

L’ultimo saggio di Gustavo Micheletti, intitolato La scuola in sospeso. Considerazioni, fantasie e ricordi sulla scuola (ed. Marcianum Press), dedicato ai maestri, ai professori e agli studenti incontrati dall’autore nella sua pluriennale carriera – o avventura – di docente e discente, si presenta, sin dalle battute iniziali, come una profonda testimonianza di raziocinante innamoramento nei confronti di un connubio di tempi e di luoghi, tanto simbolico quanto materiale, depositario di sensi e significati pressoché irrinunciabili per la crescita e la valorizzazione dell’umano, nella sua interezza spirituale, storica e culturale.

Micheletti si offre al lettore raccontando di sé, svelando, attraverso il proprio sguardo ironico e critico ma sempre costruttivo, un mondo spesso evocato e raccontato, analizzato e sviscerato nelle sue specifiche e particolari membra, tuttavia di sovente frainteso e ignorato nel suo connaturale legame con la bellezza, la libertà, la vita medesima.
La scuola non si lascia ridurre a una fase preparatoria e immatura dell’esistenza, a una copia insipida del reale, a una mera finzione senza utilità alcuna, fissa e ripetitiva, sorda agli appelli degli uomini e degli eventi. La scuola possiede, invece, e fortunatamente, una natura “dialogica”, in grado di immunizzarla dinanzi a qualsiasi tentativo riduzionista, schematizzante, ultimamente mortifero e impoverente.
«Più saprà sottrarsi a schemi educativi e didattici standardizzati, più sarà in grado di trarre il massimo dalle risorse umane e culturali delle sue componenti principali. In questo modo, sottraendosi almeno in parte all’influsso di norme statuarie onnivore, che rischiano di ricondurre la specificità di ogni esperienza didattica-educativa entro schemi ipertrofici e burocratizzati, la scuola potrebbe veramente essere riaffermata come diritto sociale non subalterno ad alcuna illusione normativa, ma in grado di riconoscersi nella varietà degli “attimi fuggenti” che caratterizzano la sua attività formativa».
Micheletti ci consegna un profilo poetico e visionario, pertanto necessario e attualissimo, di una scuola a servizio della persona, non del semplice individuo, proponendo idee e suggerimenti e rinunciando però a qualsiasi pretesa di esaustività argomentativa. Tra questi, la riscoperta della lettura diretta dei classici italiani e internazionali, la predilezione metodologica per le fonti primarie, lo studio riconoscente e gioioso, nonché giocoso, della musica, della pittura, dell’arte in tutte le loro manifestazioni ed espressioni.
Da una scuola interessata al metodo del merito, lo scrittore si spinge – e ci spinge – a una presa di coscienza intorno al merito del metodo, rifuggendo soluzioni univoche e omologanti, avendo a cuore non solo il “nutrimento culturale non posticcio e forzoso”, ma anche “la vita reale dei nostri studenti, e non una astratta e immaginaria”.
A un approccio esclusivamente mnemonico e nozionistico, fine a se stesso e pertanto incapace di germogliare il piacere della conoscenza, l’autore propone la riscoperta del metodo maieutico, incentrato sulla fiducia e sulla scommessa intorno alle potenzialità inespresse e pressoché infinite, celate nella mente e nell’animo dello studente, nonché del docente medesimo, intendendo l’insegnamento come una danza libera e partecipe di pensieri, emozioni e saperi.
«Soprattutto, bisognerebbe interrogarci sul tipo di preparazione che auspichiamo per loro: se una ricca d’informazioni e di nozioni che rimangono in mente per pochi giorni, o una basata sull’acquisizione di un metodo di ricerca efficace, su interessi reali e duraturi, su quel desiderio di conoscenza, spesso latente ma vivo in ognuno, che già Aristotele considerava connaturato all’essere umano. E bisognerebbe anche interrogarsi su come si dovrebbero ridisegnare i programmi e riconcepire criteri didattici per rendere l’azione educativa e formativa della scuola meno ansiogena e meno frustrante di quanto attualmente non risulti, per renderla più efficace e stimolante […]».
Una scuola capace di incidere sui vissuti presenti e futuri, facendo tesoro degli insegnamenti passati, intenta a “rigenerarsi e rinascere dalle proprie ceneri e dalle proprie sconfitte, come sempre sa fare la vita quando è presa per mano da qualcuno che sappia trasmetterle l’amore per l’arte e la conoscenza”.
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