


Dalla Cina a Taiwan, dall’Iran alla Nato, John Bolton legge la politica estera americana come una sequenza di mosse transazionali. Il nodo più delicato è Taipei: se la sicurezza dell’isola diventa una carta negoziale con Pechino, il messaggio agli alleati degli Stati Uniti è tutt’altro che rassicurante.
John Bolton, già figura chiave del Dipartimento di Stato, rappresentante permanente all’Onu e consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti, è tra le figure di maggior caratura per affrontare i nodi dello scenario internazionale.
L’abbiamo intervistato in merito all’evoluzione del confronto tra Stati Uniti e Cina, del potenziale disimpegno statunitense dall’Indopacifico e dell’evoluzione delle tensioni geopolitiche da Cuba al Medio Oriente.
Ambasciatore Bolton, qual è il significato del viaggio del presidente Trump a Pechino? In che modo si sta sviluppando il confronto tra Stati Uniti e Cina?
Credo che entrambi i leader abbiano girato attorno a molte delle questioni principali. Dal punto di vista di Trump, ciò che contava davvero era ricevere a Pechino un’accoglienza che dimostrasse come il suo rapporto personale con Xi Jinping fosse rimasto lo stesso nonostante le tensioni geopolitiche in espansione.
È stato però molto interessante notare che, quando Vladimir Putin è arrivato pochi giorni dopo, ha ricevuto esattamente la stessa accoglienza. Si è trattato di una sorta di messaggio implicito nei confronti di Trump.
Sul piano sostanziale, però, non è stato raggiunto molto grazie all’incontro. Non ci sono stati veri risultati concreti, quelli che noi chiamiamo “punti chiave”. Anzi, la parte più importante e maggiormente preoccupante del vertice è arrivata dopo, in un’intervista, quando Trump ha detto di considerare la vendita di armi a Taiwan, per 14 miliardi di dollari, come una carta negoziale con la Repubblica Popolare.
Si tratta di un segnale pessimo…
Devo ammettere che è molto inquietante sentirlo dire. Da quando gli Stati Uniti, con l’amministrazione Carter, hanno interrotto le relazioni formali con la Repubblica di Cina a Taiwan e hanno riconosciuto Pechino, il Taiwan Relations Act, una legge approvata dal Congresso, stabilisce che gli Stati Uniti invieranno a Taiwan forniture militari difensive sufficienti per mantenere un’adeguata capacità di autodifesa.
Nessun presidente prima d’ora aveva detto che questo tema potesse divenire una carta nel negoziato politico con Pechino. Vedremo se l’amministrazione farà marcia indietro. Ma se io fossi al vertice istituzionale a Taipei sarei molto preoccupato. Dico di più: sarei molto preoccupato anche se fossi un alleato degli Stati Uniti in qualunque altra parte del mondo.
Perché?
Perché quanto espresso significa che il rapporto con gli Stati Uniti per ogni alleato può diventare una carta negoziale nelle mani di Washington in qualsiasi trattativa con Cina, Russia o qualsiasi altro attore globale. È un segnale estremamente negativo.
Oltretutto, è accaduto in un momento in cui il Congresso non è realmente in sessione perché nel periodo di aggiornamento tecnico detto di sessione pro forma. Quindi, a Washington non si sentono molti commenti politici sul tema, non nella sede adibita alle decisioni dei parlamentari.
Tuttavia, Taiwan gode di un sostegno molto forte e bipartisan al Congresso. Credo che sentiremo parlare ancora molto delle decisioni di Trump e di come queste impattino sulle relazioni con Taipei. E penso che tale elemento tornerà ad essere l’aspetto centrale delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, perché se la sicurezza di Taiwan viene messa in discussione, allora pure tutto il resto diventa incerto.
Quale ruolo avranno i semiconduttori nell’evoluzione della competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina? Che ruolo ricopre Taiwan in questo scenario?
Il fatto che Taiwan sia il luogo in cui viene prodotta gran parte della tecnologia critica dei semiconduttori, per l’Occidente, per la Cina e per il mondo, rende il controllo dell’isola una questione decisiva.
La posizione degli Stati Uniti, ancora una volta dal 1979, è che, pur non prendendo posizione sull’indipendenza di Taiwan — questa è la posizione formale, non necessariamente la mia — ci si aspetta che la questione non venga risolta con l’uso della forza da nessuna delle due parti. Ciò significa soprattutto che la Cina non deve invadere Taiwan né imporre un blocco intorno all’isola.
Se questo principio viene messo in discussione perché la Cina ritiene che Taiwan non abbia armi adeguate per difendersi, allora siamo davanti ad un grande cambiamento nella situazione di sicurezza dell’isola, e quindi anche dei semiconduttori e dell’intera era della tecnologia dell’informazione. Anche alla luce di ciò credo che, auspicabilmente a breve, verrà chiarito che questa vendita di armi da 14 miliardi di dollari andrà avanti.
Crede che potrebbe verificarsi anche un disimpegno militare americano, oltre che da Taipei, dall’intero quadrante indo-pacifico?
Spero di no, perché sarebbe un errore terribile. Taiwan svolge un ruolo indispensabile nella cosiddetta First Island Chain, cioè la linea di isole, alcune delle quali molto grandi, che va dall’area di Sakhalin, in Russia, fino a Singapore, all’estremità della penisola malese.
Se i cinesi prendessero il controllo di Taiwan, avrebbero spezzato la First Island Chain e sarebbero proiettati direttamente nel Pacifico aperto. L’intera struttura delle alleanze americane e la sicurezza di tutti i Paesi, compresi quelli del Sud-est asiatico vicini alla Cina, ma che non vogliono esserne dominati, subirebbero un peggioramento decisivo.
C’è chi parla di un nuovo bipolarismo collaborativo, una sorta di G2 tra Stati Uniti e Cina. Lei che ne pensa?
Spero che non si verifichi perché non credo che sarebbe vantaggioso, soprattutto nel breve periodo, per i Paesi dell’Asia orientale e meridionale, che la Cina rivendicherebbe come parte della propria sfera d’influenza.
Penso sia un’idea sbagliata ed anacronistica credere che l’Occidente possa giovare della logica delle sfere d’influenza, visto che ormai le nostre economie sono sostanzialmente globali. Dare alla Cina un ruolo predominante in una regione così importante come l’Asia sarebbe, a mio avviso, un grave errore. E se si combina questo con l’asse sino-russo che si sta formando, allora la questione diventa seria anche direttamente per l’Europa.
Come dovrebbero agire gli europei in questo quadro di rivalità tra Cina e Stati Uniti?
Penso che l’Europa sia diventata economicamente troppo dipendente dalla Cina, sia come mercato per le esportazioni europee — penso in particolare alle automobili tedesche — sia come luogo in cui produrre beni e semilavorati da importare poi in Europa.
Certo anche gli Stati Uniti hanno un grande rapporto commerciale con la Cina. E molti parlano di ridurre il rischio senza arrivare ad un completo disaccoppiamento. Tuttavia, credo che molte aziende vogliano semplicemente uscire dalla condizione di dipendenza dalle catene di approvvigionamento provenienti dalla Cina.
Se esiste una competizione tra la Cina e l’Occidente — e credo che esista, perché penso che la prima abbia aspirazioni egemoniche nell’Indo-Pacifico e anche oltre — nessuno dovrebbe essere economicamente dipendente da Pechino. Ribadisco: nessuno dovrebbe esserlo, perché questo fornisce a Pechino una leva di potere e condizionamento enorme.
Come valuta l’incapacità di Trump di risolvere diplomaticamente la guerra russo-ucraina?
Molti ritengono che siamo entrati in una nuova fase della guerra e che l’Ucraina, grazie alla sua tecnologia anti-drone e ai successi maturati sul campo di battaglia, non abbia soltanto portato il conflitto ad una fase di stallo ma starebbe addirittura facendo volgere la guerra in proprio favore.
Mi piacerebbe pensare che sia vero. Certamente gli ucraini hanno fatto un lavoro straordinario, ma non trarrei conclusioni troppo rapidamente. I russi, infatti, stanno annunciando una nuova serie di attacchi contro Kyiv.
Avrete probabilmente visto che il ministro degli Esteri Lavrov ha parlato recentemente con il segretario di Stato Rubio, e sostanzialmente gli ha detto che è quello che avrebbero fatto. I russi pensavano di poter decapitare il regime ucraino all’inizio della guerra, nel 2022, e di poter vincere rapidamente. Ovviamente non ha funzionato. Non vedo alcuna ragione per pensare che oggi possa funzionare meglio.
Nonostante l’ottimismo che sentiamo da alcune parti sull’Ucraina, non vedo però ancora una fine facile della guerra. Ciò perché non mi sembra che la Russia sia interessata a negoziare. Né credo che Putin sia ritenibile davvero in ritirata. Anzi. Ritengo che lui non pensi davvero di essere in difficoltà politica in patria e perciò non sente alcun incentivo per negoziare.
Dopo l’incriminazione dell’ex presidente del Consiglio di Stato cubano Raúl Castro e l’arrivo della portaerei americana USS Nimitz nelle acque in prossimità dell’isola, quale scenario evolutivo delle tensioni si prospetta nell’area?
Credo che potremmo essere molto vicini alla fine del regime castrista. Raúl Castro, il fratello di Fidel, è ancora vivo, ha 94 anni. Certo non ha una posizione formale, ma sovrintende a questo conglomerato che di fatto controlla l’economia cubana, il GAESA, e anche membri della sua famiglia, tra cui suo nipote, hanno un ruolo importante.
Il governo non ha altra via se non l’esilio. Non penso che se ne andranno così facilmente, ma credo che il popolo cubano sia davvero arrivato al limite. L’economia è in condizioni terribili.
Il gruppo d’attacco della portaerei USS Nimitz si sta avvicinando alle coste di Cuba. Va ricordato che abbiamo già la base navale di Guantanamo Bay a Cuba. È grande 45 miglia quadrate, occupa una parte importante del sud dell’isola. Quindi siamo già lì.
Ora dovremo vedere cosa farà il popolo cubano. La comunità cubano-americana negli Stati Uniti mi dice che i giovani cubani, che non hanno mai conosciuto nient’altro se non questo regime, sono molto insoddisfatti.
Abbiamo sentito notizie di manifestazioni in corso in diverse città del Paese. Non grandi manifestazioni, ma forse l’inizio di qualcosa di più di semplici proteste. La situazione economica è così grave che questo potrebbe essere il momento in cui i militari decidano semplicemente di non sostenere più il governo. Vedremo.
In Medio Oriente, crede che assisteremo ad un’evoluzione del negoziato che porti ad una tregua duratura tra Stati Uniti, Israele ed Iran o che si verificherà una nuova escalation militare?
Penso che Trump voglia negoziare una soluzione perché è preoccupato per l’impatto politico della guerra negli Stati Uniti e dell’elevato prezzo della benzina dovuto alla crisi energetica. Se si riuscisse a riaprire lo Stretto di Hormuz, i prezzi sui mercati internazionali scenderebbero e gran parte della pressione politica su di lui verrebbe alleviata.
Credo però che questa sia una visione miope. Ovviamente il programma nucleare iraniano resta al centro dell’interesse americano. Se si potesse ottenere un cambio di regime a Teheran, quella sarebbe la soluzione ideale al problema.
Tuttavia, Trump è intrappolato tra il desiderio di arrivare ad una soluzione che consenta di riaprire lo Stretto di Hormuz e la paura di siglare un pessimo accordo, venendo poi accusato di aver raggiunto qualcosa di uguale o addirittura peggiore rispetto all’JCPOA dell’ex presidente Barack Obama del 2015.
All’inizio del fine settimana si diceva che fosse solo questione di ore o giorni per arrivare ad una tregua duratura. Ora invece è difficile stabilire una tempistica per giungere alla stessa. Non credo però che sia nell’interesse degli Stati Uniti stabilire un cessate il fuoco se questo fornisce all’Iran un sollievo economico.
Al contrario, penso che mantenere la pressione attraverso il blocco marittimo sia la cosa giusta da fare. E credo che usare le forze militari, se necessario, per aprire il traffico dal Golfo attraverso lo Stretto dal versante arabo, in modo che il petrolio arabo possa transitare e fuoriuscire dall’area ma non quello iraniano, sarebbe un modo per alleviare la pressione sull’economia globale e togliere all’Iran uno dei suoi principali strumenti di pressione.
In che modo gli effetti del conflitto con l’Iran cambieranno il rapporto tra Israele e Stati Uniti, soprattutto alla luce dei profondi malumori in politica interna americana?
Anche se questo conflitto è tutt’altro che concluso e il regime iraniano resta ancora in piedi — fattore che considero un problema — penso che in Medio Oriente le dinamiche stiano cambiando in modo molto profondo.
Avete sicuramente osservato che gli Emirati Arabi Uniti si sono ritirati dall’OPEC. È una notizia molto importante. Ad essa si aggiunge il fatto che sia i sauditi sia gli emiratini hanno risposto militarmente contro l’Iran. Ed è stata la prima volta che un simile scenario si è verificato.
Tutti questi sono segnali, credo, del fatto che esista una prospettiva reale di ulteriori progressi diplomatici tra Israele e gli Stati arabi del Golfo. Penso che qualsiasi sviluppo del genere aiuterebbe a portare maggiore stabilità e più probabilità di pace nell’intera regione. E credo che questo andrebbe bene anche agli Stati Uniti.
In Israele c’è malcontento, ma penso che tutti ritengano ancora che l’Iran resti la minaccia principale. E finché Netanyahu sarà lì, credo che gli israeliani sappiano che questa è la sua massima priorità: capire come proteggere Israele dall’Iran.
Quale futuro avranno allora gli Accordi di Abramo?
Penso che con ogni probabilità altri Stati arabi e altri attori musulmani firmeranno gli Accordi di Abramo.
La questione palestinese continua a creare problemi ad alcuni di loro, in particolare ai sauditi. Ma osservando ciò che l’Iran ha fatto durante questa guerra, attaccando obiettivi civili negli Stati arabi, oltre ad attaccare Israele e le basi americane nella regione, credo si confermi ciò che molti avevano iniziato ad osservare circa dieci anni fa.
Ovvero: gli arabi del Golfo e Israele hanno la stessa percezione della principale minaccia strategica che devono affrontare: il sostegno iraniano al terrorismo e il programma nucleare militare di Teheran. Questa guerra ha soltanto sottolineato quanto siano comuni i loro interessi di sicurezza.
Come interpreta l’attuale escalation in Libano, pure alla luce dell’agenda regionale di Israele?
Penso che gli israeliani, tornando a un paio di giorni fa, pensassero che forse ci sarebbe stato un accordo tra Iran e Stati Uniti su un cessate il fuoco nel Golfo.
Hanno ascoltato quel che udivano pure tutti gli altri, cioè l’Iran affermare che un cessate il fuoco avrebbe dovuto applicarsi in tutta la regione, quindi ovviamente anche in Libano. E sebbene Israele, dagli attacchi dell’ottobre 2023, abbia inflitto molti danni a Hezbollah, quest’ultima è ancora operativa. Possiede ancora molte armi nella valle della Bekaa ed altrove.
Pertanto, gli israeliani hanno voluto approfittare del tempo forse limitato che restava per colpire Hezbollah il più possibile. Credo che sia questo ciò che sta accadendo. Trump ha sostanzialmente dato a Netanyahu mano abbastanza libera sul Libano, e credo che il premier israeliano sia determinato a sfruttarla.
In vista del vertice Nato di Ankara, qual è lo stato del rapporto tra l’Alleanza atlantica e Stati Uniti? E quale significato avrà quest’appuntamento dall’alto valore storico e potenzialmente decisivo?
Penso che la visione di Trump sulla Nato, purtroppo, sia ancora molto negativa. C’è sempre il rischio, in uno di questi vertici dell’Alleanza atlantica — spauracchio esistente in realtà dal 2017 — che Trump annunci il ritiro degli Stati Uniti. Non vedo segnali che questo accadrà qui.
Sarei molto contento di un vertice noioso, grigio, che non produca assolutamente nulla. Questa sarebbe forse la migliore notizia per l’Alleanza: superare un altro anno e sperare che non vengano prodotti nuovi danni.
Non ho dubbi che, tenendosi lo stesso ad Ankara, la guerra nel Golfo sarà un grande tema di discussione del vertice. Penso anche che Trump avrebbe dovuto consultare i membri europei della Nato prima di lanciare gli attacchi, per ottenere il loro sostegno, se possibile.
Al tempo stesso, ritengo che molti leader europei abbiano reagito nel modo sbagliato dicendo che non si trattasse di una guerra anche europea. Tutti capiscono che, dato il ruolo del Golfo nei mercati energetici internazionali, naturalmente questa sia anche una guerra europea. Di conseguenza, credo che il Golfo e l’Ucraina saranno i due temi predominanti del vertice Nato.
In che modo evolverà il rapporto tra Stati Uniti e Italia dopo i primi attriti verificatisi tra il presidente Donald Trump e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni?
Spero che il vertice possa offrire un’opportunità per riportare il rapporto sui binari giusti. Sicuramente l’incontro di Rubio con il Papa è stato, spero, utile per riparare qualunque danno fosse stato fatto.
Credo però che gli interessi degli Stati Uniti e dell’Italia restino molto allineati. Tornare a un rapporto stabile è un obiettivo importante. Spero che sia questo ciò che Trump cerchi di perseguire nel prossimo futuro.
Oggi vede una bussola strategica condivisa all’interno dell’amministrazione statunitense o ci sono divisioni profonde tra diverse sue componenti politiche?
Non credo che il problema sia solo nelle divisioni interne. Penso che sia qualcosa di intrinseco a Trump stesso. Non segue una strategia o una filosofia coerente. È stato descritto come transazionale, ad hoc, episodico, e tutto questo è vero.
Lo si è visto negli ultimi quasi tre mesi della guerra nel Golfo. E non cambierà. Questo è il modo in cui è fatto. Questo è il modo in cui agisce.
Come inciderà la sostanziale egemonia del presidente Trump sulla scelta dei candidati repubblicani nelle elezioni di midterm sul risultato di quest’ultime?
Penso che Trump scoprirà che, anche se generalmente riesce a convincere gli elettori repubblicani delle primarie a votare per il candidato che lui sostiene, questo possa essere molto utile a quel candidato nelle primarie ma ciò non è necessariamente vantaggioso in vista delle elezioni generali di novembre.
Storicamente, nelle elezioni per Camera e Senato di midterm, il partito che occupa la Casa Bianca perde seggi in entrambi i rami del Congresso. Dato che i numeri ripartiti nei due rami del parlamento sono molto equilibrati e spesso quasi equamente suddivisi tra le due forze partitiche, perdere anche pochi seggi significa dover rinunciare al controllo del Congresso.
Per il Gop perdere il controllo significa che i Democratici controllano le commissioni, le audizioni e l’agenda legislativa fino alla fine della presidenza. Gli ultimi due anni di Trump sarebbero molto difficili se i Democratici conquistassero entrambe le Camere. E per lui sarebbe un grande problema politico.
Perché?
Perché i Dem potrebbero avviare infinite audizioni su ciò che l’amministrazione Trump ha fatto nella prima parte del mandato, esercitando un ruolo di controllo congressuale ed ostacolo politico che indebolirebbe pesantemente l’attuale presidenza.
Francesco Subiaco, classe 2000, nasce a Roma, laureato in economia e in lettere moderne all’Università Tor vergata. Scrive per La Ragione, Dissipatio, Il Tempo già collaboratore di Fondazione Leonardo-La civiltà delle macchine, Libro Aperto e Il Giornale.
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Molto interessante l’intervista all’Ambasciatore Bolton, grazie. La sua analisi risulta coerente con la linea espressa in passato. Nel capitolo “Venezuela Libre” di The Room Where It Happened descriveva la strategia di massima pressione contro il regime di Maduro, inserendolo nella “troika della tirannia” insieme a Cuba e Nicaragua. Anche oggi Bolton sottolinea la necessità di un cambio di regime completo, non limitato alla rimozione del leader apicale, sia in Venezuela (dove auspica maggiore spazio per le forze democratiche di María Corina Machado ed Edmundo González) sia a Cuba, dove ritiene insufficiente attendere la fine di Raúl Castro senza smantellare il sistema economico-militare del GAESA. Un’analisi che conferma la sua linea interventista su questi dossier.
Risposte molto chiare e dirette da parte di Bolton. Grazie per aver fatto e pubblicato questa intervista.