

Qualcuno, forse, ricorderà un anacronistico cultore di estetiche defunte in un’era che ha eletto la felpa con cappuccio a proprio stendardo e il turpiloquio a unica, desolante, metrica di pensiero. La mente potrebbe correre all’amabile dandismo di un Oscar Wilde, che faceva della società il suo palcoscenico e dell’arguzia la sua arma. Ma sarebbe un errore: la sua fu una sfida condotta dall’interno, la mia è più una diserzione tattica.
Diciamolo: questa mia posa non è un vezzo stilistico, ma un piccolo avamposto personale. È il punto d’osservazione eretto a difesa non di un passato, ma di un’idea di individuo ancora da venire. Un’idea che il mondo di oggi sembra voler annegare in quel tiepido minestrone che Pessoa chiamava la “brodaglia informe” della società.
Osservatela, questa società: un unico, immenso frullato di uniformità e mediocrità, dove il “progresso” è solo un movimento orizzontale. Un continuum in cui il pensiero non è più frutto di riflessione, ma di adesione. Non si discute più di etica fondandola su principi irrinunciabili, su valori esistenziali. No. La morale è diventata un accessorio da sfoggiare per appartenenza a questo o a quel fronte: due facce della stessa, identica, desolante medaglia del pensiero unico.
In questo panorama, dove ogni distinzione sociale è annullata in una comune aspirazione alla mediocrità, cosa resta a un animo che rifiuta l’omologazione? Vige una legge non scritta, semplice e brutale: il sistema non chiede “Chi sei?”, ma “A cosa servi?”. E le opzioni sono due: il gregario, sempre utile, e il solista, per definizione sospetto. Ogni capo, piccolo o grande che sia, fiuta subito la differenza e, per istinto di conservazione, preferisce chi marcia in riga.
Un popolo di gregari… Non era forse questo l’obiettivo ultimo del comunismo nella sua prassi, o del fascismo nella sua estetica? Orwell ce l’ha raccontato in versione incubo, ma la realtà, come ha intuito Popper, è più sottile. Non servono tiranni quando ci sono la consuetudine, l’insolenza eretta a norma e la moda — intesa come imperativo del momento — e una certa sfacciataggine a farci marciare tutti allo stesso passo, e pure contenti. L’unica via per sopravvivere lì dentro è recitare bene la parte.
Oppure, ed è l’alternativa più divertente, si può abbracciare il lusso della propria magnifica inutilità.
La mia non è una ritirata, ma una scelta di campo: ho semplicemente abbandonato il sentiero principale per vedere dove portano le stradine secondarie. Il mio rifugio non è un bunker, ma un laboratorio per esperimenti solitari. E quando devo attraversare il mondo esterno, indosso la mia divisa da pioniere: pratica, impeccabile, perfetta per muoversi in un territorio straniero e un po’ bizzarro.
È la stessa sensazione di spaesamento che ho riconosciuto in Pessoa, quando vedeva il mondo sciogliersi in quella famosa “brodaglia”. E lui, per non affogarci dentro, che fece? Si inventò un intero popolo di amici immaginari nel segreto della sua stanza. I suoi eteronimi: un universo di anime per non arrendersi alla piattezza del mondo. E chissà, forse anche io sono un po’ così, un personaggio nato non per scelta, ma come risposta necessaria a un mondo che, proprio come il suo, a volte sembra un po’ stretto.
Da questa mia postazione, da questo osservatorio un po’ defilato che è la mia coscienza, più che giudicare il mondo, lo scruto. Lo analizzo, mi interrogo, lo osservo con il dubbio curioso di chi è ancora lontano dall’aver capito tutto. E la sensazione, più che un verdetto, è una perplessità: questo posto è davvero abitabile per chi, come me, rifiuta di nuotare nella palude della mediocrità, barattando la propria unicità per un piatto di lenticchie avvelenate dal consenso di massa?
Lasciate pure che mi diano del superbo o dell’asociale, non è questo il punto. Il mio non è disprezzo, ma una certa allergia per le uniformi, specie quelle del pensiero. Questo mio dandismo è solo un modo per prendere le cose molto seriamente, in un’epoca che sembra prendersi gioco di tutto. È, in ultima analisi, una forma di legittima difesa.
E perdonate l’ironia, ma qualcuno dovrà pur rimanere a testimoniare che un’alternativa, almeno nello stile, era pur sempre possibile.
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Fantastico
mi accodo. Anzi no: mi affianco.