
Cari amici rom,
abbiamo anni di amicizia alle spalle e ancora tanta strada da fare insieme, una strada lunga una vita intera, ma intanto ve lo dico: grazie di tutto.
Avete arricchito la mia vita e forse neppure immaginate quanto. Ci siete riusciti con le piccole cose semplici, ma non scontate, che a voi vengono spontanee.
Io ho la grande fortuna di avere tanti amici, ma con gli altri è un po’ diverso: certo, ci si vede, si sta insieme per un po’, e poi se ne riparla la prossima volta. Si condividono tante cose, gioie e dolori, ma fidatevi: non è la stessa cosa. Un rapporto stretto non è lo stesso rapporto stretto.
Perché non esiste nessuno al mondo che abbia un amico rom. O non ne hai nessuno, o ne hai decine, centinaia. Infatti voi ragionate così: abbiamo legato, dunque da adesso sei di casa. E a casa, con voi, mi ci sono sempre sentita. Perché ovunque fra di voi ho trovato nient’altro che calore umano gratuito e incondizionato, ospitalità, cortesia, solo famiglie grandi e premurose.
E ognuno di voi me l’ha fatto capire in tanti modi, che sono a casa.
A voi non importa mai se sono arrivata perché ero invitata o se sono passata a salutare senza preavviso. Non è mai il momento sbagliato, la visita non è mai inopportuna, anzi, neppure il tempo di salutare ed è già pronto il caffè. Poi si inizia a mangiare e a tavola si sta sempre stretti, il piatto più pieno è sempre il mio, il bicchiere più bello lo date sempre a me, e poi ce ne vuole di pazienza a spiegare che sì, giuro, ho mangiato abbastanza, anzi troppo, no, grazie, non mi serve niente, mi è bastato, magari giusto un altro po’ di birra, per stare insieme.
Le feste durano un sacco di ore, ma stranamente sono sempre troppo corte, e quando vado via non esiste mai “Ciao, alla prossima”, ma solo “Già te ne vai? E perché non rimani? Quando torni?”
So che sono a casa quando la mamma della mia amica mi presenta a qualche parente che ancora non conoscevo e dice: “Questa è mia figlia”.
So che sono a casa perché quando una volta sono stata a casa malata per settimane il mio telefono a momenti esplodeva, eravate in centinaia a voler sapere in continuazione come stavo, a chiedermi se avevo bisogno di qualcosa, a preoccuparvi, tanto da disperdere le chiamate e i messaggi di tutti gli altri.
So che sono a casa perché una volta una nonna ha comprato alle bancarelle i braccialettini con il nome per tutte le nipotine, e anche io ho ricevuto il mio, uguale a quello delle bambine. Sono passati anni, ma ce l’ho ancora e ho intenzione di tenerlo.
Mi fermo qui, perché siete tanti e la lista sarebbe infinita.
Credetemi, scalda il cuore condividere tanti eventi importanti. Fa bene all’anima vedere tantissime nascite, molti matrimoni e pochi funerali, specialmente perché spesso per noi è il contrario.
È confortante l’abbondanza: con voi qualsiasi cosa è il doppio del normale. In qualche modo mi ricordate mia nonna, in voi ho ritrovato il suo senso della misura tarato in eccesso.
È confortante anche sapere che i motivi per festeggiare sono sempre più dei motivi per piangere e che, quando c’è un motivo per piangere, si piange insieme. Grazie per avermi involontariamente insegnato, con l’esempio, il valore della famiglia e il modo giusto di prendermi cura degli amici. Senza accorgervene, mi avete anche insegnato ad affrontare la vita con più coraggio: ho visto coi miei occhi che a tutto c’è rimedio e, se proprio il rimedio non c’è, almeno c’è di sicuro un modo per cavarsela. Così si affrontano le difficoltà, e voi di difficoltà ne avete tante, ma non vi tirate indietro e non vi arrendete mai.
Provo un pizzico di compassione per chi non vi conosce, e soprattutto per chi, tra costoro, vi odia, perché non capisce, e di certo vive un po’ più solo, un po’ a metà, ma non lo sa.
Grazie perché, più di tutti gli altri, mi fate sentire un po’ meno figlia unica.
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Mi fa piacere che ci sia un mondo rom così ricco di sentimenti.
Nel campo rom relativamente vicino a dove abitavo, i terreni erano cosparsi di immondizia, i genitori prostituivano i bambini ai pedofili, rubavano, minacciavano, provocavano incidenti facendo corse con auto rubate di grossa cilindrata. L’accampamento era fornito di acqua ed energia elettrica gratuitamente dal sindaco allora leghista e di casette confortevoli. Con grande difficoltà il sindaco riusciva a portare i loro figli a scuola perché vi si opponevano.