

Mentre sondaggi e commentatori immaginano già Andy Burnham a Downing Street, la realtà politica britannica suggerisce prudenza. Più che Starmer, a rischiare la leadership potrebbero essere Nigel Farage, indebolito da un’indagine parlamentare e dalle difficoltà organizzative di Reform UK, e Kemi Badenoch, alla guida di un Partito Conservatore in costante arretramento elettorale e territoriale.
I sondaggi britannici hanno già un nuovo Primo Ministro: si chiama Andy Burnham, non è ancora deputato, non ha ancora sfidato Keir Starmer e non ha ancora ottenuto alcun voto per avvicinarsi a Downing Street. Eppure i modelli elettorali per il 2029 lo usano come variabile di partenza.
Fantapolitica confezionata come dato empirico. Siamo davanti a un esercizio di virtuosismo controfattuale in cui il condizionale viene trattato come indicativo e il desiderio dei sondaggisti come una proiezione statistica.
In questa realtà virtuale della creatività mediatica, però, si dimentica che tra i leader dei principali partiti britannici, con le conferenze annuali alle porte, Starmer non è necessariamente quello che rischia di più il posto. Nell’apoteosi dei “se” appare, semmai, il bersaglio di un sistema che ormai ha bisogno di crisi per funzionare. Grattata la superficie, però, viene da chiedersi se non saranno Nigel Farage o Kemi Badenoch a precedere il Primo Ministro nell’addio alla guida dei rispettivi partiti. Perché per nessuno dei due sono rose e fiori.
Farage è il più malconcio dei tre. Sul suo capo pende un’indagine del Parliamentary Standards Commissioner per non aver dichiarato un regalo personale di 5 milioni di sterline ricevuto dal miliardario cripto Christopher Harborne nel giugno 2024, settimane prima di annunciare la propria candidatura a Clacton, il collegio che lo ha eletto deputato per la prima volta nella sua carriera.
Se l’indagine dovesse concludersi con un giudizio di violazione, Farage rischierebbe una sospensione di almeno dieci giorni dai Comuni, sufficiente a innescare un’eventuale elezione suppletiva nel suo seggio. Non è fantapolitica: è la procedura ordinaria.
A questo si aggiunge il bilancio interno del partito, che le celebrazioni mediatiche hanno offuscato. Le elezioni locali di maggio 2026, salutate dai giornali come un trionfo storico, hanno in realtà segnato, rispetto al 2025, un calo della quota di voto: dal 32% stimato l’anno scorso al 26% di quest’anno, al di sotto delle aspettative interne che puntano al 30%, il minimo indispensabile per vincere un’elezione politica senza dove ricorrere a coalizioni. Il trend è negativo e, di qui al 2029, il rischio di una discesa oltre la soglia di competitività è reale.
La macchina organizzativa mostra poi crepe che i numeri dei seggi conquistati non riescono a nascondere: quasi cento consiglieri sono stati espulsi, sospesi, dimissionati o sono passati ad altri gruppi dall’inizio della fase di radicamento locale del partito, tra cui casi di post razzisti, incompatibilità ideologiche e faide interne nelle neonate giunte.
Il paradosso più rivelatore resta però quello dei sondaggi: Reform supera il Labour nelle intenzioni di voto, ma nei testa a testa diretti tra Farage e Starmer è il secondo a prevalere, rendendo ogni proiezione inaffidabile. Con Farage poco popolare e a rischio di perdere il proprio seggio, il partito potrebbe aver bisogno di un volto diverso rispetto a quello del suo fondatore.
Badenoch è in una posizione migliore, ma di poco: i suoi indici di gradimento salgono, ma i conservatori non ne beneficiano. I Tories hanno perso un numero record di seggi alle elezioni locali del 2025 e del 2026, proseguendo un trend negativo decennale, tanto che – a differenza dei laburisti, che, pur avendo perso più seggi, restano dominanti nel paese – i conservatori stanno scomparendo dalla mappa.
E questo, senza contare le continue defezioni verso Reform Uk. La posizione di Badenoch è dunque quella di chi sopravvive senza conquistare: abbastanza solida da non essere contestata formalmente, abbastanza fragile da rendere ogni congresso, un potenziale momento di rottura.
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