
Gli appassionati di letteratura conoscono Giorgio Scerbanenco, prolifico scrittore e giornalista italiano di origine ucraina, morto nel 1969. La sua fama internazionale, partita dalla Francia, è dovuta a quattro romanzi noir trasposti al cinema da diversi registi.
In questi romanzi il protagonista è Duca Lamberti, un ex medico radiato e condannato a tre anni di carcere perché ha praticato l’eutanasia su una sua paziente in stato terminale che non riusciva più a sopportare la dolorosa agonia.
Per me è stata, molti anni fa, la prima volta in cui venivo ho iniziato a riflettere su con questo concetto. Eutanasia, buona morte, morte dolce.
Prima di allora non ne avevo ben chiare tutte le sfumature e implicazioni. Anni prima, in Per chi suona la campana, ero rimasto colpito quando il protagonista Robert Jordan, di fronte al compagno d’armi Kashkin che gli ricorda la promessa di finirlo se fosse rimasto ferito, dopo lo un attimo di esitazione e un addio, spara al suo amico.
Ma lì si parlava di guerra. In Scerbanenco si tratta di un medico che di fronte alle sofferenze della sua paziente decide di porre fine ad esse, affrontando il carcere e la radiazione.
Non si tratta solo della decisione di un malato terminale di porre fine alla propria vita, istintivamente più accettabile per quasi tutti, soprattutto per una persona che non abbia remore religiose. Ma anche della decisione di un’altra persona di affrontare la propria coscienza e le conseguenze del suo atto. Anche soltanto da un punto di vista pragmatico, buttare alle ortiche una professione e una carriera e finire in carcere.
Cosa c’è dietro a queste scelte?
Successivamente, una vicenda personale mi ha portato a dovermi confrontare, questa volta volta in maniera molto dolorosa.
La questione è molto difficile, implica una profonda riflessione con la propria coscienza.
La stessa profonda riflessione che ha portato Marco Cappato, ex europarlamentare radicale, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e tra i fondatori di Eumans, una lunga e non terminata lotta per i diritti civili e per la libertà in questo paese e in altri (tra i numerosi arresti, è celebre quello a Mosca nel 2007, durante l’ultimo gay pride della Federazione Russa) ad una scelta difficile e coraggiosa.
Accompagnare nel 2017 DJ Fabo (Fabiano Antoniani), un giovane dj tetraplegico e cieco a causa di un incidente stradale del 2014, in Svizzera per effettuare il suicidio assistito. Tornato in Italia, Cappato si è autodenunciato, sia per non sfuggire alle proprie responsabilità, sia perché si potesse mettere in moto un dibattito pubblico sulla questione.
L’azione di Cappato ha avuto un riscontro: nel 2019 c’è stata una sentenza della Corte Costituzionale (n. 242/2019), che ha riconosciuto il diritto delle persone malate ad accedere a pratiche mediche di assistenza alla morte volontaria, qualora ricorrano certi requisiti. Da allora, nonostante la sentenza, non esiste una legge nazionale in materia.
Gli articoli 579 e 580 del codice penale (omicidio del consenziente e istigazione o aiuto al suicidio) restano. In compenso, la Regione Toscana ha recentemente approvato una legge locale (n. 16/2025) che regola le procedure per il suicidio medicalmente assistito, in attuazione delle sentenze della Corte Costituzionale, stabilendo tempi e modalità per l’accesso.
Dato che il governo nazionale e il parlamento sono rimasti immobili, la legge regionale toscana ha creato un quadro normativo regionale che garantisce l’aiuto medico alla morte per pazienti con patologie irreversibili, ma non l’eutanasia attiva (che rimane illegale). La legge prevede una commissione medica e l’intervento del Servizio Sanitario Regionale per fornire i farmaci, finanziati dalla Regione, ma è stata impugnata dal Governo centrale, creando incertezza legale.
Al di là di tutto, il problema fondamentale è quello tipico di questo paese: il ritardo della politica, di una classe politica che resta sorda e cieca di fronte ai suoi stessi elettori.
Il nostro è decisamente un paese retrogrado e antiquato, carente intellettualmente, che a volte scambia questo ritardo per un tradizionalismo che non esiste. Eppure, sulla questione del fine vita, persino la torpida società italiana ha una opinione: secondo un recente sondaggio, il 75% degli italiani è favorevole alla legalizzazione dell’eutanasia, purché regolata da precisi standard. Insomma, esattemente quello che la classe politica non vuole fare.
La prima proposta di legge sull’eutanasia (passiva, cioè la sospensione di cure e trattamenti) risale addirittura al 1984, presentata dal socialista Loris Fortuna. Da allora il cammino è stato lento, ma si sono ottenuti dei risultati contro il cosiddetto “accanimento terapeutico”, grazie anche alla legge di iniziativa popolare del 2013, su spinta della Luca Coscioni, arrivando a una legge nel 2017.
Sicuramente non si arriverà a una legge in questa legislatura. Vedremo nelle prossime, ma la questione resta di vitale importanza.
Riusciranno i politici ad affrontare qualcosa che sembra avere consenso trasversale?
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