

Il dibattito parlamentare tenutosi ieri alla Camera e al Senato sulla tragedia di Gaza era stato richiesto dalle opposizioni quando la situazione volgeva al peggio, anzi al pessimo e non sembravano aprirsi spiragli per evitare che l’esercito israeliano espugnasse militarmente, col sacrificio di altre migliaia di vittime, ostaggi compresi, le aree ancora sotto il controllo di Hamas, dando corso a un programma, ampiamente preannunciato, di occupazione e controllo militare della Striscia.
Questa situazione aveva portato anche una serie di paesi, alcuni dei quali insospettabili di inimicizie preconcette verso Israele, a decidere un frettoloso riconoscimento dello stato palestinese, col risultato di polarizzare ulteriormente lo scontro e mettere in difficoltà l’opposizione al Governo Netanyahu, senza contribuire a risolvere l’impasse negoziale attorno alla guerra di Gaza.
Questa stessa situazione era ovviamente assai propizia per la missione della Global Sumud Flotilla, che sperava di raggiungere le acque contese davanti a Gaza con un’Israele sempre più isolata, divisa e incattivita e un Governo israeliano sempre più ricattato dall’ultra-destra suprematista.
Quando nel giro di pochi giorni gli Stati Uniti hanno cambiato lo scenario, presentando il piano per Gaza con il sostegno della gran parte dei Paesi arabi ed europei, delle istituzioni dell’Ue e della stessa ANP, la situazione ha iniziato a volgere al peggio, anzi al pessimo per tutti quelli che, con ogni evidenza, non volevano porre fine alla guerra e agli esecrati crimini del Governo Netanyahu a Gaza, ma continuare a lucrare da essi una rendita e una legittimazione, per continuare la guerra santa contro “l’entità sionista”.
La situazione è dunque volta al peggio per Hamas e per gli altri gruppi jihadisti e per tutta la constituency propal internazionale che potremmo definire “tendenza Albanese”, persuasa che i crimini di Israele siano solo una conseguenza di quel crimine originario rappresentato dall’esistenza stessa dello stato ebraico e dalla occupazione coloniale della terra araba.
Visto che l’opposizione politico-parlamentare della sinistra italiana è stata occupata e poi inglobata dalle piazze propal “dal fiume al mare” e subisce il suo ricatto intimidatorio (si veda la reazione impaurita del sindaco di Reggio Emilia all’ingiunzione della madonnina dell’odio umanitario: “Io ti perdono, ma tu mi prometti che quella cosa non la dici più”, essendo “quella cosa” l’appello alla liberazione degli ostaggi e al disarmo di Hamas), la situazione è volta al peggio anche per i deputati e senatori di PD, M5S e AVS, che nella discussione di ieri sono stati costretti a considerare il piano per Gaza equivoco e insufficiente, quando non direttamente funzionale ai disegni della destra israeliana, che invece sarebbe la prima vittima (anzi, la seconda: dopo Hamas) dell’attuazione di questo accordo.
Quello che andrebbe benissimo ad Abu Mazen, non può andare bene a Conte, Fratoianni, Bonelli e Schlein, che infatti ieri hanno pateticamente svicolato sui termini dell’accordo e si sono concentrati sulla beatificazione politica dei regatanti e croceristi della Flotilla e sulla censura della “pirateria” della Marina israeliana (le stesse parole di Hamas, neppure lo scrupolo di cambiarle), come se il principale scandalo di diritto e la peggiore violenza consumati nell’area fosse stato l’abbordaggio delle avanguardie antisioniste e il loro fermo, in vista di un indolore rimpatrio assistito.
Ora che questa vicenda si è conclusa – senza violenze, senza danni, senza incidenti voluti o involontari – l’onda lunga dell’eroico viaggio per mare continuerà a riempire le piazze.
E già oggi, durante lo sciopero convocato dalla CGIL, possiamo scommettere che risuoneranno parole simili a quelle con cui la portavoce della delegazione italiana della Flotilla, Maria Elena Delia, ha liquidato il piano per Gaza: “la chiusura di un disegno che aveva come obiettivo quello di fare riprendere a Israele la Striscia di Gaza” e che “implica il trasferimento dei palestinesi fuori dalla Striscia”.

Tutto falso, perché il progetto scritto dice esattamente il contrario (al di là dell’affidabilità dei suoi estensori e negoziatori), ma tutto coerente con le verità alternative di una attivista che parla, a proposito di Israele, di “quasi ottant’anni di occupazione”. La crociera è finita, ma l’odio “umanitario” persiste e gli attivisti perseverano.
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