


L’astensione parlamentare come capolavoro di prudenza morale: il voto sulla giornata dedicata a Enzo Tortora diventa il simbolo di una politica che evita di scegliere, per non compromettere carriere, appartenenze e comode ambiguità. Anche la memoria degli innocenti, ormai, deve passare al vaglio delle convenienze di partito.
C’è, nei bassifondi termodinamici della Repubblica, una forma di coraggio politico così raffinata da risultare, a un esame visivo non armato, indistinguibile dalla codardia più sfacciata. Si chiama astensione. È l’arte zen di prendere una posizione netta senza correre il rischio che qualcuno se ne accorga: un piccolo capolavoro di ingegneria morale che permette di conservare intatta la propria biografia etica e, soprattutto, la temperatura ideale della poltrona.
Prendiamo, a puro titolo di reperto autoptico, la gestione del voto parlamentare sull’istituzione di una giornata nazionale dedicata a Enzo Tortora e alle vittime di errori giudiziari. La Camera istituisce la ricorrenza. In un universo morale in cui due più due non viene negoziato con la segreteria di partito, questa dovrebbe essere una convergenza elementare intorno a un principio piuttosto basico: lo Stato, nelle sue giornate peggiori, può distruggere la vita di un innocente con la stessa fredda efficienza burocratica con cui un impiegato del catasto timbra una pratica di condono.
Non servirebbe eroismo. Basterebbe accettare che il garantismo non è un lusso retorico da rispolverare quando l’imputato ci è simpatico o la vittima è già stata ibernata in una fotografia in bianco e nero.
Eppure.
Votare contro sarebbe stato osceno, di un cinismo talmente sfacciato da richiedere l’assenza totale di terminazioni nervose. Votare a favore avrebbe comportato l’intollerabile rischio di ammettere (anche solo implicitamente) che il caso Tortora non appartiene all’archeologia sbiadita della Prima Repubblica, ma continua a sanguinare nel presente. Da qui il prodigioso sfarfallio sinaptico di chi scopre improvvisamente che perfino un principio può avere controindicazioni di carriera.
Il problema non è l’astensione in sé. È ciò che l’astensione permette di non ammettere. Il vero prodigio consiste nel trasformare l’assenza di una scelta in una scelta virtuale, pronta a essere rivendicata nel momento esatto in cui la storia presenta il conto. Non decidere, ma lasciare intatta la possibilità di raccontarsi come qualcuno che avrebbe deciso.
Si attiva così una fuga a tenuta stagna che consente al deputato di recitare, con la sfacciata disinvoltura di un cabarettista in preda a una crisi di tachicardia mista a delusione parentale, tre copioni in contemporanea: sussurrare agli innocentisti indignati che «ma figuratevi, non eravamo mica contrari»; ammiccare alle frange oltranziste del giustizialismo militante giurando che «non li abbiamo sostenuti, non fatevi strane idee»; accarezzare la Storia con la esse maiuscola balbettando che «c’è stato un equivoco procedurale».
Il tutto mentre l’intera ossatura etica della Repubblica si liquefa in un bagno termale di assoluzione preventiva a bassissima intensità.
Enzo Tortora diventa improvvisamente un ingombrante fastidio ontologico, un granello di sabbia infilato negli ingranaggi oleati della coscienza d’apparato. Finché lo si maneggia come un’icona sbiadita da sventolare nei convegni sulla libertà di stampa con l’espressività facciale di chi porge le condoglianze a uno sconosciuto – un’indignazione igienicamente pastorizzata e priva di odori corporei -, il sistema digerisce la pratica senza un sussulto gastrico.
Ma se ci si azzarda a rimuovere la patina della retorica museale, riaffiora l’orrore materiale di quel nome: non un’astrazione giuridica, non una riga di archivio, ma il logoramento quotidiano di un uomo in carne e ossa, sbattuto nel cono d’ombra di una gogna giudiziaria e costretto a contare i mesi di una detenzione preventiva subita con la fredda efficienza di chi scambia un errore di Stato per un normale danno collaterale.
Quel nome smette di essere un ricordo e pretende di diventare un’unità di misura del presente. E il Parlamento, di fronte a quell’unità di misura, inventa una nuova categoria etica: la solidarietà in folle. Una categoria scientificamente elaborata nei corridoi dei palazzi, dove l’unico campione osservato è sempre composto da se stessi.
Da lì discende la sorprendente scoperta che una quota non trascurabile dell’attività parlamentare italiana è dedicata non alla scrittura delle leggi, ma alla produzione di formule abbastanza vaghe da poter essere interpretate, simultaneamente, come un atto di coraggio e una ritirata strategica.
Esiste probabilmente una disciplina ancora inesplorata – una specie di meccanica quantistica parlamentare – incaricata di studiare quel fenomeno per cui il pulsante «Astenuto», pur occupando sul banco lo stesso spazio fisico degli altri due, produce un effetto metafisico completamente diverso.
Si misura direttamente sulla surreale e psicologicamente claustrofobica micromeccanica neurale del deputato che, di fronte al tabellone elettronico di Montecitorio, sperimenta quel brevissimo ma devastante millisecondo di apnea in cui il cervello rettiliano calcola scientificamente che premere il tasto dell’astensione costa cinquemila volte meno, in termini di dispendio energetico e di rischio di linciaggio da parte delle correnti interne, rispetto all’avere un’opinione verificabile.
Un fenomeno che la moderna neuropsichiatria, se solo avesse il tempo di occuparsi di cose così deprimenti, classificherebbe sotto la voce di «paralisi da disallineamento identitario»: sudorazione palmare localizzata, improvviso picco di cortisolo simile a quello che si prova quando si scopre di aver dimenticato il gas acceso prima di partire per le vacanze e un disperato, irrefrenabile impulso a guardare altrove mentre qualcun altro compie l’atto osceno di prendere una decisione.
Premendolo, il deputato entra in una curiosa sovrapposizione degli stati: è garantista per chi gli chiede conto della coscienza, prudente per chi teme le conseguenze, neutrale per i giornalisti e strategicamente invisibile per tutti gli altri. La funzione d’onda collassa soltanto quando arriva il momento di raccontare la propria biografia politica. Per un piccolo miracolo della fisica parlamentare, quasi tutti ricordano di essere sempre stati dalla parte giusta.
L’astensione diventa così il monumento definitivo: una lapide commemorativa dedicata agli innocenti con la firma omessa per prudenza. Perché persino la memoria, oggi, deve evitare di compromettere la carriera. Non sia mai che anche il ricordo di un innocente venga interpretato come una presa di posizione.
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