
Con questo articolo ha inizio la collaborazione con Donatello D’Andrea, analista in relazioni internazionali, geopolitica, nuove forme di guerra ibrida. Benvenuto su InOltre, Donatello.
Il diritto internazionale, nella sua accezione più piena, è ciò che ci consente di distinguere una guerra da un crimine, una violazione da una legittima difesa, una tragedia da un genocidio. È il codice attraverso cui le comunità umane, nonostante il caos della politica e la violenza dei conflitti, provano a darsi una grammatica minima di convivenza anche nella guerra.
Non è mai stato uno strumento semplice, né privo di limiti: regola i rapporti tra Stati in un mondo frammentato, attraversato da equilibri mutevoli, e proprio per questo è spesso difficile da applicare con coerenza. La sua efficacia è storicamente imperfetta, e la sua autorità spesso dipende più dal consenso politico che dalla forza coercitiva. Tuttavia, la sua funzione di principio regolatore è sempre rimasta centrale — almeno fino a oggi.
Negli ultimi anni, il diritto internazionale ha affrontato sfide enormi: l’invasione russa dell’Ucraina ha segnato un momento di crisi evidente, mettendo in discussione la capacità stessa della comunità internazionale di far valere le proprie norme fondative. Ma il livello di banalizzazione che si osserva oggi, nel contesto del conflitto a Gaza, ha qualcosa di nuovo: una semplificazione estrema, alimentata dal circuito social-mediatico, che svuota di significato concetti delicatissimi e trasforma un intero linguaggio giuridico in arma di propaganda.
La crisi di Gaza, la Global Sumud Flotilla, le accuse di genocidio rivolte a Israele, la proliferazione di dichiarazioni disinvolte sui social e persino da parte di attori istituzionali segnalano un fenomeno pericoloso: la sostituzione della competenza con l’indignazione, del diritto con l’impressione. Non si tratta, come si tende a dire con fastidiosa leggerezza, di “opinioni diverse”. Si tratta di confondere il piano emotivo con quello giuridico, quello politico con quello legale. E quando questo accade, la posta in gioco non è solo la qualità del dibattito pubblico: è la tenuta stessa del diritto internazionale.
Dall’emozione al diritto: perché le parole contano
Viviamo in un’epoca in cui il lessico dell’indignazione ha preso il posto del lessico dell’analisi. È comprensibile, fino a un certo punto: la comunicazione digitale ha accelerato i tempi, abbassato le soglie di complessità, reso tutto più accessibile. Ma ha anche prodotto una forma di analfabetismo funzionale applicato al diritto internazionale. In questo quadro, termini giuridici estremamente specifici vengono impiegati come slogan, piegati a fini retorici, svuotati del loro valore normativo.
Il concetto di “genocidio” è un caso esemplare. Non è un sinonimo di massacro. Non coincide con un alto numero di vittime civili. Il genocidio, come definito dalla Convenzione ONU del 1948, è un atto specifico, motivato da intenti specifici: la volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo etnico, religioso o nazionale. Implica l’esistenza di un dolo specifico, di una strategia pianificata e sistematica. Usarlo impropriamente, perché ci si sente moralmente autorizzati, significa svuotare di forza e di valore quel concetto. E significa, soprattutto, renderlo inutilizzabile nei casi in cui si verifichi davvero.
Lo stesso vale per la categoria della “punizione collettiva”. Il suo uso nel diritto internazionale è strettamente codificato: riguarda azioni militari che colpiscono indiscriminatamente una popolazione civile, al di fuori di ogni necessità militare. Ma la sua applicazione non è automatica: richiede un’analisi dettagliata delle misure adottate, dei canali umanitari disponibili, delle intenzioni e delle alternative offerte. Altrimenti, ogni azione militare condotta in un contesto urbano diventerebbe, di fatto, un crimine di guerra.
La lotta per la precisione non è un esercizio accademico: è un atto di responsabilità. Il diritto internazionale è già fragile, perché non ha un potere coercitivo forte. Se anche il suo linguaggio viene reso instabile, se le sue categorie vengono declassate a battute sui social, non resterà nulla che possa distinguere la legittimità dalla violenza arbitraria.
Genocidio, blocchi navali, autodifesa: anatomia di un linguaggio travisato
Una delle più dirette conseguenze della vicenda legata alla Flotilla è quella relativa alla percezione dell’illegittimità del blocco navale imposto da Israele. In molti, tra attivisti e commentatori, lo definiscono “illegale”, senza contestualizzare le basi giuridiche su cui poggia. Ma è davvero così?
Il blocco navale, imposto nel 2009 in risposta alla presa di potere armata di Hamas nella Striscia, è stato giudicato compatibile con il diritto internazionale da un panel ONU nel 2011, noto come Rapporto Palmer. Il documento, pur criticando la gestione operativa dell’abbordaggio della flottiglia Mavi Marmara, ha riconosciuto che Israele aveva il diritto di istituire un blocco navale in quanto parte di un conflitto armato, ai sensi dell’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, che sancisce il diritto all’autodifesa.
Il Manuale di Sanremo sul diritto internazionale applicabile ai conflitti armati in mare stabilisce, inoltre, che uno Stato in conflitto può estendere la propria giurisdizione navale fino a intercettare in acque internazionali navi che manifestino l’intento di violare un blocco. Questo principio è stato pienamente applicato nel caso della Global Sumud Flotilla: gli organizzatori, inizialmente, avevano dichiarato un intento umanitario, salvo poi – pochi giorni prima della partenza – dichiarare pubblicamente l’obiettivo di voler forzare il blocco e “rompere l’assedio”. A quel punto, il “sospetto ragionevole” richiesto dal diritto marittimo per giustificare l’intercettazione in acque internazionali era più che fondato.
Cosa significa tutto ciò? Che si può discutere del blocco, contestarne l’opportunità politica, denunciarne le conseguenze umanitarie. Ma non lo si può semplicemente dichiarare “illegale” solo perché moralmente ripugnante. La differenza è sottile ma cruciale: la politica valuta il bene e il male; il diritto valuta la legittimità e l’illegittimità. Confondere questi piani non produce chiarezza, ma solo rumore.
L’effetto flotta: quando la propaganda oscura il quadro legale
La Global Sumud Flotilla è stata, prima ancora che un’operazione umanitaria, un dispositivo comunicativo. Composta da oltre quaranta imbarcazioni e sostenuta da testimonial di grande visibilità come Greta Thunberg, la flottiglia ha dichiarato sin dall’inizio di voler “rompere l’assedio” di Gaza, non semplicemente portare aiuti. Questo ha conferito all’azione una natura politica, e non neutrale, come invece richiederebbe il diritto umanitario per garantire la protezione delle missioni civili.
Israele ha agito in conformità con il diritto internazionale marittimo: ha intercettato la flottiglia in acque internazionali, ha offerto un corridoio umanitario alternativo via Ashdod, ha condotto l’abbordaggio senza incidenti, fornendo cibo e trattamento umano. Ha inoltre accettato la mediazione proposta da Italia e Vaticano – e confermata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – che prevedeva lo sbarco degli aiuti a Cipro e la consegna a Gaza sotto supervisione internazionale. La flottiglia ha rifiutato ogni proposta di mediazione.
È importante sottolineare che il corridoio marittimo tra Cipro e Gaza non solo esiste, ma è stato istituito da tempo sulla base di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Tale corridoio funziona attraverso accordi bilaterali tra Cipro e Israele e con il coinvolgimento di altri attori internazionali. Di fatto, le alternative per l’invio di aiuti umanitari a Gaza esistono, e sono operative. La scelta della Global Sumud Flotilla di ignorare questi canali per privilegiare la spettacolarizzazione dell’azione è indicativa della natura prevalentemente politica e provocatoria dell’operazione.
Il problema, dunque, non è solo giuridico. È comunicativo. È strategico. La flottiglia ha preferito lo scontro simbolico alla consegna degli aiuti. Ha scelto il gesto eclatante al posto dell’efficacia diplomatica. E questo, per quanto legittimo sul piano dell’attivismo, non può essere spacciato per una “azione umanitaria” in senso tecnico. Anche le ONG devono rispettare il diritto internazionale, se vogliono beneficiarne.
Il punto non è criminalizzare gli attivisti. Il punto è non santificarli solo perché sono dalla parte giusta, senza analizzare le modalità delle loro azioni. Il diritto internazionale protegge chi agisce nel suo quadro. Chi ne esce deliberatamente, anche con motivazioni nobili, non può poi appellarsi a quello stesso quadro quando le conseguenze si fanno tangibili.
Perdere il senso del diritto è perdere la bussola politica
La banalizzazione del diritto internazionale non produce solo effetti retorici: produce danni concreti e durevoli alla cultura giuridica. Una società che perde la capacità di distinguere tra legalità e impressione, tra categorie giuridiche e parole d’ordine, è una società che rinuncia alla possibilità stessa di una giustizia duratura, fattuale, comunemente accettata e soprattutto solida.
Il diritto internazionale non è un vezzo accademico o un argomento da talk show: è una disciplina con categorie, limiti, rigidità, strumenti e finalità ben definiti. Trattarlo come se fosse una cornice opzionale, utile solo a rafforzare la propria indignazione, significa non riconoscerne la natura. E soprattutto significa dimenticare che serve proprio a proteggere i civili, non a fornire alibi retorici. Non è un linguaggio simbolico per anime sensibili: è un sistema tecnico-normativo che distingue tra civili e combattenti, tra legittimo e arbitrario, tra uso proporzionato della forza e crimine di guerra. Proprio per questo, va usato con rispetto, non come un’appendice emotiva del dibattito politico interno.
L’errore più grave è pensare che, siccome un fatto è grave, allora tutto sia permesso: che l’emozione possa sospendere la complessità, che la sofferenza autorizzi l’imprecisione. Ma il dolore non è una scorciatoia epistemologica. Che una tragedia sia “palese agli occhi di tutti” non significa che se ne possa parlare in qualsiasi modo. I termini giuridici non sono metafore morali: sono strumenti tecnici, che vanno conosciuti, maneggiati, rispettati.
Quando tutto diventa reato, niente lo è più. Quando tutto è genocidio, nulla è più in grado di mobilitare la comunità internazionale. È questa la vera minaccia alla protezione dei civili: l’inflazione semantica delle parole che dovrebbero difenderli. Perché se non siamo in grado di tracciare una linea precisa tra ciò che è legale e ciò che non lo è, allora nessuna violazione potrà mai essere sanzionata. E nessuna vittima potrà mai ottenere giustizia.
Negli ultimi anni, il diritto internazionale ha già subito colpi durissimi. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha mostrato quanto possa essere fragile l’autorità delle norme globali quando si scontra con la forza. Ma ciò che accade oggi nel contesto del conflitto a Gaza rappresenta un pericolo diverso, forse più sottile ma altrettanto distruttivo: non una crisi di applicazione, ma una crisi culturale. Il linguaggio giuridico è stato risucchiato dal circuito dell’indignazione permanente, svuotato di precisione, ridotto a slogan. Ed è così che si perde non solo la forza del diritto, ma anche la possibilità di farlo valere quando davvero conta.
In un’epoca di conflitti asimmetrici, guerre ibride, operazioni psicologiche e manipolazione dell’informazione, il diritto internazionale rimane l’unico linguaggio condiviso che può fornire un minimo di ordine. Ma questo linguaggio va preservato, studiato, compreso, difeso. Non deriso, semplificato o sostituito dall’emotività del momento.
Non c’è giustizia possibile senza rigore. Non c’è protezione dei civili senza precisione. Non c’è diritto se il suo lessico viene usato come slogan. Chi banalizza il diritto, chi ne svuota le parole, non difende i civili: li espone. E chi liquida la competenza come saccenza, chi confonde analisi e propaganda, chi scredita le istituzioni che si sforzano di mantenere un ordine normativo tra le macerie della guerra, non combatte l’ingiustizia: la perpetua.
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Giusto l’altro ieri ho trovato un articolo lungo poco più di un quarto di questo, in cui la parola genocidio era ripetuta cinque volte. Mi è venuto da pensare a quei bambini che quando imparano un po’ di parolacce le mettono in fila e le ripetono all’infinito: ca cu fi me, ca cu fi me…, giusto per sentirsi importanti pronunciando parole forti, che proprio per il modo in cui vengono sversate finiscono per essere svuotate di significato. Quanto al diritto internazionale, sembra che negli ultimi decenni sia invalso un nuovo modo per definirlo: si aspetta che Israele faccia qualcosa – qualunque cosa – e si stabilisce che esiste una norma di diritto internazionale che quel qualcosa viola clamorosamente.