


La lettera del presidente ucraino non era soltanto un invito al negoziato. Era una trappola politica. Putin l’ha respinta e, nel farlo, ha mostrato ciò che molti fingevano ancora di non vedere: Mosca non cerca la pace, cerca la resa dell’Ucraina. E l’Europa non può più aspettare che qualcun altro decida al posto suo.
Volodymyr Zelensky ha scritto una lettera aperta a Vladimir Putin.
Il presidente ucraino non l’ha affidata ai canali riservati della diplomazia, non l’ha lasciata filtrare attraverso indiscrezioni, non l’ha consegnata al linguaggio opaco dei comunicati. L’ha pubblicata. L’ha messa davanti al mondo, trasformando un gesto apparentemente semplice in una mossa politica di grande efficacia.
Nella lettera Zelensky ha chiesto a Putin un incontro diretto in un Paese terzo. Ha proposto un cessate il fuoco durante i negoziati. Ha parlato di scambio dei prigionieri, del ritorno dei civili e dei bambini portati via dalla guerra, della necessità di coinvolgere Europa e Stati Uniti come garanti. Ha ricordato che il destino dell’Ucraina e della sicurezza europea non può essere deciso altrove, sopra la testa degli ucraini e degli europei.
Era, in apparenza, un invito al negoziato. In realtà era anche una trappola politica.
Perché Zelensky ha compiuto un gesto politicamente lineare: ha riportato la parola “pace” sul terreno della responsabilità. L’ha sottratta alla propaganda russa, alle ambiguità internazionali e alle formule generiche della diplomazia, riconducendola al suo nodo essenziale: la guerra può finire solo se chi l’ha iniziata decide di fermarla.
La lettera non era dunque soltanto una proposta diplomatica. Era un’iniziativa politica costruita per porre Putin davanti a una scelta chiara: accettare un confronto diretto sulla fine della guerra oppure confermare, con il proprio rifiuto, che Mosca non cerca un cessate il fuoco reale, ma una soluzione fondata sulla subordinazione strategica dell’Ucraina.
Putin ha risposto. E ha scelto la seconda strada. Nessuna sorpresa, perché è sempre stata l’unica opzione di Putin.
Da anni Mosca ci è stata raccontata a reti unificate come la parte ragionevole, sempre pronta al negoziato, sempre frenata dall’intransigenza ucraina e dall’ostilità occidentale. La realtà era sotto gli occhi di tutti: la Russia invadeva, bombardava, annetteva, deportava, minacciava. Ma nel racconto dei suoi propagandisti l’aggressore diventava il pacificatore inascoltato, mentre l’aggredito veniva trasformato nel fanatico che prolunga la guerra.
La risposta di Putin è stata piccata e sprezzante, ma politicamente rivelatrice. Ha detto di non vedere il senso di un incontro. Ha sostenuto che prima devono lavorare gli esperti. Ha spiegato che non servono accordi per tre o sei mesi, ma intese di lungo periodo. Ha trattato la lettera di Zelensky come un’iniziativa scomposta, quasi un fastidio, e non come una proposta da verificare sul terreno della responsabilità politica.
È una reazione che dice molto. Dietro la forma irritata c’è il tentativo consueto di spostare il negoziato dal livello politico a quello tecnico, evitando però la questione decisiva: la Russia è disposta a fermare la guerra senza ottenere la resa territoriale e politica dell’Ucraina?
La risposta è no. Per Putin esiste ed è sempre esistita una sola opzione: trasformare l’invasione in risultato politico, ottenere dall’Ucraina ciò che non è riuscito a ottenere sul campo e chiamarlo “pace”.
Il passaggio più significativo riguarda però Donald Trump. Putin, nel respingere il confronto diretto con il presidente ucraino, ha richiamato i “compromessi” discussi ad Anchorage con il presidente americano.
È un’indicazione importante: Mosca continua a immaginare la fine della guerra non come un accordo costruito con l’Ucraina, ma come un’intesa definita sopra la testa dell’Ucraina. E considera Trump il solo interlocutore realmente utile, incassando pubblicamente il dividendo che Trump gli ha offerto dal suo ritorno alla Casa Bianca: l’idea che l’Ucraina sia un alleato da rimettere in riga, non una democrazia aggredita da sostenere senza compromessi.
Il riferimento di Putin al precedente dello Studio Ovale è rivelatore. Nel febbraio 2025 Zelensky fu trattato da Trump e dal suo entourage come un ospite indisciplinato, rimproverato in mondovisione e perfino irriso per il suo abbigliamento da leader di un Paese in guerra. Oggi Putin ha ripreso quel copione con evidente soddisfazione, arrivando a ringraziare Trump per aver “educato” Zelensky davanti al mondo e per avergli insegnato il dress code.
È un dettaglio che dice molto del nuovo equilibrio che Mosca prova a costruire. Putin non vede in Trump un mediatore equidistante: vede nel leader americano l’uomo che ha già spostato il baricentro del discorso pubblico a favore della Russia. E Putin, oggi, ha semplicemente riscosso quel folle credito.
È qui che la lettera di Zelensky ha colpito un punto essenziale. Quando ha affermato che le questioni ucraine ed europee non si decidono ad Anchorage, ha ricordato un principio elementare: il destino dell’Ucraina non può essere trattato come materia di scambio tra grandi potenze. Nessun accordo stabile può nascere escludendo il Paese invaso e ignorando la sicurezza del continente europeo.
Il richiamo di Putin ad Anchorage conferma invece lo schema russo (offertogli su un piatto d’argento da Trump): non una pace fondata sulla sovranità ucraina, ma una soluzione costruita attorno ai rapporti di forza; non una sicurezza europea condivisa, ma il ritorno a una logica di aree di influenza; non la fine dell’aggressione, ma la possibilità di trasformare l’invasione in risultato politico.
Zelensky viceversa fa un ragionamento di elementare buonsenso. La guerra è in Europa. La minaccia russa riguarda direttamente l’ordine europeo. Le conseguenze di una sconfitta ucraina ricadrebbero prima di tutto sull’Europa. La domanda, dunque, è inevitabile: se non sono gli europei a considerare la sopravvivenza dell’Ucraina un interesse vitale, chi dovrebbe farlo al posto loro?
Non è antiamericanismo o ossessione antitrumpiana. È realismo politico. Washington ha interessi globali, priorità mutevoli, dossier aperti dall’Iran al Pacifico. L’Europa ha la Russia ai propri confini, le capitali baltiche esposte, la Polonia in prima linea, il Mar Nero instabile, i Balcani vulnerabili, le democrazie interne attraversate da reti di influenza e pressione propagandistica. Per l’Europa l’Ucraina non è un capitolo della politica estera. È una questione di sicurezza continentale.
La lettera di Zelensky serve anche a questo: togliere agli europei l’alibi dell’attesa. Attendere che Trump convinca Putin, che Putin si stanchi, che una mediazione produca da sola un equilibrio accettabile. È una tentazione comprensibile, ma ormai insufficiente.
Putin non ha risposto come un leader intenzionato ad aprire subito un percorso credibile verso la fine della guerra. Ha risposto come un leader che vuole mantenere il negoziato subordinato ai rapporti di forza sul terreno e alla pressione politica esercitata su Kyiv e sui suoi alleati. La sua idea di pace resta vincolata a condizioni che, per l’Ucraina, significherebbero amputazione territoriale, vulnerabilità permanente e limitazione della propria sovranità.
Qui sta il punto politico dell’iniziativa di Zelensky. Non ha costretto Putin a negoziare. Ha fatto però qualcosa di importante: lo ha costretto a rendere più esplicite le condizioni implicite della posizione russa.
E queste condizioni sono davanti a tutti. Putin non vuole un incontro tra leader se quell’incontro comporta il riconoscimento pieno dell’Ucraina come soggetto sovrano. Non vuole un cessate il fuoco durante i colloqui se la prosecuzione della guerra resta il principale strumento di pressione russa.
Non vuole garanzie europee robuste se l’obiettivo strategico di Mosca è ridurre l’autonomia politica e militare del continente. Non vuole che Kyiv sieda al centro del tavolo perché, nella visione russa, l’Ucraina dovrebbe essere l’oggetto dell’accordo, non uno dei suoi autori.
Zelensky lo sa. E per questo la sua lettera non parlava solo a Putin. Parlava ai russi stanchi della guerra, alle élite russe che iniziano a misurare il costo dell’avventura imperiale, agli americani tentati da un accordo rapido, agli europei chiamati a decidere se la difesa dell’Ucraina sia davvero una priorità strategica o soltanto una formula da ripetere nei vertici internazionali.
Il messaggio agli europei è il più impegnativo: non possono più limitarsi alla solidarietà dichiarata. Se l’Ucraina combatte anche per la sicurezza europea, allora la sua capacità di resistere non può dipendere da esitazioni, rinvii, mezze consegne, compromessi industriali e paure politiche interne. Servono difesa aerea, munizioni, finanziamenti, industria militare comune, sanzioni applicate con rigore, uso più incisivo degli asset russi congelati, garanzie di sicurezza credibili. Non dichiarazioni solenni, ma capacità politica, economica e militare.
La lettera di Zelensky ha avuto il merito di rendere più difficile l’equivoco. D’ora in poi chi parlerà di “pace” dovrà dire quale pace intende. Una pace che garantisca la sopravvivenza dell’Ucraina o una pace che premi l’aggressione. Una pace che rafforzi la sicurezza europea o una pace che ripristini le sfere di influenza. Una pace che chiuda la guerra o una pausa destinata a preparare la crisi successiva.
Putin ha risposto. E la sua risposta indica che la Russia non vuole chiudere la guerra rinunciando ai risultati politici dell’invasione. Vuole chiuderla alle proprie condizioni.
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Io non mi faccio influenzare dalla storia. Oggi la politica è dialogo è non è puntare le armi contro i più deboli, come ha fatto Putin con l’Ucraina, come sta Facendo Netanyahu con i palestinesi,libanesi è Cisdornania. E’ come Sta facendo Trump con Iran che vuole uranio arricchito. Non sono un progressista, ma nemmeno un tradizionalista. Penso col mio cervello.
C’è molta confusione nei suoi discorsi, non si può generalizzare qualsiasi evento in un unico modo. La politica è dialogo in base a chi ti trovi davanti ed è disponibile a permetterlo.
Abbiamo criminali come Putin, leader terroristi Hamas, Hezbollah e altri nel mondo, quelli iraniani che non si fanno scrupoli ad attaccare Paesi vicini e ammazzare civili senza pietà, con la diplomazia e il dialogo tradizionale che servono a ben poco.
L’unico dialogo che conoscono e per cui ti rispettano è quello della forza e della violenza. Solo così li puoi tenere a bada e puoi pensare di tenere la tua parte di mondo più o meno libero e con la possibilità di continuare a crescere e svilupparsi.
Mi dispiace, ma Netnyahou e i suoi amici non sono brave persone.
Perche’ se e’ vero che l’obiettivo e’ quello di garantire la sicurezza del popolo israeliano, e’ anche vero che la strada di reagire con la ferocia indiscriminata con cui hanno reagito non e’ senz’altro la strada migliore per garantire un futuro di pace e di coesistenza.
Ferocia indiscriminata? Avvisare gli abitanti per evacuare le aree dove bombarda l’esercito israeliano, scortarli in zone più sicure e provvedere agli aiuti alimentari sarebbe feroce?
Beh certo se diamo retta alle veline dei terroristi che prontamente certi giornaletti ritengono attendibili, allora tutto è criminale e terribile.
Ho la fortuna di vivere all’estero e di non informarmi solo a partire dalla stampa italiana.
Dire preventivamente che bombardo alla … casa tua, non mi sembra un atto eroico.
Ricordiamoci il 30 per 1.
E ricordiamoci la Cisgiordania da dove, mi pare ma posso anche sbagliarmi, non e’ che arrivano missili.
Ferocia è per me la parola giusta.
Forse c’è stato un attacco allo Stato di Israele il 7 ottobre 2023, un attacco che ha coinvolto prevalentemente civili con questa sì brutale ferocia e nessuna pietà.
Un attacco dove il nemico non si è limitato ad ammazzare a sangue freddo e stuprare donne e bambini, ha preso con sé degli ostaggi per ricattare Israele e ha continuano a lanciare razzi verso le città israeliane finché ha potuto. Impossibile non rispondere con determinazione in questi casi.
Le cosiddette belle anime progressiste nel mondo hanno giustificato quelle azioni come “resistenza” e “lotta anti-coloniale”, continuando a rilanciare le veline dei terroristi. C’era anche chi strappava i manifesti con i volti degli ostaggi per le città americane ed europee.
Se il nemico in seguito utilizza edifici pubblici e palazzi residenziali come rampe di lancio dei razzi e magazzini di scorte per armi e altro, questi diventano obiettivi di guerra, quindi si possono colpire e si prefigurano anche come crimini di guerra verso la parte che attua questa strategia di utilizzarli a scopi bellici perché si mette chiaramente e consapevolmente a rischio la vita dei civili.
In Cisgiordania non ci sono stati attacchi aerei, anche se la presenza di Hamas è comunque rilevante e qualche tentativo di attentato non è da escludere.
Sempre parlando di “ferocia”, quasi nessuno si è indignato e ha condannato la repressione brutale del regime iraniano (e conosciamo il suo ruolo di mandante delle varie guerre regionali in Medio Oriente) dove sono state massacrate decine di migliaia di manifestanti, sparando con l’artiglieria ad altezza d’uomo. Questo è sembrato più un tentativo di genocidio, rispetto alle azioni dell’esercito israeliano che può anche aver sbagliato certi obiettivi e creato conseguenze terribili in certi casi, ma non con la volontà di colpire e distruggere deliberatamente la popolazione palestinese.
Inoltre generalmente avvisare preventivamente azioni e bombardamenti è un’azione inusuale in uno stato di guerra, perché dai un vantaggio al nemico che ha tempo per riposizionarsi e spostare eventuali scorte di armi e materiali altrove. Quindi si può dire che l’esercito israeliano ha avuto una non indifferente preoccupazione per i civili, ritardando in questo caso certe proprie operazioni da effettuare sul campo.
Con tutto il rispetto possibile, signor « rolm », dopo avere letto la sua risposta, penso che la mia opinione sulla « ferocia » la sento ancora piu’ mia.
I due popoli si odiano vicendevolmente.
Continuare ad odiarsi e a sperare di annientare l’altro probabilmente perpetuera’ ancora per un po’ la situazione.
Mi permetta una considerazione sull’Iran.
La guerra non e’ stata ovviamente fatta per liberare gli oppressi iraniani (ne’ agli USA ne’ a Israele gliene puo’ fregare di meno… ).
La finestra della tragedia del secondo mandato di Trump permetteva a Netanyaou di approfittare della situazione per fare pulizia.
Che risposta sarebbe? C’è un solo responsabile iniziale dell’attacco del 7 ottobre (per non parlare dei costanti lanci di razzi che proseguivano periodicamente anche prima, ma per molti è meglio ignorare questi fatti) e che continua a sostenere la distruzione dello Stato di Israele.
Altri governi israeliani sono stati disponibili in passato alla creazione di uno Stato palestinese, cosa che i leader palestinesi hanno sempre rifiutato.
Poi la maggior parte della popolazione palestinese è complice e allo stesso tempo vittima, come accaduto e accade ad altri popoli oppressi dal proprio regime.
Sull’Iran: importa di più ad americani e israeliani del destino degli iraniani dato che, come ho riportato nel precedente commento, il regime non ha esitato a massacrare decine di migliaia di manifestanti e viola costantemente i diritti elementari giornalmente dei cittadini.
Ma mettiamo il caso che ad americani e israeliani non importi nulla di loro. Può essere, però un Iran meno ostile e più vicino alle nostre posizioni occidentali che non minaccia di distruggere i vicini sarebbe auspicabile e creerebbe soltanto dei vantaggi.
Non dimentichiamo poi che l’Iran è in orbita russa e cinese, quindi creeresti dei problemi anche a loro.
“Volodymyr Zelensky ha scritto una lettera aperta a Vladimir Putin.” …… Doveva scriverla 4 anni fa, invece di farsi abbindolare da Biden è EU. Il mio personale pensiero è: Per colpa di Zelensky si sono rotti tutti gli equilibri internazionali, è oggi il mondo naviga sull’imprevedibilità.
Cosa doveva scrivere 4 anni fa? Di consegnare direttamente tutta l’Ucraina alla Russia?
Invece Zelensky ha resistito, il suo Paese è ancora lì, ha persino riconquistato alcune aree e sta mettendo in difficoltà il nemico.
E’ solo colpa di coloro che dovevano garantire per la sovranità dell’Ucraina (USA e UK avevano firmato nel memorandum di Budapest) e di chi ha sminuito le azioni russe in Crimea e nel Donbass nel 2014 che la situazione è degenerata a favore dell’aggressività russa.
Lei pensa agli equilibri internazionali, come tanti progressisti miserabili odierni e magari sostenitori dei partigiani che hanno lottato e perso la vita per liberare il proprio Paese.
Le do una notizia: non esistono equilibri internazionali se non sei in grado di difenderti dal nemico e da chi non ha interesse a lasciarti vivere in pace e libero.
L’unico motivo per cui l’Italia è libera è perché altri hanno combattuto, hanno garantito e stanno garantendo ancora oggi con la propria difesa militare ed economica lo status quo.
Altrimenti sarebbe solo alla mercè del dittatore conquistatore di turno, come sta sperimentando l’Ucraina da 4 anni.
Concordo con la sua risposta ma vorrei aggiungere una cosa.
Da « progressista » sono anch’io allibito dalle recentiposizioni di pas disponible, M5S e VeSi… allibito (e penso che il mio voto ne risentira’).
Tuttavia il signor Giovanni riprende una tesi che, se non sbaglio, era stata espressa da Berlusconi dopo l’inizio dell’invasione. Cito da questo articolo: https://tg24.sky.it/politica/approfondimenti/audio-berlusconi
“…le truppe dovevano entrare in Ucraina, in una settimana raggiungere Kiev, deporre il governo in carica e imporre un governo già scelto dalla minoranza ucraina di persone per bene e di buon senso, un’altra settimana per tornare indietro”. Ma a quel punto, ha aggiunto, Putin si trova di fronte “a una situazione imprevista e imprevedibile di resistenza da parte degli ucraini, che hanno cominciato dal terzo giorno a ricevere soldi e armi dall’Occidente”….
E la guerra, invece di essere una operazione di due settimane – si conclude l’audio- è diventata una guerra di duecento e rotti anni…”
Il buonsenso cui si riferisce Berlusconi mi sembra sia lo stesso cui si riferisce il signor Giovanni. Magari mi sbaglio pero’…
Berlusconi è sempre stato uno dei migliori alleati di Putin e nonostante questo non è riuscito a fermarlo. Anzi ne è diventato complice e forse ricattato tramite certe sue vicende personali, tanto che quando la Crimea venne occupata dai russi lui si recò personalmente insieme a Putin.
Direi che Berlusconi fosse una delle persone meno indicate e affidabili a cui appoggiarsi per certe questioni legate alla Russia (e non solo su questo aggiungerei, considerando la marea di scandali che lo hanno circondato per tutta la sua carriera di imprenditore e politico). Troppo compromesso.
Probabilmente non solo su Putin…