


L’instabilità politica non nasce per caso. Nasce quando un Paese diventa il terreno di confronto tra interessi geopolitici contrapposti. Quando diventa un paese di “confine”. È successo all’Italia durante la Guerra Fredda. Oggi sta accadendo al Regno Unito, stretto tra Unione Europea e mondo MAGA. Da questa chiave di lettura emergono sorprendenti parallelismi tra Roma e Londra.
La prima volta che ho letto sui social la frase “il Regno Unito sta diventando come l’Italia” era il 2022. Boris Johnson si era appena dimesso e il paese si preparava a nominare il suo quarto primo ministro in sei anni. Quando, appena 44 giorni dopo il suo insediamento, anche Liz Truss lasciava Downing Street, quello del l’italianizzazione della politica britannica – intesa come degenerazione di un sistema politico nel caos – era diventato un leitmotiv.
D’altra parte, per decenni l’Italia ha rappresentato, nell’immaginario collettivo, il simbolo dell’instabilità politica, mentre – in contrapposizione – il Regno Unito era considerato il modello della solidità istituzionale. Fino alla Brexit.
Le motivazioni della trasformazione dello scenario politico britannico sono molteplici, ma l’associazione tra i due paesi può offrire una chiave di comprensione al fenomeno. Non solo l’attuale caos istituzionale del Regno Unito ricorda quello della Prima Repubblica italiana ai tempi della Guerra Fredda, ma tra le dinamiche dei due Paesi esiste un legame più profondo di quanto si creda.
Per comprenderlo bisogna guardare l’Italia e il Regno Unito come due Paesi di frontiera in epoche storiche diverse. Durante la Guerra Fredda quella frontiera passava per l’Italia, posta sul confine politico tra il blocco occidentale e quello sovietico. Oggi, in un contesto geopolitico profondamente mutato, il Regno Unito è diventato il confine tra l’Unione Europea e l’America MAGA. Solo così diventa più chiara l’analogia tra l’instabilità che caratterizzò la Prima Repubblica italiana e quella che oggi attraversa il Regno Unito.
Il parallelo storico
Durante la Guerra Fredda l’Italia occupava una posizione unica nel blocco occidentale. Era il confine politico tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica: una democrazia occidentale che ospitava il più grande partito comunista dell’Europa occidentale. Era strategicamente troppo importante per essere lasciata evolvere senza che le grandi potenze cercassero di influenzarne gli equilibri politici.
Esiste una stretta relazione tra stabilità politica e autonomia strategica. Un sistema politico è stabile quando, pur nella fisiologica contrapposizione tra maggioranza e opposizione, le diverse forze condividono un perimetro comune entro il quale perseguire quello che considerano l’interesse nazionale. Possono divergere sui mezzi, sulle priorità o sull’ideologia, ma la direzione di fondo resta la stessa.
L’equilibrio si incrina quando quel perimetro viene meno. Quando attori esterni iniziano a esercitare un’influenza significativa sulla politica interna, i partiti smettono di competere soltanto tra loro e diventano, consapevolmente o meno, il punto di incontro di interessi geopolitici divergenti. A quel punto il confronto politico non è più orientato verso un obiettivo comune, ma si trasforma in un tiro alla fune nel quale forze diverse cercano di trascinare il Paese in direzioni opposte. Più la trazione aumenta, più il sistema politico tende a perdere stabilità.
Nel caso dell’Italia, durante la Guerra Fredda, per Washington era impensabile che un Paese fondatore della NATO, collocato al centro del Mediterraneo e sede di basi militari strategiche, potesse finire sotto un governo guidato dal Partito Comunista Italiano. Per decenni la possibilità che il PCI conquistasse Palazzo Chigi fu considerata una linea rossa da non oltrepassare. Ne derivò un sistema politico condizionato dalla logica dei blocchi, nel quale l’alternanza democratica rimase di fatto incompiuta.
I quasi cinquant’anni di governi a guida della Democrazia Cristiana furono il frutto di un equilibrio internazionale che aveva come obiettivo prioritario mantenere l’Italia saldamente nella sfera d’influenza americana, perché se così non fosse stato, avrebbe potuto finire nella sfera sovietica. Era appunto un paese di confine.
Le continue crisi di governo, le lotte intestine tra correnti, gli equilibri di coalizione e gli scandali che segnarono la Prima Repubblica si svilupparono all’interno di un sistema nel quale il vero confronto non riguardava l’alternanza tra maggioranza e opposizione, bensì la redistribuzione del potere all’interno dello stesso campo occidentale. A rendere quel quadro ancora più instabile contribuirono gli anni di piombo e la strategia del terrore, che trasformarono l’Italia in uno dei principali teatri dello scontro politico e ideologico della Guerra Fredda.
Il nuovo equilibrio mondiale
Negli anni ‘90, però, il quadro geopolitico cambia radicalmente. Scompare uno dei due blocchi e con esso anche la funzione che l’Italia aveva svolto per quasi mezzo secolo. La linea di frattura tra Est e Ovest si sposta verso l’Europa orientale, fino a trovare nell’Ucraina il punto di massima tensione. Nel frattempo, tra Stati Uniti e Russia emerge un nuovo protagonista: l’Unione Europea.
La UE è un gigante economico, ma la sua sicurezza continua a dipendere in larga misura dalla NATO e, quindi, dagli Stati Uniti. Proprio questa posizione intermedia la rende un attore potenzialmente decisivo. Se riuscisse a trasformare il proprio peso economico in autonomia strategica, potrebbe affermarsi come un polo capace di agire indipendentemente dalle altre grandi potenze in un ordine internazionale sempre più multipolare.
Per ragioni diverse, fin dai primi anni 2000, né la Russia né una parte dell’establishment politico americano hanno avuto interesse che questo accadesse. Per Mosca, un’Unione Europea più debole significa un continente più permeabile all’influenza russa e meno capace di sostenere una politica estera e di sicurezza comune. Da qui il sostegno, attraverso una combinazione di relazioni politiche, campagne di disinformazione e, in alcuni casi, finanziamenti ai movimenti sovranisti ostili all’integrazione europea, dalla Brexit ai progetti di Italexit.
Ma anche per una parte della destra americana l’emergere di un’Europa realmente autonoma rappresenta un problema.
A questo si aggiunge una crescente divergenza ideologica. L’Unione Europea si fonda su un modello che attribuisce un ruolo centrale allo Stato di diritto, alla tutela dei diritti fondamentali, alla regolazione dei mercati e dei grandi operatori economici, fino al controllo delle piattaforme digitali attraverso una normativa sempre più stringente. È una concezione profondamente diversa da quella MAGA, sempre più influenzata dal pensiero libertario e dalla Silicon Valley, che considera molte di queste regole un ostacolo alla libertà economica e all’innovazione. Non è quindi soltanto una competizione tra Stati. È anche uno scontro tra un modello di democrazia liberale, fondato sulla regolazione come strumento di tutela dell’interesse pubblico; e un modello anti-liberale (la parola stessa, è ormai usata dalla destra americana in senso dispregiativo) orientato a limitare il ruolo delle istituzioni e a privilegiare il mercato e le piattaforme digitali come principali regolatori della società.
MAGA non vuole rinunciare alla propria sfera d’influenza sull’Europa, al contrario, ma si aspetta (come dichiarato da JD Vance alla conferenza di Monaco nel 2025) che l’Europa si adegui al suo modello.
La Brexit e il tiro alla fune
È in questo contesto che la Brexit assume un significato che va oltre la politica britannica. L’uscita del Regno Unito ha privato l’Unione Europea della sua principale potenza militare e della sua seconda economia. Ma ha anche ridefinito il ruolo geopolitico del paese.
Se durante la Guerra Fredda l’Italia rappresentava il Paese di frontiera tra il blocco occidentale e quello sovietico, oggi il Regno Unito è la frontiera tra l’Unione Europea e l’America MAGA.
La politica britannica non può più essere interpretata soltanto come politica interna. È diventata uno dei principali terreni sui quali si confrontano interessi geopolitici più ampi, che sono alla base della sua attuale instabilità.
Da un lato, il Regno Unito resta profondamente legato agli Stati Uniti, dove il movimento MAGA propone una ridefinizione degli equilibri occidentali e del rapporto con l’Europa. Dall’altro, continua a essere inevitabilmente intrecciato all’Unione Europea, dalla quale dipendono gran parte della sua economia, della sua sicurezza e dei suoi interessi strategici. La politica britannica si trova così a oscillare tra due poli d’attrazione: quello europeo, indispensabile per la prosperità del Paese, e quello americano, che vede il Regno Unito strategicamente troppo importante per essere lasciato riavvicinarsi alla UE.
L’America si aspetta dunque che il Regno Unito si adegui al suo modello e non a quello dei partner europei, cosa che Keir Starmer non era pronto a fare, spingendo il suo paese sempre più lontano da Washington e vicino a Bruxelles. La sua uscita di scena – qualunque le dinamiche e gli attori in campo che hanno portato a compimento l’operazione – per l’America di Trump era una necessità.
La Brexit ha collocato il Regno Unito in una terra di nessuno, nella quale il Paese viene tirato in due direzioni: da un lato verso un riallineamento con l’Unione Europea, imposto dalla geografia, dall’economia e dalla sicurezza; dall’altro verso gli Stati Uniti. È proprio questa tensione irrisolta ad aver trasformato il Regno Unito nel nuovo Stato di frontiera dell’Occidente e a renderlo politicamente instabile come l’Italia della Prima Repubblica. Non perché i due sistemi politici siano uguali, ma perché entrambi occupano, in epoche diverse, la posizione di Stato di frontiera tra due progetti geopolitici concorrenti.
Ma il rapporto tra Italia e Regno Unito va oltre la semplice analogia. Negli ultimi due decenni i due Paesi non hanno soltanto manifestato dinamiche simili: sono stati legati dalla circolazione delle stesse strategie politiche e degli stessi modelli di mobilitazione.
Il populismo digitale
L’Italia viene ricordata come il Paese che ha dato origine al fascismo. Dovrebbe essere ricordata anche come il laboratorio nel quale ha preso forma il populismo digitale moderno.
Nel 2009 nasce il Movimento 5 Stelle. Casaleggio & Associati sviluppa un modello politico che utilizza la rete non soltanto come strumento di comunicazione, ma come infrastruttura per costruire consenso, organizzare la mobilitazione e modellare il dibattito pubblico attraverso la profilazione e il targeting.
Oggi il Movimento 5 Stelle si è riciclato come una forza di sinistra, ma nasce come movimento anti-establishment, fortemente critico nei confronti dell’Unione Europea, promotore di un referendum sull’euro e dell’uscita dell’Italia dall’Unione. Al Parlamento europeo siede per anni nello stesso gruppo delle destre europee, compreso l’UKIP di Nigel Farage e, nel 2018, formerà il suo primo governo proprio con la Lega di Matteo Salvini. In breve, fino alla svolta del 2019, il Movimento 5 Stelle era uno dei principali interpreti del populismo sovranista europeo. E, come molti di quei movimenti, ha mostrato, fin dall’inizio, una vicinanza a Mosca, che sosteneva e promuoveva le forze sovraniste ostili all’integrazione europea. Allo stesso tempo, godeva dell’interesse e del sostegno della nuova destra americana, proprio negli anni in cui Steve Bannon attraversava l’Europa nel tentativo di costruire, attraverso The Movement, una rete transnazionale delle destre populiste.
È proprio a Gianroberto Casaleggio, nel 2015, a cui Nigel Farage si rivolge per chiedere consigli su come vincere il referendum sulla Brexit, mentre Arron Banks lancia Leave.EU ispirandosi apertamente al modello del Movimento 5 Stelle. Anche Cambridge Analytica svilupperà strumenti e tecniche che richiamano il lavoro che Casaleggio & Associati aveva iniziato a sperimentare anni prima. Persino le iniziali delle due società – C.A. – coincidono. Probabilmente è soltanto una coincidenza, ma resta una curiosità che colpisce.
Esiste una linea di continuità che unisce l’Italia alla Brexit e la Brexit alle elezioni americane del 2016. Molte delle strategie sperimentate nel referendum britannico sarebbero state esportate pochi mesi dopo nella campagna di Donald Trump. Ma quel modello, a sua volta, affondava le proprie radici nell’Italia del M5S.
Futuro Nazionale e Restore Britain
Difficilmente sembra anche un caso che, contemporaneamente, nei due paesi nascano due nuove forze politiche molto simili. Futuro Nazionale in Italia e Restore Britain nel Regno Unito. Non si tratta soltanto di due nuovi partiti di estrema destra. Entrambi si collocano alla destra delle principali forze sovraniste dei rispettivi Paesi, condividono un’impostazione fortemente ostile all’Unione Europea, mostrano una marcata vicinanza politica e culturale ai MAGA e hanno posizioni favorevoli agli interessi strategici della Russia.
La loro funzione, però, potrebbe andare oltre la semplice competizione elettorale. L’emergere di una forza ancora più radicale costringe infatti i partiti della destra tradizionale a rincorrere i temi e il linguaggio per evitare di perdere consenso, spostando il baricentro. Una volta raggiunto questo obiettivo, il nuovo soggetto può continuare a esercitare pressione dall’esterno oppure riassorbirsi nel partito principale, avendo ormai ottenuto il risultato di radicalizzarne l’agenda (un po’ come il Brexit Party fece con i Tories di Johnson).
Se il Regno Unito rappresenta oggi la frontiera tra il mondo MAGA e l’Unione Europea, e l’Ucraina quella tra l’Unione Europea e la Russia, l’Italia occupa una posizione altrettanto cruciale. È il punto più vulnerabile dell’architettura europea.
A differenza della Slovacchia di Robert Fico, la cui capacità di condizionare gli equilibri europei resta limitata, l’Italia è un Paese fondatore dell’Unione Europea, membro del G7, terza economia dell’eurozona e una delle principali potenze militari del continente. Spostarne gli equilibri politici significa incidere direttamente sulla capacità dell’Unione di agire come soggetto unitario. Per chiunque abbia interesse a indebolire Bruxelles, l’Italia rappresenta quindi una pedina di valore incomparabilmente superiore. Non basta avere un alleato in Europa ma fuori dell’Unione (L’UK). Occorre anche poter condizionare uno dei suoi pilastri all’interno (l’Italia)
In questo quadro, sia il Regno Unito sia l’Italia sono due fronti della stessa guerra, dove media, piattaforme digitali e politica interna sono costantemente attraversati dall’azione di attori esterni che cercano di orientarne il dibattito pubblico e le scelte strategiche.
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Rosa Filippini: “Analisi originale e di grande interesse. Osservo che, evidentemente, i meccanismi elettorali NON rappresentano il fattore che caratterizza maggiormente la vita politica di un paese e la stabilità del suo governo….”