geopolitica: tutto ciò diventa possibile solo se l’Europa viene neutralizzata come soggetto geopolitico. Colpire l’UE serve così a “liberare spazio” per negoziare con Mosca.
Non è l’Europa il vero nemico, ma è la pedina che si può sacrificare per preparare il terreno allo scontro decisivo con Pechino. In questa visione realista e brutale, l’Europa non è alleata ma ostacolo, e la pace in Europa orientale potrebbe essere il prezzo da pagare per una nuova alleanza russo-americana in chiave anticinese. Si tratta di un’ipotesi inquietante, certo, ma che diventa sempre più verosimile alla luce dei discorsi che Trump fa da tempo e delle scelte che hanno contrassegnato questi primi mesi del suo secondo mandato alla Casa Bianca.
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era l’idea che sfiorava anche me – ma io non sono un’autorità
Jake Sullivan era consigliere di Biden, non di Trump. Per il resto concordo al 100%: Europa ed Ukraina sono merce di scambio per allearsi con la Russia contro la Cina. E Trump sembra essere una pedina nelle mani di Putin
??
Si, hai ragione, non doveva essere “l’attuale consigliere”, ma “l’allora consigliere”, e lo era stato anche della Clinton. Comunque l’ipotesi che l’Europa sia merce di scambio è purtroppo anche compatibile con l’altra ipotesi estrema che Trump sua a tutti gli effetti un uomo di Putin, che avrebbe conseguenza devastanti.